Nell'arte
Dio dentro di noi
di Gian Carlo Olcuire | 19 agosto 2018
Al piacere di mangiare e bere Gesù, di farsi dare forma da lui, si unisce il piacere di condividerlo

 

LA COMUNIONE DEGLI APOSTOLI

(dal Codice purpureo, 550 ca., Rossano Calabro, Cattedrale)

 

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,51-58)

Il fatto che la comunione con Gesù non sia un evento unico, avvenuto una volta per sempre, ma un rapporto da tenere costantemente acceso, analogo a quello col pane quotidiano, è stato compreso dall'arte. In particolare dall'arte bizantina, che, per alcuni secoli, ha tenuto a distinguere tra la rappresentazione della prima Eucaristia (nell'ultima cena) e quella della distribuzione del pane e del vino in forma sacramentale.

Il Codice di Rossano, forse il primo a raffigurare la comunione degli apostoli, mostra appunto come tale rapporto, anziché una semplice adesione intellettuale, sia un effettivo mangiare e bere. Proprio ciò che viene sottolineato dal brano odierno di Vangelo, dove le parole che riguardano la vita sono spesso connesse alle voci dei verbi "mangiare" e "bere".

«Se l'Amato non diventa la vita di chi lo ama, se non dà forma Lui al nostro sentire, pensare, parlare, dare», scrive padre Ermes Ronchi, non si può essere imitatori di Cristo.

In più, questo mangiare e bere è un mangiare e bere insieme. Quasi a dire che la comunione non viene per noi soli né viene da sé, in modo automatico: è anche per gli altri e da costruire con gli altri. Lo intuisce uno scrittore laico come Maurizio Maggiani, quando si immagina che Gesù dica: «Ragazzi, mi raccomando, se vi trovate ancora insieme, partite da questo pane e da questo vino, partite da quanto c'è di più buono, da questo stare insieme, perché qui ci sono io».

Il dipinto informa sulle antiche modalità di tale mangiare e bere: non c'è una tavola in cui si è serviti né un buffet in cui ci si serve da soli, ma un andare direttamente da Gesù a riceverne il nutrimento, in un rapporto personale con lui. Accompagnato, in qualcuno, da mani velate; in altri, da gesti di accoglienza e di esultanza tutt'altro che timidi.

 

 

19/08/2018 16:43 Francesca Vittoria
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui....Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna (57) ma anche : "se osserverete i miei comandamenti rimarrete onel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore..... Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.... Io credo che non sia sufficiente parlare di mangiare e bere insieme, segno di una convitavi bilica tra amici, che capiscono cosa sottintende corpo e sangue, pane e vino. Forse tra persone erudite si ma oggi si è perso molto del significato intrinseco tra comuni cittadini, da quando la messa è l'ascolto della Parola non avviene seguendo via via l'ascolto settimanale della medesima e la sua comprensione. Mi sembra come con i canti liturgici, si raccomandano sempre ripetere le stesse strofe perché le "sanno tutti" ma quel tutti non esiste più, se si tratta di anziani, raramente si sforzano a cantare, qualcuno giusto per solidarietà con chi si fa avanti a intonare anche per onorare la divinità, i giovani" se ci sono, sono altrettanto muti perché non amano magari cantare!,, invece ci sono strofe che richiamano le letture e magari possono far piacere ad essere almeno ascoltate durante la comunione!,Insomma intendo dire che i fedeli vanno coinvolti nella celebrazione e, per l'interesse del l'ascolto della Parola e per i momenti salienti, quali il pensare di ricevere effettivamente Cristo che ha avuto l'idea di essere conviviale di generazione in generazione vicino a ogni persona che lo cerca....Ovviamente in quel mangiarlo e berlo c'è ben altro, significa vivere , osservare,i suoi comandamenti, per rimanere nel suo amore. Chi rimane in me porta molto frutto....anche qui se siamo suoi tralci, portiamo frutto, e insiste a che si rimanga nel suo amore...e questo vuol dire viverlo. Nel nostro quotidiano , non solo nel rito, ma renderlo presente anche nel rapporto con tutti quelli e in tutti i modi che la vita ci presenta. Non è routine, non balbettare le prime strofe senza senso, ma dire sinceramente ciò che sentiamo a Lui non per altro..
Francesca Vittoria



19/08/2018 15:58 Edoardo Zin
Quando il presidente dell'assemblea domenicale spezza sulla tavola il pane per dividerlo tra i fratelli, penso sempre che i cristiani sono ormai troppo abituati a quel gesto! Eppure tutto sta lì: il pane e il vino vengono offerti come frutto del nostro lavoro quotidiano, l'azione dello Spirito - per mezzo del celebrante - lo santifica e lo rende Corpo e Sangue di Cristo, che diventa a sua volta condivisione fra fratelli.

Quando sono a tavola, in casa, magari mia moglie ed io soli, senza figli e nipoti, o con ospiti, vorrei che quel condividere il pane sfornato, quello stare assieme, quel conversare e quell'ascoltare fossero pregustazione del Pane celeste: purtroppo, i momenti del pranzo e della cena trascorsi assieme sono spariti dalla cultura moderna. Chiedo ai miei nipoti di spegnere il cellulare, a mio figlio di spegnere la televisione e a mia moglie di non alzarsi troppo da tavola, preoccupata che manchi l'acqua o l'oliera. Recuperare il valore di stare a tavola senza fretta, significa anche rafforzare legami attraverso l'ascolto, la risata e il gustare il cibo!



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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