Nella letteratura
La compassione del pastore e Giovannino Guareschi
di Sergio Di Benedetto | 22 luglio 2018
Don Camillo di Guareschi: un sacerdote che, come Gesù nel Vangelo di oggi, è capace di provare compassione per le «pecore senza pastore».

 

Si spegnava 50 anni fa Giovanni Guareschi (1º maggio 1908 - 22 luglio 1968), scrittore e disegnatore, umorista pugnace e inventore della saga di Mondo Piccolo, che ha reso familiari all’Italia e al mondo i personaggi di don Camillo, Peppone e del Cristo dell’altar maggiore. Un Mondo Piccolo di pianura, la Bassa, animato da uomini semplici e buoni, preda della lotta politica ma capaci di straordinari gesti di solidarietà. Un Mondo Piccolo su cui veglia la Provvidenza di Dio, che scardina partiti ed etichette e trova il bene sotto le apparenze del conflitto e della rivalità.

E il Vangelo di oggi mi richiama proprio la figura più conosciuta nata dalla penna di Guareschi e che nelle versioni cinematografiche ha il volto dell’attore francese Fernandel: don Camillo, il parroco grande e grosso, buono e generoso, vero cardine della vita della Bassa. Un sacerdote che, come Gesù nel brano di oggi, è capace di provare compassione, perché le persone «erano come pecore senza pastore».

Un Gesù che si commuove perché le pecore non hanno chi le guidi e le custodisca ci ricorda che ogni pastore è chiamato a coltivare questi sentimenti di vicinanza, partecipazione, affetto, che possono spingere finanche alla commozione: è questo l’ideale di sacerdote che ogni cristiano desidera e sogna. Nessuno vuole preti perfetti, ma ognuno desidera preti buoni, disponibili e umani. Umanità che non manca a don Camillo, che in ogni pagina di Guareschi fa trasparire, sotto le apparenza burbere, un cuore d’oro, come conferma il Cristo alla fine della sezione di racconti dedicata all’alluvione della Bassa:

 «Tu non guarirai mai… E così ascolterai sempre più il tuo cuore che il tuo cervello… Che Iddio ti conservi intatto quel benedetto cuore».

 È il cuore che permette di provare compassione, che fa smuovere per andare incontro alla folla senza pastore: e così veramente don Camillo diviene il pastore a cui i fedeli accorrono, anche quando, nella vicenda letteraria (Storia dell’esilio e del ritorno), viene mandato sull’Appennino, lontano dalla sua canonica. Ma lassù, sui monti, è una processione di antichi fedeli che cercano aiuto e consiglio, fino all’amico e avversario Peppone.

E quando don Camillo tornerà in paese e la piena del Po tracimerà e inonderà campi e case, solo il parroco rimarrà a custodire nuovamente il borgo: così celebrerà anche una Messa seguita a distanza dai suoi parrocchiani rifugiatisi sull’argine, i quali, quando la campana segna la fine della funzione, hanno pensieri di grande dolcezza e fiducia per il loro prete:

 «E partendo guardavano le loro povere case che parevano navigare nell’acqua fangosa. Ma forse pensavano: -Fin che c’è in paese don Camillo tutto va bene-».

 Don Camillo è un ritratto di sacerdote legato a una civiltà contadina, oggi scomparsa. Ma credo che la penna di Guareschi abbia saputo dargli caratteri eterni, che possono essere declinati in ogni contesto, perché tratteggiati sull’esempio del Buon Pastore, che prova compassione per le folle in ricerca: umiltà, umanità, concretezza, disponibilità, povertà, passione, fede… una fede che permette al curato persino di parlare con il Cristo dell’altar maggiore.

Non a caso Papa Francesco ha detto, rivolto alla Chiesa italiana riunita in assemblea a Firenze:

 La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro». Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte.

In fondo, alla radice, c’è sempre quello: provare compassione…

 

 

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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