Nell'arte
Fare la propria parte
di Gian Carlo Olcuire | 29 aprile 2018
Non siamo i vendemmiatori, ma i rami. Solo se restiamo uniti alla vite, abbiamo la linfa che ci dà la voglia e la forza di portare frutto

 

LA VENDEMMIA

(primo quarto del XIII sec., Chartres, Cattedrale di Notre-Dame)

 

 

«Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv 15,1-8)

Lui la vite e noi i tralci: ancora una volta il Signore parla di sé per mezzo di una metafora. Che, non essendo semplice da rendere, è raffigurata poco e in modo poco felice. Con un Cristo che pare appollaiato su un albero (in alcune icone russe) oppure che, diramandosi a partire dalle mani, viene a somigliare all'Uomo Ragno: da quello di Lorenzo Lotto (nella Cappella Suardi, a Trescore Balneario) fino a quello di Bruno Ceccobelli (nel Lezionario della Chiesa cattolica italiana), tutti i tentativi portano ad ammettere che, in questo caso, la figura retorica funziona meglio a parole.

Ragion per cui - dovendo far ricorso a un'opera d'arte - è preferibile attingere al lavoro agreste (un tema che, fra XII e XIII secolo, con la scusa di celebrare i mesi dell'anno, ha fatto irruzione nelle nostre chiese)... e, in particolare, a un'immagine di raccolta dell'uva.

Se infatti, in alcune parabole, la vigna è presente come sfondo, stavolta è in scena da protagonista. Perché Gesù si identifica con la vite, aggiungendo d'essere «la vite vera», mentre assegna al Padre il ruolo dell'agricoltore e ai suoi quello dei tralci. Ciò per dire l'impossibilità di portare frutto da soli e, insieme, la grande opportunità di farlo rimanendo uniti a lui (nei primi dieci versetti, si usa il verbo rimanere per dieci volte).

Volendo andare fuor di metafora, è facile immaginare in che cosa consista - in assenza di frutti - il taglio dei rami secchi, come pure - in presenza di frutti - la potatura dei tralci. È più consolante uno sguardo prolungato sui vendemmiatori, per avere la conferma di quanto sia bella la gioia di dare frutti in abbondanza (e di quanto sia brutta la sterilità).

 

 

 

04/05/2018 09:19 Francesca Vittoria
La vigna come definizione di cosa significhi essere uniti a Cristo, essere sua Chiesa, suo gregge, suo popolo per il regno che dovrebbe essere già, questa metafora non si può dire non sia la più lampante risposta di Cristo lasciata ai posteri perché "vedano" , "leggano" dai frutti se siamo e viviamo nel contesto descritto, se siamo pampini che danno frutto o, secchi, o rigogliosamente improduttivi. Malgrado tant'è leggi sulle quali far vivere un popolo in uno spirito di costruttiva democrazia, per il fatto che non si tragga nutrimento dalla vera linfa, la pianta pur verde non da frutto. Un popolo che si è distinto per aver avuto Uomini le cui azioni hanno tratto ispirazione e vigoria dai saldi principi radicati e linfa vitale della vigna, non sono più presenti oggi. Essa, la vigna è passata ad altro/altri coltivatori, che si è stata ingrandita ma non produce più frutto, "non avremo più vino, o questo non sarà della qualità il cui vino darà ristoro, allegria, . I lavoratori la guardano e non sanno capire da dove viene la malattia della pianta , Semplicemente la vigna non è stata coltivata seguendo le direttive di quel padrone che guardava alla qualità del vino, buono ad essere sorseggiato e assaporato senza arrivare all'ubriachezza , a recare danno alla persona. Il quadro della società cui facciamo parte, e dei più deludenti, una inerzia di pensiero rende inutile ogni tentativo di salvare la pianta che viva di uno spirito democratico il quale ha tratto forza dagli ideali , che soli costruiscono il futuro dando idee, coraggio capacità ai lavoratori i quali oggi stanno con braccia inerti aspettando un Qualcuno che si prenda cura di loro, indirizzandoli sulle vere cose buone da fare sul campo prima che la malattia faccia morire tutte le piante. Io sono la vera vite e voi i tralci, senza di me non potete far nulla"" Quanta verità in questa Parola, perché lo vediamo, lo constatiamo, ogni giorno ci viene riportato dai ricercatori i magri risultati raggiunti insufficienti ai bisogni di tanto popolo.
Francesca Vittoria



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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