Nella letteratura
La tavola del Risorto e la tavola del Manzoni
di Sergio Di Benedetto | 15 aprile 2018
Come i discepoli che provarono «una grande gioia», così la tavola dell'amicizia e dell'ospitalità, che si apre al povero, allo sfortunato, a chi è solo, come una necessaria componente (eucaristica) del pasto, dona «sollievo» alle pene di Lucia. È la pace del quotidiano, la serenità del gesto semplice

 

Nei grandi fatti che riguardano la Pasqua, e che il Vangelo di oggi richiama come un'eco, vi è un costante riferimento a una dimensione familiare, racchiusa nella delicata domanda del Risorto, forse (mi piace immaginare) detta con un sorriso: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».

A tavola si ricostituisce l'amicizia, si rinnovano i legami: «una porzione di pesce arrostito» è quanto i discepoli presentano nel piatto del Maestro nuovamente vivo e concretamente presente: quale luogo migliore del tavolo, dopo l'ultima cena, per sciogliere i dubbi e iniziare a gustare insieme la gioia della vita rinata?

La tavola è il luogo in cui, con le pietanze, il Risorto rincuora e scaccia le paure.

Tra le tante tavole della letteratura, il brano del Vangelo di oggi me ne ricorda una in particolare: è una tavola manzoniana, la tavola del sarto, a cui Lucia siede con la moglie dell'uomo e i suoi bambini. È il pranzo della serenità ritrovata, dopo il dramma del rapimento della ragazza ad opera dei bravi dell'Innominato e la notte dell'angoscia e del terrore.

Un pasto di famiglia, nel XXIV capitolo de I promessi sposi, per sperimentare, nuovamente, un poco di riposo, di letizia, e di umana vicinanza:

La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina, s'affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa rinnovava ogni tanto.

Presto presto, rimettendo stipa sotto un calderotto, dove notava un buon cappone, fece alzare il bollore al brodo, e riempitane una scodella già guarnita di fette di pane, poté finalmente presentarla a Lucia.

Al brodo seguirà il cappone stesso, cucinato dalla donna con i condimenti dell'ospitalità e della premura, un cappone mangiato allegramente da tutti

Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender Lucia, ve l'accompagnò, la fece sedere; e staccata un'ala di quel cappone, gliela mise davanti; si mise a sedere anche lei e il marito, facendo tutt'e due coraggio all'ospite abbattuta e vergognosa, perché mangiasse. Il sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand'enfasi, in mezzo all'interruzioni de' ragazzi, che mangiavano ritti intorno alla tavola, e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte d'ascoltatori. Descriveva le cerimonie solenni, poi saltava a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva fatto più impressione, e su cui tornava più spesso, era la predica del cardinale.

Ed è proprio nel ripetere alcune parole dell'arcivescovo in riferimento alla povertà e alla carestia («la disgrazia non è il patire, e l'esser poveri; la disgrazia è il far del male») che il buon sarto, chiacchierone e simpatico, si ricorda che non c'è vera gioia se il povero che sta alla porta manca del necessario, e agisce di conseguenza:

Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch'eran sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: - piglia qui -. Le diede nell'altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: - va' qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po' allegra co' suoi bambini. Ma con buona maniera, ve'; che non paia che tu le faccia l'elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere.

L'effetto della condivisione discreta con il povero è, come per il pasto del Risorto, la gioia, unita alla pace:

Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tenerezza ricreatrice; come già da' discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo che un discorso fatto apposta non le avrebbe potuto dare.

Come i discepoli che provarono «una grande gioia», così la tavola dell'amicizia e dell'ospitalità, che si apre al povero, allo sfortunato, a chi è solo, come una necessaria componente (eucaristica) del pasto, dona «sollievo» alle pene di Lucia. È la pace del quotidiano, la serenità del gesto semplice, ma fatto con cura, del cucinare come atto di attenzione per l'altro.

Così il «Pace a voi» pronunciato dal Risorto diviene abitudine e missione, anche gustando un piatto in famiglia.

 

 

 

 

21/04/2018 06:32 Francesca Vittoria
Alla tavola descritta dal Manzini ha luogo un desinare famigliare, che anche riflette lo stesso spirito che è a quella di Gesù Cristo con i suoi cari discepoli, amici li ha chiamati, Lui il Signore della vita, offre e condivide quel pane che alimenta la vita di ogni uomo. il Suo insegnamento e ben ricordato alla tavola manzoniana, dove chi sta godendo di un pasto conviviale famigliare fa parte non solo con gli ospiti ma si ricorda di un'altra famiglia che vive in altra condizione e non offre " le briciole , ciò che avanza, ma condivide ciò che è alla sua tavola con la delicatezza di offrire e rendere bene accetto alla Dignità della persona nel bisogno. ' E'dallo spirito del Risorto che trae buona ispirazione quel condividere il proprio bene al goderne insieme. Oggi nel nuovo millennio, con la meraviglia di tante scoperte e il raggiungimento di tante mete spaziali, ancora ci troviamo a invocare che l'insegnamento cristiano torni ad essere apprezzato, considerato come unica via al raggiungimento della fraternità fra i popolo che devono riconoscersi non tanto per quanto di vantaggio economico trarre risorsa ma in quanto a desiderio di sincera amicizia, di autentica solidarietà n spirito di uguale dignità e superando le asperità di vedute con un dialogo costruttivo i pace e bene comune. I fatti non danno ragione dell'esistenza di questo spirito, c'è tendenza a chiudersi nel proprio star bene e se qualcosa viene offerto è sempre in cambio di altro. La poca fiducia nel prossimo è data proprio dall'assenza dei grandi ideali quali la dignità della persona umana in qualsiasi situazione si trovi, la generosità che non chiede in cambio qualcosa che non profitta della povertà del proprio simile per trarne vantaggio in ricchezza e potere. Si lo spirito cristiano è un modello che non è stato superato da altri che si pretende vengano adottati ed è il solo che ha costruito creando unione tra i popoli e capace di mantenere. Rivediamo questo modello che crea la pacifica convivenza e siamo capaci di farlo vivere e proporlo come scelta lungimirante per il bene di tutti
Francesca Vittoria



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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