Nell'arte
Votati l’uno all’altro
di Gian Carlo Olcuire | 22 aprile 2018
Questa è la prima di tre domeniche in cui ci si stacca dagli avvenimenti post-resurrezione. E, prima dell’Ascensione, ci si stringe a meditare sul legame tra noi e il Signore.

IL BUON PASTORE

(360-70, Brescia, chiesa di Santa Maria in Solario, Museo di Santa Giulia)

 

«Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me… e do la mia vita per le pecore». Gv 10,11-18

 

Anche nella storia delle figure ci sono fenomeni inspiegabili. Uno, ad esempio, è la persistenza delle suore “cappellone” in film recenti, nonostante le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli abbiano dismesso da più di 50 anni l’ampio copricapo bianco. Sarà che si resta affezionati all’immagine più riconoscibile o più cara…

Pressappoco è ciò che succede al buon pastore, che, 99 volte su 100, nell’immaginario di ciascuno e nell’arte, è colui che lascia 99 pecore sicure per cercarne una sola; e, dopo averla recuperata, se ne torna con lei in spalla o in braccio. Che cosa può giustificare il successo di tale immagine? Il lieto fine? Il fascino del cucciolo, precursore dei gattini di Facebook? Il fatto che ci si immedesimi nella pecora salvata? Il ricordo di come il pastore si faccia poi agnello?

La sorpresa nasce dal fatto che, nei Vangeli, non si trova solo la versione della parabola della pecora perduta e poi ritrovata (Mt 18 e Lc 15). Gesù, infatti, utilizza il buon pastore come metafora per parlare di sé (Gv 10), mostrando una figura più articolata, capace di dire il suo legame strettissimo con ogni pecora e di ogni pecora con lui. 

Eppure questa seconda immagine di buon pastore è assai rara. Forse per la presenza del gregge, che oscura la pecora singola? O perché presuppone un’unione duratura, ben più impegnativa – rispetto a un salvataggio occasionale – sia per il pastore che per le pecore? Per quanto la parabola citata da Matteo e Luca possa essere drammatizzata, con l’animale soccorso tra i rovi o sul ciglio di un precipizio, non c’è paragone con una guida che affronta il lupo: il pastore del Vangelo di Giovanni non si limita a fare una buona azione. Se è incapace di scappare davanti al pericolo come fa il mercenario, è perché ama i suoi e ne è riamato, difendendoli anche a prezzo della vita. E se viene percepito come bello, è perché si è consacrato alla cura e all’ascolto delle pecore.

Questo reliquiario in avorio, risalente all’ambiente e al periodo di Sant’Ambrogio, rappresenta, in modo sintetico, il contenuto del discorso di Gesù: il pastore che è anche porta, il gregge, il lupo e il mercenario che se la dà a gambe. Sono elementi giustapposti, che, pur non raccontando una storia, dicono la passione e la preoccupazione del Signore per i suoi. E, naturalmente, la felicità dei suoi nel restare legati a uno così.

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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