Nella letteratura
«Dare la vita per i propri amici» al modo di Gesù, al modo di Primo Levi
di Sergio Di Benedetto | 06 maggio 2018
Tra le tante pagine letterarie che trattano i rapporti tra amici c'è un bellissimo passo di Primo Levi in cui racconta la sua amicizia con Alberto nel campo di sterminio di Auschwitz.

C’è una parola che torna tre volte nel vangelo di oggi: è la parola «amici». Il Maestro costituisce un gruppo di uomini che, da discepoli che erano, diventano amici. Amici perché scelti da Gesù, amici perché hanno condiviso con lui la strada verso Gerusalemme. E come ogni gruppo che nasce, una regola viene posta a fondamento: «amatevi gli uni gli altri».

Varrebbe la pena, oggi, riflettere sul tema dell’amicizia, uno dei doni più belli che una persona può sperimentare. Avere buoni amici è una benedizione, come ci ricorda la letteratura di tutti i tempi.

Si sente poco parlare, nelle nostre chiese, di amicizia, ed è un peccato. È così prezioso condividere con un amico i nostri giorni. E non dimentichiamo che vi è anche un’amicizia cristiana, come ci ricorda Aelredo di Rievaulx nel suo gioiello L’amicizia spirituale.

Tra le tante pagine letterarie che trattano i rapporti tra amici, mi piace ricordare un passo di Primo Levi, tratto dal bellissimo racconto Cerio, uno dei capitoli de Il sistema periodico. Sono pagine in cui il narratore racconta della sua amicizia con Alberto nel campo di sterminio di Auschwitz: luogo dell’eccesso di orrore, ma luogo in cui ci può anche essere l’eccesso di gratuità, di affetto, di amicizia.

È un passo che ci può far capire anche quel versetto incastonato nel vangelo di oggi: «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

Ma noi, nelle nostre quotidianità, come possiamo dare la vita per i nostri amici?

Levi –racconta- trova nel Lager del cerio, ma lo ritiene inutilizzabile. Alberto, invece, fa di quell’elemento chimico uno strumento di sopravvivenza: di cerio sono fatte le pietrine degli accendini, dunque si possono costruire degli accendini da vendere al mercato nero del campo. Un accendino vale una razione di pane, cioè un giorno di vita in più ad Auschwitz. Quindi, facendo i calcoli, con il materiale recuperato dal protagonista si guadagnano due mesi di vita.

Su tutto ciò Levi è scettico: ed ecco che interviene Alberto, che non approfitta dei dubbi dell’amico per ottenere l’intero materiale, ma lo mette a parte dei suoi progetti, lo istruisce, ma soprattutto lo esorta nel momento dello sconforto:

Alberto mi redarguì. Per lui la rinuncia, il pessimismo, lo sconforto, erano abominevoli e colpevoli: non accettava l’universo concentrazionario, lo rifiutava con l’istinto e con la ragione, non se ne lasciava inquinare. Era un uomo di volontà buona e forte, ed era miracolosamente rimasto libero, e libere erano le sue parole ed i suoi atti: non aveva abbassato il capo, non aveva piegato la schiena. Un suo gesto, una sua parola, un suo riso, avevano virtù liberatoria, erano un buco nel tessuto rigido del Lager, e tutti quelli che lo avvicinavano se ne accorgevano, anche coloro che non capivano la sua lingua. Credo che nessuno, in quel luogo, sia stato amato quanto lui. Mi redarguì: non bisogna scoraggiarsi mai, perché è dannoso, e quindi immorale, quasi indecente. Avevo rubato il cerio: bene, ora si trattava di piazzarlo, di lanciarlo. Ci avrebbe pensato lui, lo avrebbe fatto diventare una novità, un articolo di alto valore commerciale.

Sono parole che andrebbero lette e rilette: vi è, in sintesi, il ritratto ideale di un buon amico, che è, prima di tutto, un uomo buono. Alberto non soccombe al Lager, custodisce la sua libertà, porta luce là dove il buio è più fitto.

È anche questo un modo di «dare la vita», cioè trasmettere vita dove regna la morte: dare la vita non significa solo sacrificarsi per qualcuno, ma anche diffondere il bene dove sembra vincere il male, usare condivisione dove vige l’egoismo, seminare speranza nei cuori preda della disperazione.

