La sintesi
Luoghi e linguaggi
di Gilberto Borghi e Sergio Ventura | 31 marzo 2018
I giovani ci chiedono che la Chiesa-in-uscita abiti i luoghi e comunichi in essi mediante persone veramente innamorate di Dio, mosse non dal ruolo che ricoprono - o dal dovere ecclesiale - ma solo ed esclusivamente dall'aver sentito di essere profondamente amate da Dio

 

Sollecitazione nei giovani del loro desiderare. Grazie all'evocazione di una novità - sensata e sobriamente gioiosa. Da parte di modelli con chiaroscuri sì - e perciò reali, ma incoraggianti e liberanti. Nella conseguente gradualità e ponderatezza delle grandi scelte - quando esse avvengono. Non invece induzione di bisogni nei giovani - mascherata da riattivazione dei desideri. Attraverso la manifestazione di una felicità, apparentemente euforica ma infine insensata. Da parte di idoli affascinanti perché netti - e perciò ideali, ma disilludenti e manipolatori.

Questo è emerso dall'ascolto sincero e leale di quanto detto "con coraggio" e "senza vergogna" da parte dei giovani incontrati nelle loro singolarità durante i mesi precedenti.

Non deve sorprenderci, quindi, un passaggio del Documento Preparatorio al Sinodo dei Vescovi in cui si ricorda che per giungere "a una scelta matura (...) è necessario un cammino che passa a volte anche attraverso strade imprevedibili e lontane dai luoghi abituali delle comunità ecclesiali" - a partire dai semplici "luoghi della vita quotidiana" (III.1).

Sorprende piuttosto il fatto che nel momento in cui il Documento (III.3.§2) affronta la questione dei "luoghi specifici" dell'"azione pastorale" esso non indichi già degli exempla di quella audacia e creatività invocata, ma proceda con un elenco generico dei soliti noti (GMG, eventi, oratori, università e scuole cattoliche, volontariato, movimenti ecclesiali, pellegrinaggi, etc.). Per poi sì invitarli all'utile "costruzione di una rete integrata di proposte", ma soprattutto verificarne, attraverso il questionario, la capacità di incontrare in modo affascinante i giovani nei luoghi di loro maggiore aggregazione.

Non possiamo non notare qui, come altrove nel documento, la totale assenza anche solo di un minimo riferimento a quella forma di "presenza della Chiesa tra i giovani", di Chiesa-già-in-uscita che è l'insegnamento della religione - o meglio della teologia - nelle scuole. Spesso, in realtà, esso solo ha il linguaggio per indicare agli studenti esperienze pastorali già "audaci e creative" come quella di Binario 5; altrettanto spesso esso è l'unico luogo in cui la Chiesa può incontrare le ormai 'novantanove pecorelle' allontanatesi dall'ovile o impegnarle in attività di prossimità ai poveri e ai migranti. Oggi certamente soprattutto in Europa, domani probabilmente anche laddove avanzeranno i complessi fenomeni della secolarizzazione e dell'individualismo consumista.

In ogni caso, la risposta giovanile alla suddetta preoccupazione ecclesiale può risultare spiazzante: "è la qualità dei servitori della Chiesa che fa davvero la differenza, a prescindere dal luogo" (Giorgio). E' come se vi sia, da parte dei ragazzi interpellati, una richiesta trasversale affinché questa Chiesa-in-uscita abiti i luoghi e comunichi in essi mediante persone veramente innamorate di Dio, non mosse dal ruolo che ricoprono - o dal dovere ecclesiale - ma solo ed esclusivamente dall'aver sentito di essere profondamente amate da Dio.

Che poi il fascino della bellezza e della gioia di questo sentirsi amati (da Dio) agisca sulle attese ultime del cuore è qualcosa che può anche avvenire, come sostengono Andrea e Maura, ma che deve sempre essere messo in relazione dialettica con quanto già emerso in tema di rapporto, da un lato, tra ricerca giovanile della felicità e proposta adulta della gioia cristiana, e dall'altro lato, tra desiderio e domande di senso.

Altrimenti si finisce per non comprendere - e quindi giudicare male - la possibilità che tale gioia e bellezza possa intimorire o apparire ridicola, ovvero che tale meccanismo di fascinazione ed attrazione possa essere valutato - da giovani come Michelangelo - sconfitto in partenza perché non alternativo, ma contaminato - e per questo sottomesso - ai meccanismi dell'attuale versione consumista del capitalismo.

