Nella musica pop
Tensione evolutiva
di Sergio Ventura | 26 agosto 2018
Riascoltando casualmente una canzone di Jovanotti, si è presentato improvviso e gratuito un accostamento di testi illuminante e per me liberatorio


Salvador Dalì, Croce nucleare, 1952

 

Agosto...vangelo mio non ti conosco.

Il tempo liturgico corrispondente al periodo in cui la maggioranza degli italiani può godere delle proprie vacanze ci offre ogni tre anni - e quest'anno in particolare - il grande discorso del Cristo giovanneo sul Pane della Vita (Gv 6,1-71). Un brano all'inizio maestoso e imponente (v.1-15), con un andamento inquieto e inquietante (v.16-59), dal finale tragico e selettivo (v.60-70). In breve, un vangelo affascinante.

Ma le omelie ad esso dedicate - ed ascoltate nei più disparati luoghi di villeggiatura - mi hanno spesso fatto apparire la scelta ecclesiale di presentare ad Agosto questo brano evangelico una sorta di 'colonizzazione' di un tempo umano decisamente profano. Come se la spensieratezza e il godimento (considerati) tipici di questo periodo comportassero un rischio maggiore di sprofondare nell'insensatezza. Da arginare - secondo un tradizionale ma, forse, ormai vecchio ed inefficace schema dicotomico - con un messaggio spirituale (ritenuto) capace di operare da contraltare veritativo e correttivo.

Negli anni quindi - se devo essere sincero - si è creato nella mia mente un piccolo pregiudizio verso questo frammento del Vangelo che ha lavorato anche a livello emotivo, suscitando qualche fastidio nel momento dell'ascolto di esso e della relativa omelia. Almeno fino a quest'anno quando, riascoltando casualmente una canzone di Jovanotti, si è presentato improvviso e gratuito un accostamento di testi illuminante e per me liberatorio.

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=ykWynKn78Zw

 

«Volete andarvene anche voi?» (v.67), domandò ai Dodici un Gesù chissà se inquieto e preoccupato oppure sfidante e certo di sé, dopo il passo indietro di molti discepoli che avevano percepito come duro il suo λόγος (v.60;66). «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna...» (v.68), rispose Pietro con - ho sempre immaginato - un sorriso bonario, un'alzata di spalla e le mani aperte, ad esprimere una santa rassegnazione di kierkegaardiana memoria che solo l'esperienza del finito maturata negli anni può donare.

"Eppure, ho questo vuoto tra lo stomaco e la gola/voragine incolmabile/tensione evolutiva/nessuno si disseta ingoiando la saliva", canta Lorenzo Cherubini - in arte Jovanotti - evocando una fame ed una sete di andare oltre che nessuna conoscenza, scoperta, invenzione, azione o mutazione (anche d'identità) può placare definitivamente. E che è risuonata in me come il presupposto ineludibile della risposta di Pietro, ma in fondo anche dell'atteggiamento di quella folla (v.2;24) di gente (v.9;14) che inizialmente seguiva (v.2) e ricercava (v.24) Gesù.

Se le opere (v.30), infatti, non sono e non restano segni (v.26) di altro, nascono morte o sono destinate presto a morire (v.49;58) - come emerge chiaramente dal testo della canzone e da quello evangelico nel loro illuminarsi reciproco.

"Abbiamo camminato sulle pietre incandescenti", probabilmente anche nel deserto dove i nostri padri hanno mangiato la manna (v.31). "Abbiamo risalito le cascate e le correnti", magari per salire o ritirarsi sul monte - come era solito fare Gesù nei momenti critici del suo cammino (v.3;15). "Abbiamo attraversato gli oceani e i continenti" - e questo, lo sappiamo, era il senso dell'andare (e tornare) all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade (v.1;25).

"Ci siamo abituati ai più grandi mutamenti" - come alcuni contemporanei di Gesù che avevano dimenticato la provenienza dal Padre delle opere di Mosè (v.32) e, a maggior ragione, non riuscivano a vedere - e a credere - tale provenienza celeste in quelle di Gesù (v.36;42). "Siamo stati pesci, e poi rettili e mammiferi", come allora il popolo ebraico era diventato i galilei (Gv 4,44-45), i samaritani (Gv 4,9.39-40) e i giudei (Gv 6,41.52) - e come poi l'unico Gesù sarà però secondo Marco, Matteo, Luca e Giovanni.

