Nella letteratura
Maria, l'umiltà innalzata
di Sergio Di Benedetto | 15 agosto 2018
Per noi, viandanti nell'oggi, la meta ci ricorda che è nel piccolo, nell'umile, nello sguardo dell'infanzia che si trova il riconoscimento di Dio, come annotava Bernanos

Il giorno dell'Assunta è il giorno in cui siamo chiamati a contemplare il piccolo divenuto grande, il frammento diventato tutto, il tempo diventato eterno: e questo in una donna che, prima tra le creature, vive nella gloria in tutta la sua pienezza umana.

Lo stile di Dio, ci ricorda il Vangelo di oggi e ci rammenta la Vergine, è uno stile che «innalza gli umili». Nel mistero di Maria, nulla è al tempo stesso più umile e più innalzato. Colei che non ebbe peccato, che fu 'Madre di Dio', al tempo stesso visse nel nascondimento, nell'ombra e nell'ignoranza della sua dignità, grande perché era unita a una umiltà profonda, e per questo guardata da Dio: «ha guardato l'umiltà della sua serva».

Lo capì bene Georges Bernanos, che in un passo del suo Diario di un curato di campagna scrive:

La Santa Vergine non ha avuto né trionfo né miracoli. Suo figlio non ha permesso che la gloria umana la sfiorasse, nemmeno con la cima più sottile della sua grande ala selvaggia. Nessuno ha vissuto, ha sofferto, è morto altrettanto semplicemente e in un'ignoranza altrettanto profonda della propria dignità, d'una dignità che tuttavia la pone al di sopra degli angeli. Poiché infine era nata senza peccato: quale stupefacente solitudine!

È nel suo essere Immacolata che dobbiamo leggere l'Assunta: destino di luce che anticipa il nostro destino. Per noi, viandanti nell'oggi, la meta ci ricorda che è nel piccolo, nell'umile, nello sguardo dell'infanzia che si trova il riconoscimento di Dio, come annotava ancora Bernanos:

La Vergine era l'innocenza [...]. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia

È la comune condizione umana che ci permette di pregare la Vergine, che anticipa nel suo eterno presente quello che sarà il nostro eterno presente:

Sì, piccino mio, per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell'indulgenza - perché l'indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza - ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché madre attraverso la grazia, Madre delle grazie, ne fa la più giovane del genere umano.

Sentiamo sulle nostre vite lo sguardo della «tenera compassione» di Maria, «Madre delle grazie»: è uno sguardo che solo le donne sanno avere, e che in esse dobbiamo onorare.

Buona festa dell'Assunta a tutti noi, che mendichiamo «tenera compassione».

 

 

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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