Perciò, nell'orizzonte giovanile, balza subito in primo piano la necessità, non di strategie efficaci, ma di testimonianze di vita "autentiche" (Daniele), insieme a una trasmissione sensata di ciò in cui si crede e a un'organizzazione liturgica meno "bizantina" e più "raccolta" (Giovanna). Ricordando - come fa Maura - quanto sia difficile oggi "fare una distinzione netta tra 'qui c'è la Chiesa' e 'qui non c'è la Chiesa'"; quanto questo confine sia di fatto molto più sfumato e quindi quanto ciò, lungi dall'essere un problema, si riveli un'opportunità, perché le distanze tra un 'noi' che crede e un 'loro' che non crede si accorciano e i confini si rendono 'valicabili', permettendo una comunicazione più vera ed efficace. Perciò giovani come Giulio sono assolutamente convinti che, soprattutto nell'ambito della testimonianza e della trasmissione, sarebbe necessaria e sufficiente una presenza di "laici" maturi e ben educati nella fede, senza dover ricorrere a delle strutture superorganizzate.

In definitiva, "il punto non è con quale mezzo la Chiesa cerchi il confronto con i giovani, il punto è se la Chiesa cerca un confronto reale con i giovani o cerca di acchiapparli per fare numero: attivare pensieri o attrarre persone? cercare il senso o la bella presenza?" (Daniele). Dirimente, quindi, diventa l'intenzione e la qualità che anima l'evangelizzatore. Non è più tempo di "proselitismo" larvato o nascosto (Giovanna), né di "ansia colonizzatrice" che penetra e permea tutti gli spazi vitali con un "doppio fine moralista" (Daniele). E' invece tempo di incontri, confronti - e magari anche scontri - che siano però "significativi" anche se "apparentemente poco affascinanti" (Daniele). Due o più persone si raccontano per quello che sono - certo non per essere trattati da "stupidi" (Giovanna) o da "scemi" (come dice Papa Francesco) - e in questo raccontarsi "complesso" qualcosa della presenza di Dio si comunica tra di loro.

Sul piano della relazione allora, dove si gioca lo stile della Chiesa-in-uscita, i punti di partenza non possono essere che "l'ascolto delle necessità altrui" (Simone) e "l'abitazione dei suoi stessi luoghi e linguaggi" (Giovanna). Il che vuol dire: accoglienza amorevole di come si è, sospensione del giudizio e soprattutto di ogni richiesta immediata di cambiamento o di rinuncia a parti di sé, condivisione delle esperienze e condizioni di vita, fino a poter percepire l'altro nel suo vissuto profondo e proporgli una crescita umana integrale.

Non a caso - e lo abbiamo sperimentato in noi o negli altri - "una volta che il dialogo è aperto, gli uomini e le donne di Chiesa possono dire la propria, accompagnare o persino salvare" (Daniele): non "aderisco e seguo perché ho preso l'impegno di farlo", ma "aderisco e seguo perché capisco che mi fa bene e che mi aiuta" (Andrea). E questa non è strategia, ma il semplice rispetto di quelle che sono da sempre le condizioni umane di una comunicazione che voglia essere efficace, affinché "tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell'altro" (EG 169).

Tale postura relazionale potrebbe risolvere anche un apparente dilemma che oggi abita le nostre comunità, quando cercano strade di evangelizzazione: Cristo va esplicitato chiaramente o va lasciato implicito dentro al servizio umano alla persona (ad es. il pub Church, gli street Pastors, etc.)? In realtà, esso è un falso dilemma, perché se io ho davvero un mazzo di fiori profumati in tasca, non importa che lo dica, se sarà l'altro ad accorgersene e mi verrà ad interrogare lui sul quel profumo. Se poi non verrà, posso anche esplicitarlo, ma facendo attenzione a non perdere l'essenza di quel profumo. Se infatti i fiori non emanano profumo, posso dirlo apertamente quanto voglio, ma nessuno crederà davvero che li ho.

In tal senso proviene dai giovani una forte spinta a ripensare il rapporto-divisione tra "sacro" e "profano", spesso tradizionalmente declinato nel rapporto-opposizione tra "spirituale" e "corporeo". Le loro testimonianze - su tutte quelle di Alice e Francesco - vanno nel senso di un recupero del valore attribuito al profano, alla corporeità, al corpo che danza e che gioca - alla musica e allo sport, quali luoghi non solo di rivelazione ma anche di origine del sacro, dello spirituale. Certo, un'educazione al controllo della corporeità non potrà mai venire meno, ma senza che scada in un'impostazione che è quasi repressione.

