Sulle nostre gambe
di Alessandro Speciale | 02 febbraio 2011
Sul «disagio» per le prese di posizione «troppo timide» della gerarchia e sul confronto molto franco degli assistenti delle Acli con mons. Crociata

Si é molto scritto in questi giorni della “indignazione” che serpeggia, nella Chiesa, per gli svaghi del dopocena del nostro presidente del Consiglio, e della insoddisfazione della 'base' nei confronti di una gerarchia accusata di essere troppo timida, troppo diplomatica. Si citavano a sostegno, ad esempio, le quattro pagine di lettere pubblicate la scorsa settimana da Famiglia Cristiana – una piccola parte, a quanto pare, di quelle giunte in redazione. Si sperava in un crescendo, in una più netta presa di posizione di quella – valoriale e di certo non politica – offerta dal presidente della Cei Bagnasco la settimana scorsa.

Ma di tutto questo subbuglio io avevo solo prova indiretta, almeno fino a ieri pomeriggio. Poi, per motivi di lavoro, mi sono trovato ad assistere all'incontro degli assistenti ecclesiastici delle Acli con il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata. Le domande dei preti e degli attivisti sono state accese, esplicite, quasi stridenti; tutte, o quasi, sul caso Ruby, sulla timidezza della gerarchia, sulla scelta dei valori su cui si può negoziare o meno, e delle parti con cui farlo. Domande, mi vergogno un po' ad ammetterlo, molto più dirette e chiare di quelle sempre un po' piene di sussiego che noi giornalisti del 'giro' vaticano avevamo rivolto in conferenza stampa allo stesso Crociata appena venerdì scorso.

Il segretario dei vescovi, con il suo stile, ha risposto con un sorriso: “Abbiamo già parlato”, aveva confidato prima dell'incontro; inutile sperare in una “formula magica” da parte di qualcuno – vescovo, politico o chiunque altro – senza prima assumersi responsabilità in prima persona, ha ribattuto ai preti senza scomporsi.

Ciascuno può dare il giudizio che vuole sul modo in cui la Chiesa (o meglio: i suoi vertici) stanno accompagnando le convulsioni – e speriamo che siano doglie di un nuovo inizio – di questo periodo. Sicuramente é stato un bel momento di franchezza evangelica, di preti che non si vergognavano di essere uomini e cittadini, e di uomini e cittadini che si interrogavano, da preti, sul futuro della loro comunità e del loro Paese.

Però con qualche amico e collega una riflessione l'abbiamo fatta: possibile, ci siamo chiesti, che bisogna sempre aspettare la 'parola' che cade dall'alto? Anzi, non solo una parola: il piano d'azione e il programma tutto intero. E la famosa autonomia dei laici? Possibile che le associazioni dei cattolici non siano intervenute assieme – loro sì, come compete loro, entrando nel dettaglio delle leggi e della politica – per far sentire la voce dei cittadini italiani cattolici in questo momento?

Vero é che, come ha ammesso lo stesso Crociata, le associazioni si sono “impoverite” negli ultimi due decenni, e tralasciamo il perché. Ma i valori li conosciamo – o almeno ci proviamo ogni domenica -, il presidente della Cei li ha ripetuti senza possibilità di equivoci ad Ancona: riusciamo a ricominciare a camminare con le nostre gambe?

 

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Alessandro Speciale

Romano ma di formazione pisana, 30 anni, sposato, è giornalista vaticanista per l'agenzia Asca, scrive per Jesus e GlobalPost.com, collabora con la Radio Svizzera Italiana e Al Jazeera English, e viaggia ogni volta che può.

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