Nella musica pop
Quando la rockstar intona il canto di chiesa
di Sergio Ventura | 13 maggio 2018
Siamo di fronte ad un normale processo psicologico che può avvenire ogniqualvolta un simbolo del presente rievoca un passato positivo e lieto? Oppure siamo in presenza anche di un senso?

 

Una decina di anni orsono, durante una lezione dedicata al silenzio, una classe formata da quasi tutte studentesse si scoprì profondamente divisa. La scintilla che accese il fuoco che divampò in incendio fu un intervento banale, casuale di una di loro. Improvvisamente, un coro di voci si trasformò in un "soverchiarsi" di urla disarticolate. Sembrava riproporsi l'imbarazzante scena tra il conte Attilio e il signor Podestà nella "sala del convito" dove don Rodrigo ricevette per la prima volta fra' Cristoforo.

Ma se in quel caso ad interrompere la scenata fu dapprima "la sentenza" rivoluzionaria del frate e poi un buon fiasco di vino, nel nostro caso dipese da un'ispirazione che a posteriori oserei dire divina. Non so perché, ma di fronte a quegli attimi molto simili ad una possessione isterica, fallito sia il richiamo bonario che il più classico degli urlacci, intonai i primi versi del Pater noster in canto gregoriano.

La reazione fu stupefacente. Quando le studentesse si resero conto del brano cantato, s'arrestarono subito e, una dopo l'altra, s'acquietarono. Come se ai loro occhi e ai loro orecchi la follia del mio gesto fosse stata tale da comportare la fine di quella faida; come se avessi incarnato il capro espiatorio necessario per placare quel vicendevole divorarsi.

Lo stupore, però, si fece ancor più grande quando, dopo qualche attimo di silenzio ritrovato, prima una, poi l'altra, infine tutte le studentesse si accodarono con gioia al canto di quei versi. Cosa stava avvenendo? Stavamo pregando? No, non era quella l'intenzione - e sarebbe stato scorretto. Stavamo profanando la preghiera più sacra dei cristiani? Affatto. La recitazione era troppo rispettosa ed estremamente sentita dal punto di vista emozionale. Sembrava essersi riattivato, invece, un substrato positivo che da molto tempo non trovava più il modo - un enzima - per ritornare produttivo.

Non posso nascondere che anche in seguito, entrando in classi un po' caotiche o in fibrillazione, ho intonato per qualche secondo alcuni di quei canti di chiesa che tutt'oggi caratterizzano l'infanzia e la preadolescenza di un liceale. E ancora una volta, dopo sguardi ironici e perplessi, ho potuto osservare negli studenti l'effetto liberatorio di quei pochi versi cantati: "camminerò, camminerò", "ti solleverà su ali d'aquila", "tu sei la mia strada, la mia verità", "resta qui con noi, il sole scende già"...

Perciò non mi sorpresi, anzi vidi confermata questa esperienza, quando qualche anno dopo, il 25 novembre 2013, ascoltai una Laura Pausini - entusiasta ai limiti dell'esaltazione - cantare Servo per amore durante 'Edicola Fiore', il programma radiofonico mattutino condotta da Fiorello su Rai Radio 2. E mentre il noto show-man la guardava sbigottito, passando dall'essere apparentemente scandalizzato al sinceramente spiazzato, il resto dei presenti seguiva immediatamente la cantautrice emiliana, travolgendo con lo stesso entusiasmo ogni tentativo del presentatore siciliano di avvolgere tutto sotto un manto di sarcasmo.

 

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Un po' più grande, invece, è stata la sorpresa quando il 26 febbraio di quest'anno, durante una trasmissione radiofonica condotta da Fiorello su Radio Deejay - e simpaticamente chiamata 'Rosario della sera', il cantautore romano Alessandro Mannarino ha regalato una performance in parte analoga a quella della Pausini.

