Nell'arte
La grande famiglia o quella piccola piccola
di Gian Carlo Olcuire | 10 giugno 2018
La scelta dell’una o dell’altra dipende dai nostri gesti di condivisione o di divisione.

CAINO E ABELE

(Tilmann Krumrey, 2010, Germania)

 

«Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». Mc 3,20-35

  

Dopo un’opera incentrata sull’attenzione verso ogni persona, eccone una – di segno opposto – sul primo omicidio della storia, seguito dall’imprescindibile declinazione di responsabilità («Sono forse io il custode di mio fratello?»). Un gesto compiuto non per il male ricevuto ma per il bene che l’altro ha fatto: causato, dunque, dall’occhio cattivo con cui l’altro viene guardato.

Odiare l’altro «per il bene che ha fatto e per le sue qualità che si vorrebbe avere e non si hanno» – fa osservare Enzo Bianchi – «è il peccato che distrugge famiglie e comunità, il peccato biblico di Caino, di Esaù, dei fratelli di Giuseppe». E distrugge pure chi lo commette, aggiunge Tilmann Krumrey, lo scultore e scenografo che, non limitandosi a rappresentare il delitto, mostra l’autolesionismo di chi fa il male.

Pur non citando espressamente Caino, le letture odierne ne ricordano i genitori, che non si fidarono di Dio preferendo separarsi da lui e fare da soli. Dando poi la colpa ad altri: Adamo a Eva (e a Dio che gliel’aveva messa accanto), Eva al serpente. A conferma del fatto che il piacere del male è sempre quello di dividere, di pensare che «meno siamo, meglio stiamo», di non amare le new entries e di temere chi si allarga.

È la paura delle autorità religiose, che, non sopportandone altre, accusano Gesù d’essere un indemoniato e di seminare divisione. Ed è la paura della famiglia naturale di Gesù, quando lo giudica «fuori di sé» e vorrebbe che si ridimensionasse.

Quindi, anziché lasciarci turbare dalle parole dure di Gesù e ritenerle un ripudio della famiglia, leggiamole non in un’ottica di divisione, ma di condivisione. Di proiezione, cioè, verso una famiglia più larga, meglio se la più larga possibile. Quella dove tutti sentono d’essere figli dello stesso Padre e quindi fratelli. Quella piena di gente che lavora per fare la volontà di Dio, quand’anche avesse un’altra età, un altro luogo di nascita (e quindi un’altra lingua), un’altra storia, un altro colore di pelle, un’altra idea politica, un’altra squadra del cuore… E quand’anche i familiari non fossero sempre simpatici…

La famiglia che dice «Padre nostro», invece di spargere zizzania e odio, ha da impegnarsi a riconoscere il bene, ad apprezzarlo e a donarlo per costruire pace.

12/06/2018 11:22 Angheran
Inutile cercare eufemismi , il direttore dell'Avvenire ha chiarito tutto:
"La politica sta dando voce alla parte meno nobile del paese". FINE...



11/06/2018 10:08 Francesca Vittoria
Se una casa è divisa è divisa in se stessa, non potrà restare in piedi.Mc.3.20-35. Oggi il quotidiano titola"Salvini respinge la nave dei disperati" voci pro e cons si sollevano . Il problema migrazioni colpisce al cuore e agli interessi dei cittadini europei che tolti per questo disturbo da un ménage tranquillo sono confusi in coscienza e Sentono minacciati i propri confini e interessi. Eppure non far approdare gente in mare è inumano va contro la carta costituzionale sui diritti dell'uomo. Molti di quei migranti parlano anche lingue europee, hanno magari parenti in loco, nei loro paesi parlano due lingue compresa quella commerciale. Ci si domanda se non sarebbe cosa degna farsi carico di questi, retaggio della storia passata dove tanti europei hanno scoperto nuovi mondi. Ora essi non sono sconosciuti e giustamente reclamano di essere aiutati. Le soluzioni finora praticate non sembrano aver dato risultati fruttuose da ambe le parti. Il compenso versato per il dare asilo non basta e non garantisce l'immigrato sbarcato perché è subentrato un commercio dove niente si salva, neppure la vita decente di chi è fuggito. Si direbbe che non si voglia proprio affrontare il problema alla radice proprio a mettere in pratica il diritto umano, il diritto anche per l'immigrato a non dover fuggire dalla propria terra, diritto a mirare ad essere considerato civile con tutto quanto ogni altro essere umano beneficia. Il cittadino comune fatica ad accettare che vi siano i mezzi per cercare nuovi mondi quando il nostro sta franando. Lo si legge tutti i giorni nelle note di fatti allarmanti che stanno interessando il pianeta. Perché non spendere invece per sanare queste situazioni come fame,guerre,povertà migrante esistente anche nei nostri villaggi europei ! Ecco che sembrerebbe cosa intelligente che tutti i Paesi coinvolti in questi problemi affrontino con senso di responsabilità andando alla radice per trovare un civile onesto consenso soluzioni che possano garantire non più soltanto il bene come né del proprio paese ma quello orma allargato alle vicende del mondo intero! E'allarmante il monito che giunge da scienza e ricerca dove tutti si è chiamati a contribuire con i mezzi che si dispongono alla salvezza del pianeta dove noi tutti viviamo. Meglio sacrificare qualcosa tutti perché diversamente tutti subiamo le conseguenze che già vediamo. Per il troppo inquinamento forse anche gli ordigni bellici concorrono con la plastica a inaridire terreno fruttuoso e la moria degli animali e l'emergere di malattie sconosciute. Credo ci sia da riflettere se non secondo coscienza almeno per convenienza. A cosa serve aver raggiunto tanti successi in tutti i campi se viene a mancare la vita umana nel pianeta!
Francesca Vittoria



10/06/2018 08:00 Antonella Patrizia Mazzei
La paura è il peggior nemico della "grande famiglia". Preghiamo e operiamo per esserne liberati. Nell'amore -scrive San Giovanni- non c'è timore" (Gv 4,18).


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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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