Nuovo piccolo catechismo sul peccato/3
La differenza di Dio di fronte al male
di Gilberto Borghi | 12 luglio 2018
Visto dalla parte di Dio il peccato, ben lungi dal rompere la relazione con le sue creature, stimola Dio a mettere ancora più attenzione sul peccatore, a guardarlo ancora di più con gli occhi dell'amore

Le riflessioni precedenti ci hanno condotto a dire che il peccato, non è un atto di non amore, ma un atto di amore perverso che nasce dentro la relazione con Dio. Interpretare il peccato come semplice "sbaglio" umano, dovuto al limite dell'uomo, al suo "essere" non perfetto, denuncia una visione limitativa di questo concetto, che non appartiene al cristianesimo. Fuori dal rapporto con Dio, infatti, possiamo parlare di errore o di colpa, cioè di concetti che nascono e si esauriscono nel rapporto dell'uomo con sé stesso, e con le sue azioni. Il peccato invece nasce e si realizza nel rapporto con Dio, benché abbia effetti anche sulle altre relazioni.

Di fronte all'infinito amore che Dio ha per noi, il peccatore sceglie di non credere sufficientemente a questo amore. Rinuncia a fidarsi di Dio, gira le spalle in modo più o meno radicale al suo dono ed invece cerca di "prenderlo" per sé, con un atto di "rapina". La prima conseguenza, quindi, è che l'apertura a Dio, con cui l'uomo viene creato, si chiude, o socchiude, e l'uomo inizia a guardare a sé stesso, a centrare su di sé l'attenzione, non più su Dio: "si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi" (Gen 3,7). Lo sguardo dell'essere umano, passa dalla fronte alta che guarda fuori di sé, a Dio, all'altro, al mondo, alla fronte bassa di chi guarda sé stesso e si vede. L'orizzonte si chiude e Dio tende a scomparire da esso.

Ma, in questo sguardo, l'uomo vede, però, solo il proprio limite, "la nudità", l'impotenza di essere pienamente ciò che la propria natura creata gli suggerisce e che la sua libertà può scegliere: essere come Dio. Si apre così una contraddizione insanabile all'interno del peccatore, tra natura e libertà, che genera un inevitabile atto di violenza su sé stessi: o si misconosce la propria natura, immaginando una libertà assoluta, andando verso l'onnipotenza dell'uomo, o si rinuncia alla propria libertà, in favore di una idea di natura resa idolo assoluto, di cui noi siamo solo ingranaggi, andando verso l'annullamento dell'uomo. In entrambi i casi, comunque, il peccato contiene, e moltiplica sempre, uno snaturamento profondo del proprio valore di persona. In altre parole il peccato si configura come un tentativo impossibile di essere ciò che non si è.

La seconda conseguenza, allora, è che l'uomo rinuncia a camminare verso una felicità piena, perenne e regalata da Dio, e si accontenta di una felicità mediocre, momentanea e autoprodotta, perché sente che il proprio limite gli permette solo questo. Il peccato infatti raggiunge il bene parziale che ne ha costituito la causa, ma nello stesso tempo rinuncia a tutto il bene più grande che l'uomo avrebbe potuto vivere. Agostino lo dice così: il peccato è scegliere un bene minore al posto di un bene maggiore. E Gen 3, 22 lo anticipa chiaramente. Cioè, il peccato - un bene frammentato e depravato - che vorrebbe realizzarsi a prescindere da tutto il resto del bene che esiste, cioè Dio.

Questa dinamica è talmente profonda da spingere il peccatore, pur di avere una frazione di felicità, a non tenere in considerazione l'effetto di dolore e di male che egli infligge a sé stesso e agli altri con la sua azione. Tanto che, drammaticamente, il dolore stesso e la morte, per sé o per gli altri, possono essere intenzionati, scelti cioè, come apparente "felicità" perversa e mortifera, minimalissima da perseguire.

Di fronte a questa condizione del peccatore, Dio continua ad amare. Pienamente e radicalmente. Perciò l'effetto che il peccato ha su Dio non è quello di arrecargli un offesa. Perché l'offesa è in chi la riceve non in chi la produce. Ma Dio non si offende, non ha bisogno del nostro riconoscimento. Non si chiude all'uomo in modo risentito. E' e resta sé stesso anche di fonte al peccato. Proprio perché è superiore all'uomo: "Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo" (Os, 11,9) La differenza ontologica tra Dio e le creature impedisce di pensare che Dio si comporti come un essere offeso dal peccato.

Né tantomeno, di fronte al peccatore, Dio è preoccupato primariamente dell'adeguamento del suo comportamento alle regole etiche. Perché la legge serve solo a rivelare l'oggettività del peccato, ma non ha alcun potere di far uscire l'uomo dalla chiusura all'amore in cui è caduto. Anzi, più l'uomo si sforza di adeguarsi alle regole con le sue sole forze, più il peccato prende forza (Cfr Rm 7, 7-10). Una lettura del peccato ridotto a infrazione della regola etica è proprio ciò che Cristo non vuole (cfr Mc 2,27), perché ci riporta alla categoria economica del rapporto con Dio, che è ciò contro cui Gesù si scaglia in modo molto duro e pesante: "Non fate della casa del padre mio la casa dello scambio (Gv 2,16). Cioè non comportatevi con Dio secondo la logica del mercato.

Semmai l'infinita misericordia di Dio fa sì che lui si senta addolorato, perché nel peccato le sue creature perdono la possibilità della felicità e fanno del male a sé, agli altri e al mondo. Dio soffre per noi e con noi, nel peccato. "Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione". (Os 11,8) Dio non è concentrato su sé stesso, ma sul "peccatore", nel tentativo di trovare un modo, ad ogni costo, per riaprire quella porta chiusa o socchiusa, affinché la sua creatura possa tornare a credere che Dio vuole la sua felicità, ben di più di quanto lui stesso la voglia (Cfr Gv 4,10).

Visto dalla parte di Dio, perciò, il peccato, ben lungi dal rompere la relazione con le sue creature, stimola Dio a mettere ancora più attenzione sul peccatore, a guardarlo ancora di più con gli occhi dell'amore. A far si che sia Dio il primo a muoversi per andare a cercare chi sta nel peccato.

(3. continua)

 

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Questo articolo fa parte di una sertie di Gilberto Borghi su come raccontare oggi il mistero del male rimettendo davvero al centro la misericordia di Dio. 

Leggi qui sotto gli articoli pecedenti

1. Un nuovo piccolo catechismo sul peccato

2. Quando nasce il peccato?

 

17/07/2018 12:04 PietroB
O egolatria?
O non/amare?



17/07/2018 05:18 Francesca Vittoria
OFFENDERE?


12/07/2018 13:34 PietroB
Bisognerebbe inventare una parola nuova al posto di •peccato• troppo ancorato a schemi remunerativi suoerati..
Idolatria .. troppo difficile?



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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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