Nella musica pop
Il chicco di Piero
di Sergio Ventura | 18 marzo 2018
Come Gesù, come ogni Uomo martire, anche Pie(t)ro viene glorificato - mentre dorme sepolto in un campo di grano

 

Quest'anno, per la prima volta da quando esiste tale possibilità di collaborazione con le scuole, il Pontificio Consiglio della Cultura si è messo in gioco presentando un progetto di Alternanza Scuola Lavoro. Nel dipartimento del 'Cortile dei Gentili' - dedicato al dialogo tra credenti e non credenti - è stato infatti costruito un percorso complesso capace di muoversi, tra laboratori di idee e pratiche giornalistiche, intorno al rapporto tragico - e spesso colmo di pregiudizi - tra violenza sulle donne e fenomeni migratori.

Chiaramente, si era immaginato di incontrare alcuni, anzi molti, moltissimi Greci (Gv 12,20): ragazzi provenienti da un ambiente lavorativo, come quello in cui insegno, caratterizzato da una molteplicità di credenze, ma con una netta prevalenza di atei e agnostici. Di conseguenza, per la buona riuscita degli incontri, è sembrato un dovere evangelico incarnare lo stile di Filippo (Gv 12,21) - colui che venne riconosciuto in grado di parlare con efficacia sia agli allontanati(-si) - samaritani (At 8,5-12) - che ai lontanissimi - etiopi ed eunuchi (At 8,26-40) - per posizione geografica e condizione corporea. Senza nulla togliere all'importanza e alla precedenza dei vari Andrea (Gv 12,22), Pietro e Giovanni (At 8,14-25).

Dato l'uditorio, però, mi ha colpito molto il fatto che negli incontri mattutini ritornasse un punto in grado di toccare nel profondo gli studenti e le studentesse, sintetizzato poi dalla domanda di Alberto: - Esistono ancora giornalisti martiri? I giovani praticanti vengono formati mettendo in conto questo esito possibile del loro lavoro? -. Come se il problema ultimo delle indagini giornalistiche consistesse, non tanto nel portarle avanti, ma nel riuscire a pubblicarle avendo il coraggio di raccontare la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. A costo di morirne.

D'altronde nelle classi, ogniqualvolta la discussione sfiora la questione politica, sempre di più viene segnalata dai giovani, non solo la necessità assoluta di uomini politici che tornino in mezzo alle persone per prestare loro finalmente ascolto, ma soprattutto la necessità che tali politici, di fronte alla palude di corruzione in cui sanno già d'imbattersi, siano preparati e pronti al martirio personale. Quello vero, non quello che giunge a novant'anni o confuso (chissà quanto in buonafede) con il presunto odio linguistico che in fondo - e forse secondo modalità fisiologiche - ogni parte politica riceve dal proprio avversario.

Ma in questo, allora, i ragazzi si sono rivelati essere non molto lontani dallo stesso Gesù quando ricorda - ben suffragato dalla voce del Padre (Gv 12,28) - che la Gloria del Figlio dell'Uomo è determinata da una specifica azione: quella del chicco di grano che cade a terra e muore per dare molto frutto (v.23-24), attraendo, con quella morte, tutti a sé (v.32-33). Tale mandato, da cui si riconosce chi è l'Uomo, sia esso greco o ebreo, credente o non credente, vale per Lui - Gesù, vale per i suoi pretesi discepoli - noi (v.25-26), vale per la folla - gli altri (v.29-30). A cominciare dal primo tra tutti: quel Pietro che altrove, dapprima, aveva tentato diabolicamente di spingere Gesù a salvarsi (Mt 16,22) da ciò che lo avrebbe turbato (Gv 12,27) - ma in questo rimesso al suo posto (Mt 16,23; Gv 12,31), per poi - giunta l'ora - tentare goffamente e vanamente di nascondersi nell'ombra (Mt 26,69-74).

A tal proposito, di un altrettanto famoso Pietro si è cantata mirabilmente, alle nostre latitudini e nei nostri tempi, un'analoga guerra interiore: quella lotta spirituale che sgorga dalla presa di coscienza che morire non piace a nessuno. Ad opera di uno chansonnier spiritualmente ateo che ha allusivamente ribattezzato Piero il protagonista della canzone: un Pietro in incognito, un cristiano anonimo - si sarebbe detto un tempo.

 


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Come Gesù, come ogni Uomo martire, anche Pie(t)ro viene glorificato - mentre dorme sepolto in un campo di grano - dalla veglia, non dell'amata rosa o del tulipano, ma dei mille papaveri rossi morti con lui. Perché in tempo di guerra ha trasfigurato, in un istante, l'inutile strage intorno a sé nella lotta dentro di sé. Perché negli hunger games che da sempre dominano l'umano non ha sacrificato, a costo di sacrificarsi.