Quasi certamente preparata - come si evince dal tono dei due durante l'introduzione al brano (cfr.41:55), essa si è incentrata su un altro evergreen dei canti di chiesa: Symbolum 77. Interpretazione più problematizzante che dissacrante quella del cantautore romano, come è solito essere nella sua lettura della religione (qui a lungo indagata) e come è stata considerata nei commenti dei fan sotto i post su facebook dedicati all'ospitata. Chissà dunque il senso di questo richiamare alla memoria - con le parole di Mannarino - "una storia d'amore che ti distrugge, ti lacera e che va abbandonata" sin dalla prima fase dell'innamoramento - dalla canzone rappresentata...

 

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Tutto ciò può rallegrarci, a tratti intristirci, ma forse anche interrogarci. Nei tre casi evocati infatti, soprattutto se fissiamo l'attenzione sulla reazione del pubblico, ci troviamo di fronte ad un impulso volto a far riemergere dal passato emozioni positive, dunque cose-esperienze che hanno lasciato in noi tracce di gioia, o meglio di letizia, indelebili e che con il come-metodo giusto possono essere riattivate e riprodotte ancora oggi.

Mi domando però: siamo di fronte ad un normale processo psicologico che può avvenire ogniqualvolta un simbolo del presente rievoca un passato positivo e lieto? Oppure siamo in presenza anche di un senso e quindi di un compito religioso e teologico? Legato, dal punto di vista personale, al farsi piccolo, al conservare o al ritornare da adulti a quella parte dell'infanzia che non è infantilismo ma fanciullezza che ci rende veramente maturi? E, dal punto di vista ecclesiale, al non potersi né doversi accontentare di attendere il ritorno di qualche giovane reduce, grazie ai sacramenti e matrimoni futuri o a quegli uomini di Dio che con il loro carisma riporteranno alcuni giovani-adulti alla vita di fede ed ecclesiale?

Se così fosse, non si dovrebbe cominciare a ripensare la possibilità che questo legame tra musica, emozioni e fede faccia già parte dei prodigi con cui il Signore accompagna i suoi testimoni (Mc 16,15.20)? E possa dunque essere riattivato sin negli anni giovanili del liceo e dell'università, quando incontrollati si presentano i demòni e misteriose sono le malattie; quando i ragazzi a volte sono serpenti velenosi ed hanno bisogno certamente di ascoltare lingue nuove (Mc 16,17-18)?

 

 

 

17/05/2018 07:32 Lorenzo Pisani
Servo per amore, anno 1986; Symbolum '77 ... si dichiara da solo.
E' solo questione di motivetti orecchiabili che molti dei trentenni/quarantenni hanno imparato e cantato da ragazzini???
L. Pausini ci regala un momento pop. Il caso di Mannarino con Symbolum mi sembra diverso: si parte dalle parole. Anche Bollani, introducendo una sua versione del brano di Sequeri, aveva fatto la stessa cosa, era partito dalla parole.
https://www.youtube.com/watch?v=3aX1FnWa0xc
Ironia dissacrante, quindi non facciamo annessioni. Eppure questo sguardo dissacrante mette in luce quello che per me è un pregio del testo e che non avevo mai notato: la prima e terza strofa, prese da sole, sono una "canzone d'amore". La prima e la terza strofa dicono l'affidamento; poi la seconda e la quarta mettono un contenuto, confessano la Persona, anzi le Persone a cui ci si affida.
Mi piace pensare che questa "ambiguità" del testo sia un grande pregio, vuol dire che Sequeri sta proponendo alla nostra preghiera parole che hanno un significato anche fuori della navata del luogo sacro. Parole vere dunque. Magari fossimo sempre capaci di trovarle.
Talvolta invece andiamo a scegliere parole ampollose o artificiose, desuete, che fuori della Chiesa non pronunceremmo mai... e alla fine cosa rimane???
Capisco che Sergio Ventura volesse andare a parare da un'altra parte con il discorso musicale in rapporto ai giovani, mi perdonerà se sono andato OT



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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