Nella letteratura
Cadere, morire, dimenticarsi di sé: i verbi di Dio
di Sergio Di Benedetto | 17 marzo 2018
Fatichiamo a rispondere a un Dio che si annienta per toccarci. Lo aveva ben capito Giovanni Testori, in versi taglienti e limpidi, e in parole che scarnificano, come sempre

 

C'è una richiesta che abita il cristiano dal tempo in cui Gesù di Nazareth è morto: «Vogliamo vedere Gesù». Esigenza che era presente già al tempo in cui il Figlio camminava per le strade di Galilea, bisogno che incessante attraversa ogni fede: «Vogliamo vedere Gesù».

Quel Gesù che si è rivelato in un modo inatteso: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Cadere, morire: verbi da far impallidire ogni buon senso.

E poi l'altro verbo, assai invitante per la debolezza umana sempre in cerca di riconoscimento: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Un elevare e un attirare che cerchiamo spesso, assetati come siamo di primi posti.

Eppure, annota l'evangelista, quell'innalzarsi e attirare ha, ancora una volta, i toni del cadere e del morire: «Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire».

Se vogliamo vedere Gesù queste sono le azioni da abbracciare: cadere, morire, portare frutto come dimenticanza di sé. Azioni che prima di indicarle, il Figlio ha fatto sue.

A ben pensarci, è una dichiarazione d'amore che sconvolge. Eppure sappiamo quanta fatica l'uomo fa per rispondere a un amore così; quanta fatica percorre il nostro tentativo di cadere, morire, guardare la croce. E il tempo di Quaresima è propizio per metterci davanti ai fardelli che ci separano dall'Amore esigente e gratuito, dall'Amore paradossale del Dio incarnato.

Fatichiamo a rispondere a un Dio che si annienta per toccarci. Lo aveva ben capito Giovanni Testori, in versi taglienti e limpidi, nella loro chiarezza:

 

Se allunghi una mano su me
è perché io bruci di Te.

Ma di Te io non brucio.
Di Te sento solo pietà.
Sei un Dio che per avermi
s'è fatto morte, sangue,
viltà.

 

Al fuoco di Dio, che si avvicina per farci bruciare, l'uomo oppone una pietas che non porta all'amore, ma genera distanza; forse è anche una pietas che nasce dalla constatazione del limite umano: alla lama di Dio il cuore umano resiste. Al Dio che «per avermi / s'è fatto morte, sangue / viltà» rispondo con freddezza di sguardi e di vita; la mano di Dio non diventa carne mia.

Questi versi sono un'ammissione di colpa e una preghiera celata, come molti altri dello scrittore milanese, spentosi 25 anni fa (16 marzo 1993). Autore indomito, inquieto come pochi altri, Testori era sempre pronto alla battaglia con se stesso, con la vita, con Dio, perché di vita aveva fame e sete: sentiva un'arsura e un desiderio struggenti che gli facevano rompere ogni convenzione e pudore.

Testori era un uomo onesto come pochi nell'uso della parola che scarnifica. Era un uomo capace di dire: «Ma io di Te non brucio. / Di te sento solo pietà».

 

 

19/03/2018 18:48 Sergio Di Benedetto
Grazie!


18/03/2018 22:57 Sr Carmela
Quale gusto e attrazione le sue brevi, nitide e intense riflessioni, egregio prof Di Benedetto. Grazie.


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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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