Nell'arte
Le due figlie
di Gian Carlo Olcuire | 01 luglio 2018
Basta davvero poco a chi ha fede… e, in più, guadagna una parentela importante!

 

LA GUARIGIONE DELL'EMORROISSA

(III-IV secolo, Roma, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro)

 

«Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male» (Mc 5,21-43)

 

Non si vede granché, in quest'opera, fatta di poco colore e di poche rapide pennellate... soprattutto pensando a quanta gente dovesse essere lì, a Cafarnao, pigiata addosso ai personaggi principali. Ma c'è l'essenziale, compresa la frangia del mantello, indizio - secondo il rabbino Di Segni - di come Gesù sia vestito da ebreo e di come la donna abbia toccato, simbolicamente, il nome di Dio. Inoltre, si vede soltanto una delle due donne risanate. Mentre sarebbe bello che l'arte non le separasse, perché le due storie, per quanto autonome, sono apparentate: nel senso che una donna - quella dell'affresco - ha scippato il miracolo a una dodicenne... e poi, forse, gliel'ha restituito con gli interessi.

Può essere che non sia semplice metterle nello stesso quadro. Al momento, i rari artisti che ci hanno provato non sono riusciti a rendere il furto e il risarcimento, avvenuti - nel giro di pochi minuti - tra due innominate: sconosciute l'una all'altra pur abitando nella stessa città (quando una nasceva, l'altra cominciava a chiudersi in casa) e sconosciute agli evangelisti, che non ne ricordano i nomi. Donne a cui Gesù regala due diversi ritorni in vita (uno dalla morte e l'altro da una malattia vista quasi come una lebbra). Che sono anche due ritorni in famiglia, a rigustare la gioia di sapersi figli: dei genitori e di Gesù, grazie alla fede.

Vale la pena - pure con un po' di immaginazione - aggiungere qualcosa sul prima e sul dopo, che dall'opera non si colgono. Di per sé l'intervento di Gesù è previsto per la sola ragazza moribonda, dopo le suppliche del padre Giairo, uno dei capi della sinagoga. Ma un'altra donna, afflitta da continue perdite di sangue, s'intromette di nascosto e, con un semplice tocco, riesce a ottenere ciò che è destinato alla prima.

Per di più dando l'idea d'averlo fatto apposta, per dispetto a Giairo. Lui, in confronto a lei, ha tutto ciò che si può desiderare: un nome, una reputazione, dei mezzi economici, la salute, una moglie... e persino la benedizione di una figlia di 12 anni. Mentre l'emorroissa, da 12 anni, ha la maledizione di una malattia che le impedisce d'essere moglie e madre, vive segregata... ed è quasi in rovina, avendo speso un sacco di soldi per delle cure che, invece di rimetterla in salute, l'hanno solo fatta peggiorare.

Così, nel vedere Giairo a un passo dal ricevere l'ennesimo privilegio, non regge più. Pensa: «So che non posso, ma devo assolutamente toccare quell'uomo. Anche solo le sue vesti». Poi, camuffata, si intrufola nella calca e, arrivata a pochi centimetri da Gesù, allunga la mano, sicura - in quel caos - di non essere notata. Senonché Gesù, sentendo un'energia uscire dal corpo, cerca di capire che cosa sia successo. Provocando la reazione - tra lo sconcertato e il divertito - di Pietro: «Dai, con la ressa che c'è, come si fa a sapere chi t'ha toccato?». A questo punto è probabile che la donna, rinata, alzi il dito per dire «Sono stata io» e in 12 minuti racconti al Signore 12 anni di vita: anni in cui il suo nome, non più pronunciato da nessuno, è andato perduto. Ed è facile che lui nemmeno voglia saperlo, se la chiama «figlia»: parola persino più bella del nome, perché esprime una relazione strettissima.

Nel frattempo precipita la situazione della figlia di Giairo e vengono a dire al padre di lasciar perdere, poiché non c'è più niente da fare. «Non temere, soltanto abbi fede!», gli chiede Gesù prima di entrare in casa sua. Qualcosa ci dice che quel «soltanto» gli sia stato ispirato dalla «figlia» acquisita, quando lei ha riferito la volontà di toccare «anche solo le sue vesti». E qualcosa ci dice che Gesù, oltre agli amici più cari (Pietro, Giacomo e Giovanni), si sia portato questa «figlia», in casa di Giairo, per aiutarlo ad avere più fede.

Così la giovane riprende vita grazie a Gesù e - osiamo credere - grazie a una donna, tosta come poche, che ha capito tutto di Dio. E fa capire - a Giairo e a noi - come la fede non abbia bisogno di chiedere prove e di fare domande... dopo ciò che ha già visto.

La guarigione dell'emorroissa, ottenuta ancor prima di vederla e di ascoltarla, non fa che aumentare la fama della potenza di Gesù, al punto da rendere superfluo sia il chiedere che il modo di chiedere. Da allora, per molti, in particolare per chi è distante, il desiderio massimo è avere con lui un contatto minimo. A condizione, però, che vi sia un qualcosa a unire: «almeno» una parola, oppure un'adesione fisica, non mentale.

È da questo sentire che nasce il culto delle reliquie dei santi, da non intendere come una forma di mitizzazione o di idolatria ma come un tenere accanto. Mentre il mito tende alla grande dimensione e a restare distante, la reliquia è piccola e vicina... per instaurare un rapporto personale col santo, dove la prossimità a una parte infinitesimale è sufficiente a rendere certi della prossimità totale: si è sfamati da una briciola.

Il pensiero dell'emorroissa - «anche solo le sue vesti» (Mc 5,28) - fa venire in mente espressioni analoghe: «di' soltanto una parola», detta dal centurione (Mt 8,8); «almeno il lembo del suo mantello», detta dalla gente in riva al lago (Mc 6,56); e soprattutto «almeno la sua ombra», detta dagli abitanti di Gerusalemme che confidano, per guarire, nell'ombra di Pietro (At 5,15). Sebbene sia impossibile venerare un'ombra e tanto meno conservarla, si ha bisogno di un rinforzo di fede, che viene trovato nel contatto fisico, nel sentire la vicinanza. D'altra parte, ancor oggi, coloro che chiedono preghiere a chi va in Terra Santa o a Lourdes o a Roma, convinti che siano luoghi più vicini a Dio, non si accontentano di conservare le parole di Gesù a Giairo («Soltanto abbi fede!»)...

 

 

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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