"Abbiamo imparato a nuotare" - come Pietro (Mt 14,30; Gv 21,7) - "a correre/e poi a stare immobili" - come Giovanni (Gv 20,4-5) o lo stesso Gesù quando si sedeva prima di qualche gesto o parola decisivi (Gv 6,3). "Abbiamo confidenza con i demoni interiori/sappiamo che al momento giusto poi saltano fuori" - e cosa sono le mormorazioni scandalizzate (v.41.61), i litigi (v.52), le idolatrie (v.14-15), i tradimenti (v.64;71), le fughe (v.66), i pessimismi (v.7-8), le paure (v.19), se non sintomi di questi demoni che (anche) la sapienza biblica ci ha aiutato nei secoli a riconoscere?

Infine, "sappiamo come muoverci nel mondo dello spettacolo", così come sanno (o presumono di sapere) gli attori di questa scena evangelica: la folla (v.2;5;24), Filippo (v.5), Andrea (v.8), i Giudei (v.41;52), i discepoli (v.16;60;66), Gesù stesso sembrano agire secondo meccanismi ben oliati che manifestano l'aspetto anche letterario, teatrale delle Sante Scritture. "Eppure", confessa Jovanotti...

Questo "eppure" ci pone di fronte - se ragioniamo con un po' di elasticità - a quell'eterna dialettica tra opera e segno, fatto e interpretazione, fenomeno e simbolo, materia e forma, cronaca e evento, esperimento e teoria (=visione), induzione e deduzione, (teologia) dal basso e dall'alto, che dona a coppie di termini biblici come terra e cielo, carne e spirito un senso meno scontato e più ampio di quello offerto dalle letture dicotomiche, permettendo ai credenti, agli atei e agli agnostici - ma anche ai teologi, ai filosofi e agli scienziati - di avvicinarsi e di comprendersi meglio. Come dimostra un aneddoto scolastico, evocato da due strofe del brano in questione, che incarna e invera questo accostamento tra differenti visioni del mondo.

"Abbiamo scoperto il fuoco e inventato i frigoriferi/ (...) Ci sono delle macchine che sembrano un miracolo", canta Jovanotti. "Mamma, ma se improvvisamente per qualche catastrofe nessuno potesse più ricostruire frigoriferi e fornelli, come potremmo sopravvivere?", fu la domanda che qualche anno fa Martina - studentessa fieramente agnostica - mi raccontò di aver posto alla madre. "Di cosa ti preoccupi, cara? L'importante è che ora ci siano e funzionino...ma poi, sei troppo apocalittica!", sembra che rispose la madre - altrettanto agnostica se non atea, ma riducendo in tal modo tecnologia, tecnica e scienza a quegli stessi aspetti magici della religione che, dai racconti della figlia, era sempre pronta a criticare.

Lo stesso Gesù, non a caso, si fa carico di questa dialettica, di questa "tensione evolutiva", partendo sempre da una grande attenzione e cura verso ciò che è terreno ed immediatamente visibile e sperimentabile. Dopo i segni compiuti sugli infermi (v.2), infatti, egli innanzitutto sazia (v.12) - con pochi pani e pesci prestatigli da un ragazzo (v.9) - ben cinquemila persone fatte comodamente sedere sull'abbondante erba presente in quel punto del monte (v.10), invitando poi i discepoli a raccogliere i molti pani avanzati (v.12-13) - conservazione che fu invece impossibile durante l'esodo nel deserto del popolo ebraico (Es 16,20).

Sempre Gesù, però, è pronto a rimproverare, più o meno bonariamente, coloro che vogliono fermarsi a quanto ogni volta visto (v.26;36) - a quanto ogni volta fatto dall'umanità, chioserebbe Jovanotti. Subito, d'altra parte, esortandoli con forza a vedere ciò che è invece immediatamente invisibile - lo Spirito (v.63) - e a credere (v.35;40;47) dunque a ciò che è sempre oltre, altro - che simbolicamente, ma realmente, viene dal cielo (v.32-33;38;50-51;58), dal Padre (v.32;37). E che, perciò, non muore (v.50), ma dà la vita (v.63). Eterna (v.27;40;47) e al contempo materiale, fattuale: pane e vino, carne e sangue da mangiare e da bere (v.51;53-57).

In definitiva, usando le parole del ritornello cantate da Jovanotti, per poter continuare a dissetarsi e a sfamarsi veramente (v.35), nel senso di "vivere" pienamente - di "sollevare le palpebre/e non restare a compiangermi/e innamorarmi ogni giorno, ogni ora di più" - "ci vuole pioggia, vento, e sangue nelle vene". "Pioggia" e "vento": "una ragione" proveniente dal cielo. "Sangue": "una ragione" proveniente dalla terra...

Agosto, vangelo mio...finalmente ti riconosco.

 

 

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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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