Infatti, solo quando siamo stanchi dell'infernale fiume di sangue (Inferno, XIV 85-120) che scorre dai nostri tristi e freddi doveri, un frammento di coscienza può staccarsi dall'"anima in spalle" ed intimarci l'alt, affinché ascoltiamo la voce poco consolatoria dello spirito della distruzione: "chi diede la vita ebbe in cambio una croce". Al valor civile? Può darsi, ma intanto "lei che lo amava (...) d'un eroe morto che ne farà, se accanto nel letto le è rimasta la gloria di una medaglia alla memoria"? Se le è rimasta solo la visita ad uno sterminato ed anonimo cimitero di guerra?

E se anche non si riesce ad interrompere subito questa danza infernale, questo eros rivolto alla morte, presto o tardi ci si troverà sulla frontiera della rinascita, incerti tra un inconscio sacrificale che allarmato dall'impulso di sopravvivenza ci grida: "sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo sparagli ancora / fino a che tu non lo vedrai esangue / cadere in terra a coprire il suo sangue", ed un'autocoscienza non sacrificale che ricorda a se stessa: "ma se gli sparo in fronte o nel cuore / soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere / vedere gli occhi di un uomo che muore".

Vedere la morte negli occhi di un uomo. E' questo lo sguardo che colpì Ludovico al punto da provocare in lui la decisione di convertirsi in fra Cristoforo: "l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui, e l'uomo morto da lui, fu nuova indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione di quel volto che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore".

Attendere, in questi casi, può rivelarsi esiziale. Mostrare questa premura e cortesia cavalleresca può portare alla morte. Non sacrificare comporta l'essere sacrificati. Non uccidere comporta l'essere uccisi. In un solo momento. Senza un lamento. Senza poter chiedere perdono di ogni peccato. Condannati quindi, secondo il vecchio immaginario religioso, al gelo e alla rigidità del fondo dell'inferno (Inferno, XXXII 22-39)? All'oblio in una vita da cui non ci sarebbe stato ritorno?

Evidentemente no. Pie(t)ro non è la zizzania. Pie(t)ro può diventare il chicco di grano. Per sempre ricordato. Glorificato. E noi con lui. Se ogni volta che vedremo in fondo alla valle un uomo dall'identico umore ma dalla divisa di un altro colore, avremo il coraggio non di ucciderlo, ma di morire per lui - al suo posto. Anche se è Maggio. Anche se splende il sole.

 

 

14/05/2018 14:30 sara93
Leggo questo articolo in un periodo in cui –non per coincidenza – mi trovo a riflettere su una frangia di questo enorme gomitolo di temi che sollevi.
Sono convinta che uscire dal sacrificale sia possibile. Come giustissimamente tu dici “Mostrare questa premura e cortesia cavalleresca può portare alla morte? Non sacrificare comporta l'essere sacrificati?. Non uccidere comporta l'essere uccisi? Evidentemente NO”. D’altronde, c’è chi sostiene -ed a ragione- che la guerra è stata inventata ad un certo punto della storia della specie umana e che non è connaturata al carattere dell’uomo, come invece ci viene raccontato. Dunque, come è stata inventata può anche essere accantonata. Dico “guerra” dico “meccanismo del sacrificale”. Sono la stessa cosa: il concetto che per non essere uccisi si debba uccidere.
Questo articolo mi fa venire in mente un bellissimo episodio di Black Mirror, “Men Against Fire”. Lì il protagonista purtroppo non riesce ad uscirne e finisce per accettare lo stato attuale sopravvivendo con Falsi Soli come palliativi. Però, discutendone con un amico è emerso che magari non ce l’ha fatta perché era da solo...e quindi si è letteralmente trovato schiacciato sotto la mole (senza però avere la forza di Piero, che anche era solo). Quindi, probabilmente, per uscire dal sacrificale dobbiamo come prima cosa tener saldi dei modelli positivi, da affiancare ai modelli negativi che oggigiorno vengono così insistentemente pubblicizzati. L’esempio di persone vere, concrete in modo da capire che “anche io” ce la posso fare e che “non era poi così difficile”; così come l’esempio di pionieri isolati, come Piero. Inoltre, probabilmente per uscire dal sacrificale dobbiamo svincolare il concetto di altruismo dalla Croce. L’abbandono del sacrificale potrebbe non essere inteso come sacrificio di sé, castrazione, abnegazione, bensì come atto di gratificazione anche per sé stessi...Di ritorno, se si innesca un meccanismo a feedback positivo.
In ogni caso, come si dice, “accendi una luce, prima o poi qualcuno lo vedrà; e se nessuno lo vedrà, Dio la vedrà”.



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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