Nell'arte
L'immagine che si dà di sé
di Gian Carlo Olcuire | 18 marzo 2018
Prima di lamentarsi d’essere dipinto male, occorre che il cristiano provi a rappresentarsi, dicendo ciò che per lui è fondamentale

 

SE IL CHICCO DI GRANO MUORE...

(XII-XIII secolo, Roma, Basilica di San Clemente)

 

«Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,20-33)

 

Saputo che dei Greci hanno chiesto di vederlo, a Gesù viene in mente di mostrare - più che la faccia - la croce gloriosa. Non ne fa una questione di comunicazione: Gesù non prende posizione contro l'apparire - in vista di una conoscenza meno superficiale - e neppure a favore dell'apparire il meno possibile - in vista di un aumento di interesse nei suoi confronti. Ne fa invece una questione di sostanza: «Se vogliamo svelarci fino in fondo, ci rappresenta meglio un chicco di grano... quando, come lui, ci spezziamo per dare frutto».

La preoccupazione della fecondità (ottenuta, peraltro, a caro prezzo)... si riflette nelle immagini con cui il cristiano si rappresenta. Qui facendo cogliere come la croce - da strumento di morte - possa richiamare tutt'altro, presentandosi come lignum vitae, cioè albero della vita... Capace di produrre una vegetazione sterminata e di dare ospitalità e nutrimento a un gran numero di animali...

Dopo le croci gemmate, ecco dunque un'altra croce trasfigurata, stavolta in un albero straordinariamente rigoglioso.

Sono bravi, i cristiani, quando colgono il significato di se stessi, come già facevano nei primi simboli delle catacombe. Muovendo sempre da un'autocoscienza, mandavano il messaggio d'essere dei salvati: «Eravamo in un diluvio e qualcuno ci ha tolti di lì, mettendoci in salvo». Di qui le immagini della colomba col ramoscello nel becco, della nave che trova il porto e dell'ancora. Sono ancora più bravi, i cristiani, quando riescono a innovare l'immagine che li rappresenta, senza farla mai diventare un luogo comune.

 

 

 

 

23/03/2018 23:12 Lorenzo Pisani
Ho continuato a rileggerlo questo pezzo.
La suggestione del mosaico di San Clemente era grande.
Ma le parole sono state profetiche o probabilmente ispirate.
Come Chiesa cosa vogliamo dire? Ci autopromuoviamo o parliamo di noi stessi come tralci?
E dopo un po', guarda caso, arriva al pettine il nodo Viganò.

Certo se uno vuole presentarsi, correttamente, come tralcio, è quasi una missione impossibile, come fotografare l'impercettibile, che è parente prossimo dell'Invisibile.
Proprio come per questo mosaico, che si capisce bene a distanza
A distanza nello spazio si capisce che tutto promana dalla croce.
A distanza nel tempo perché certe fioriture hanno una radice remota.
Del resto lo sappiamo, per fotografare l'invisibile che si sviluppa servono occhi particolari, come il timelapse.

Serve anche una grande fede.
La stessa fede che ci fa esser certi che pur negli errori di rappresentazione comunicazione, quella radice continua ad alimentare i tralci e produrre frutto.



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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