È il modello che Gesù consegna agli amici, è il ritratto che consegna a noi per vivere gratuitamente l’amicizia e «dare la vita» per i nostri e ai nostri amici.

Primo Levi sopravvisse al Lager; Alberto, invece, non superò la terribile marcia della morte seguita all’evacuazione di Auschwitz ad opera dei nazisti.

 Alberto non è ritornato, e di lui non resta traccia.

 Non è vero.

Una traccia resta: sono le immortali parole di Levi per l’amico, perché l’amicizia vera, come l’amore, vince la morte.

 

 

 

07/05/2018 17:21 Sergio Di Benedetto
Grazie a lei, suor Carmela, per le sue risonanze! E grazie anche a Francesca Vittoria, per lo stimolo.


07/05/2018 09:49 Francesca Vittoria
.....e di lui non resta traccia. Questa pagina di una persona così ricordata , di questo amico-luce di amicizia, la traccia l'ha lasciata se oggi lettori di questa pagina lo conoscono sanno chi era l'Alberto, un amico nei tempi difficili di cui vi è traccia nel ricordarlo come ricordiamo le persone care della nostra famiglia e come lasciano tracce scritte nei cuori tutt'e quelle che praticano l'amicizia con lo spirito generoso del Samaritano. Forse si dovrebbe pensare e ricordare di più chi è da chi abbiamo ricevuto anche soltanto un saluto uscendo di chiesa senza altra conoscenza che l'aver partecipato alla messa, o quella parola incoraggiante che ti è preziosa quando stai naufragando in un mare di infelicita e ti arriva quando meno te l'aspetto proprio mentre fai la comunione di quel parroco conservi calcificata memoria. L'amicizia e oggi rara perche richiede la sincerità, il riconoscere che esiste la gentilezza la quale è contraria al calcolo che tanto invece è diffuso nell'animo delle persone. """Vi ho chiamati " amici"""", anche Lui si è fidato dicendo questo, ha dato prima di ricevere , ha dato senza che siano tornati indietro per ringraziarlo, ha dato a persone che lo hanno e anche oggi combattono le sue idee, malgrado quanto di buono queste contengano se messe in pratica; di Lui si fanno vanto , gli stanno d'intorno, come fedeli al seguito ma facendo affari propri , Imparare la sua amicizia bisogna avere un cuore , in forma dialettale che ricordo, per definire uno che non prova sentimento per gli altri, evviva definito "ha un cuore con il pelo" suppongo significhi ' impermeabile' difficile a essere raggiunto anche dall'amicizi Francesca Vittoria


06/05/2018 22:32 Sr Carmela Pizzonia
Egregio e caro Dr. Sergio di Benedetto, grazie delle sue pagine.
Non entro nel tema dell'amicizia, che è il contenuto principale o meglio unico di questa pagina.
Punto invece su Levi, avendo incontrato proprio in questi giorni anche un'altra sua bella pagina (su il lavoro ben fatto anche in un ambiente di costrizione). Non posso dire di conoscerlo, ma resto tanto meravigliata e addolorata per il suo non essere riuscito a portare avanti 'fino alla fine' la sua vita, lui così acuto e così sensibile. Che mistero 'amaro' c'è mai in lui? Una 'lezione' a noi per saper vivere l'amicizia anche per le persone non più tra noi e per inventare alla luce di Gesù un'amicizia viva per chiunque ci capita di avere prossimo, sapendo accorgerci della sua prossimità? E anche un invito a chiedere perdono, almeno nel proprio cuore e dinanzi al Signore, per non essere forse mai o sicuramente non sempre, tanto amici e tanto 'risolutivi' di bene e di vita nella sorte di altre persone? Sì, bisogna allenarsi all'amicizia nelle nostre quotidianità, fino a dare la vita nelle quotidianità per i nostri amici, facendoci noi amici degli altri, siano o no nostri 'reciproci' amici.
Grazie ancora e buon proseguo del mese di Maggio, in compagnia di Maria, a Madre e Sorella tenerissima, che dalla sua esperienza di amicizia con il suo figlio può ottenerla pure a noi.
Sr Carmela



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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