ROBE DI RO.BE.
I sofisti cattolici n. 4
di Roberto Beretta | 10 febbraio 2011
In questi giorni ripenso a quando nel mondo cattolico ci si accusava di «protestantesimo strisciante» e «integralismo». Oggi le parti si sono invertite...

Sono abbastanza vecchio da aver assistito, tra la fine degli anni Settanta e tutti gli Ottanta, a furibonde dispute nel mondo cattolico giovanile, dispute che riempivano pagine di giornali e qualche volta sono approdate addirittura al... tribunale ecclesiastico (alla Curia di Milano fu aperto un procedimento tra fratelli di fede per difendere l'ex rettore della Cattolica Giuseppe Lazzati).

Una delle lotte più accanite - oggi sembra incredibile, ma era proprio così - riguardava la distinzione, introdotta dal filosofo Jacques Maritain e difesa dall'Azione Cattolica del tempo, tra ciò che nel campo spirituale/ecclesiale si faceva «in quanto cristiani» e quello che invece, per esempio in politica o nel sociale, doveva vedere i credenti agire semplicemente «da cristiani». I ciellini si opponevano duramente a tale visione, sostenendo che cristiani si era sempre e dovunque, in chiesa e in società, e condivano spesso la loro visione con l'accusa verso gli antagonisti di protestantesimo strisciante o di qualche altra eresia; beccandosi di contro la definizione di «integralisti».

In effetti la distinzione maritainiana, soprattutto in quel clima in cui una certa idea di cristianesimo «anonimo» tendeva ad annacquare ogni presenza pubblica cattolica, rischiava di scivolare nella separazione: sono cristiano in chiesa o al massimo in parrocchia, ma altrove mi adeguo... Lo stesso filosofo francese dovette accorgersi di questa possibile deriva, se ultraottuagenario scrisse un'opera (Il contadino della Garonna) che sembrò ai molti sostenitori una sorta di ritrattazione.

Per un certo verso, la disputa si è ripetuta più avanti, negli anni Novanta, intorno a un detto (vero o apocrifo che sia) di Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo protestante morto nei lager: il cristiano nel mondo dovrebbe comportarsi «come se Dio non esistesse». Il senso era chiaro: se all'interno del suo ambito religioso un credente ha tutto il diritto di scegliersi le regole con cui giocare la partita, nei settori in comune con gli altri cittadini (atei, agnostici o di diverso credo) bisognava invece obbedire a leggi "laiche". Anche qui l'opposizione di Cl fu netta e il conflitto, nutrito a volte da pregiudizi e cattive interpretazioni, feroce.

Ora perciò un po' mi vien da sorridere e un po' da preoccuparmi perché mi pare di notare lo stesso gioco, seppure a parti rovesciate. Ora sono infatti i ciellini (parlo all'ingrosso, naturalmente) o comunque il vasto settore degli «integralisti» a rifiutare che anche in politica si giudichi in basi ai criteri della morale religiosa; sono loro a pretendere di distinguere ciò che si fa «da cristiani» (in pubblico) e ciò che si fa in privato.

Ecco a puro titolo d'esempio che cosa scrive Assuntina Morresi, opinionista per vari giornali e docente universitaria di chimica, tra le più accanite nella difesa "morale" del premier (dividiamo le affermazioni su due colonne a scopo didattico):

 

frasi Beretta 1

 

Ecco invece (sempre su due colonne) che cosa scrive Luigi Amicone, altro ciellino, direttore del settimanale «Tempi»:

 

frasi Beretta 2

 

E infine Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, pidiellino e – manco a dirlo – ciellino:

 

frasi Beretta 3

 

«Integralista»: appunto. E con questo il cerchio si è chiuso.

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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