Ultimo - ma non da ultimo - "schiaffo" tirato dai giovani è quello che ci invita a riconoscere come il rapporto tra contenuto della comunicazione e linguaggio espressivo non sia come quello tra individuo e vestito, ma piuttosto tra persona e habitus: "non è sufficiente un cambio d'abito senza un cambio anche di persona" (Giovanna). Il linguaggio incide sul modo di pensare e organizzare il contenuto, sulle priorità e sugli accenti, su ciò che va messo in primo piano e ciò che, pur senza dimenticarlo, va però spostato sullo sfondo. In questo senso, similmente a Papa Francesco, "potrebbe essere necessario trovare, tra i tanti aspetti dell'insegnamento del cristianesimo, quelli che allo stato attuale vanno maggiormente sottolineati e quelli sui quali troppo si è insistito e che ora andrebbero un minimo tralasciati" (Giovanna).

Ciò significa, da un lato, rincentrare il messaggio sull'essenziale della fede, come se davvero si dovesse procedere ad un nuovo inizio di evangelizzazione per i post-cristiani di oggi; dall'altro lato, presentare gradualmente i contenuti, in rapporto alla crescita effettiva e alla disponibilità di accoglienza dell'interlocutore, "facendo leva sui lati più comprensibili della fede" e "dividendo il messaggio su livelli sempre più complessi" (Giulio).

Sì, dire la stessa cosa in modi diversi non è dire la stessa cosa. Ed allora, forse, è proprio "il messaggio a dover essere ripensato, aldilà del mezzo: il brano di Pasolini sulla Chiesa all'opposizione è indicativo" (Giulio). Ma l'antico messaggio si rinnoverà solo entrando nella vita delle persone. Solo se "i ragazzi capiscono di poter dare loro stessi un'interpretazione nuova, di poter dare vita alle vicende [bibliche], la Chiesa si manterrà ancora viva" (Daniele). Questa è la sfida per i giovani, questa è la sfida per "una Chiesa dal volto giovane, ma non truccato: non ringiovanito artificialmente, ma ravvivato da dentro" (Papa Francesco).

 

 

 

04/04/2018 10:58 Francesca Vittoria
È' la qualità di chi impersona Gesù Cristo che può avvicinare il giovane? Certo che chi è il portatore del messaggio già è maestro e animato da uno spirito tale da essere missionario della Parola, non solo, ma come è accaduto ai due discepoli che sfiduciati e dubbiosi si allontanavano da Gerusalemme, si sono trovati affiancati dal Maestro il quale, ha dimostrato così facendo di capire quanto sia difficile capire le cose che Lui stesso aveva già manifestato, e ridicendole dialogando ha aperto loro gli occhi. Però occorre anche desiderare di incontrare questo qualcuno, come qui si riporta , essere aperti alla disponibilità dell'ascolto!,,Quel bambino che ha chiesto alla sua maestra di catechismo guardando le icone della via crucis, se era leggenda? Era disponibile ad avere risposta, si è aperto alla maestra, le ha dato l'opportunità di raccontargli ....Alla frazione del pane, lì si sono aperti gli occhi, alle parole, fanno seguito i fatti, importanti e convincenti per credere...Oggi sembra che si viva costantemente di euforia , di esaltazione verso cose banali, come un oggetto che se preceduto da una descrizione essere eccezionale, tutti corrono. A constatarlo, salvo poi ritenerlo frutto di réclame e quindi valutare quanto non valesse la pena di scomodarsi ( si aprono gli occhi anche i nostri a vedere sia il nulla , ma anche emerge il bisogno di senso che anche un giovane può desiderare nel progettare con l'obiettivo del lavoro anche su quale binario camminare nella vita di Chi è su quali valori riporre fiducia , direi questa scelta prioritaria perche, qualunque scelta fatta oggi, più avanti si constata che un frutto buono con altri, c'è e questo è ricco di sapore, sazia a lungo e rende sopportabile le anche inevitabili amarezze.. È'da provata esperienza.
Francesca Vittoria



01/04/2018 21:37 Sara
Grazie del pensiero e della sua gentilezza Ale, ricambio gli auguri di cuore.
Buona Pasqua
:-)



31/03/2018 12:21 Ale.
Sperando che - nonostante tutto - lei continui a leggere Vino Nuovo, vorrei cogliere l'occasione per fare molti auguri di Buona Pasqua a Sara, che ci offriva tanti spunti per riflessioni e ampliamento di orizzonti.
Come vede, si sente la sua mancanza: nei commenti, queste criptiche e replicanti "argomentazioni personali" sono assai poco stimolanti come dialogo...
Comunque, Buona Pasqua di serenità e pace a ciascuno!



31/03/2018 08:29 PietroB
👍👍👍👍👍👍👍👍👍
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Gilberto Borghi, Sergio Ventura

Gilberto Borghi. Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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