Il silenzio del sabato
di Giorgio Bernardelli | 03 marzo 2018
Benedico il silenzio di oggi. Perché mi dice una cosa importante su come mi piacerebbe fosse la politica. E cioè una politica che riscopre che qualche volta occorre fermarsi e dirsi che c'è anche altro nella vita di un Paese

Credo di non dire nulla di particolarmente originale raccontando che ho atteso l'odierna giornata di silenzio elettorale con crescente impazienza, man mano che si avvicinava la fatidica data del 4 marzo. Mi pare che il desiderio di almeno 24 ore di tregua sia una sensazione parecchio diffusa di fronte a questa campagna elettorale così urlata e onnipresente in queste settimane. Benediciamo dunque questa giornata che in alcuni Paesi tra cui l'Italia anche in occasione delle elezioni salvaguarda una vigilia (che poi guarda caso è anche un'idea profondamente cristiana).

So già che al tempo dei social network è un po' come una grida di manzoniana memoria: basta aprire il pc e si constata che il silenzio elettorale non c'è. Ma almeno noi proviamoci a viverlo e chiediamoci se non possa essere proprio questo momento a ridirci qualcosa di importante sulla politica oggi. Personalmente non credo siano in molti a decidere al sabato chi sceglieranno il giorno dopo sulla scheda nel segreto della cabina elettorale. E non credo nemmeno sia una giornata cruciale per decidere se recarsi a votare oppure no. Non me lo vedo proprio l'elettore di oggi mettersi lì al sabato pomeriggio a tirare le somme, proprio mentre gli scrutatori allestiscono i seggi.

La verità è che il silenzio elettorale non è per gli indecisi; è qualcosa che dovrebbe essere salutare per i decisi. Per quelli che da settimane non fanno altro che ripeterci che questo voto «è diverso dalle altre volte», che «stavolta ci giochiamo tutto». Nella mia neanche lunghissima carriera di elettore l'ho sentito dire tutte le volte che siamo andati a votare; e confesso di averci anche creduto qualche volta. Col tempo, però, un po' di sano relativismo (come direbbe Roberto Beretta) l'ho imparato. E così vivo questa giornata con la consapevolezza che comunque vadano queste elezioni lunedì «il sole sorgerà sui giusti e sugli ingiusti», per dirla con la Bibbia.

Benedico allora il silenzio di oggi. Perché mi dice una cosa importante su come mi piacerebbe fosse la politica. E cioè una politica che riscopre che qualche volta occorre fermarsi e dirsi che c'è anche altro nella vita di un Paese. Che il nostro stare insieme non dipende solo dai governi, dalle leggi, dalle tasse, dai provvedimenti amministrativi. Secondo me oggi questo è il problema numero uno della politica italiana: il suo debordare ovunque. Resto sempre più sconcertato - ad esempio - dal numero spropositato di pagine che i quotidiani italiani dedicano alla politica o di talk show con le solite facce dei leader dei nostri partiti a ogni ora del giorno e della notte su ogni rete televisiva. Credo che questo non sia un sintomo di democrazia sana e pluralismo, ma la degenerazione di un sistema mediatico in crisi profonda. Abbiamo inventato la par condicio, ma ci siamo dimenticati di aggiungere un tetto; e così il risultato nelle campagne elettorali è che il sistema informativo vive in una bolla fuori dalla quale non esiste praticamente nulla se non la cronaca nera e la neve.

E invece dobbiamo tornare a dirci che esiste un limite della politica. Che ci sono cose che la politica non può, non riesce e non deve neanche fare. E che invece sono lo spazio di una società civile autonoma, vivace, tesa a gettare ponti e a costruire quel tessuto del Paese che è più forte delle contrapposizioni tra le opzioni politiche. Io sono convinto che l'unico vero antidoto all'antipolitica sia proprio questo: ricominciare a parlare dei limiti della politica; perché l'antipolitica nasce dalla delusione di chi ha ascoltato promesse irrealizzabili e poi puntualmente le ha viste disattese. Di chi ha votato qualcuno che si presentava come un salvatore della patria anziché un leader politico con ricette che restano sempre opinabili; salvo poi accorgersi amaramente che «quando sono là diventano tutti uguali».

Ecco allora il compito che ci attende da lunedì: chiunque vinca o perda non sarà né un'epopea né una tragedia; sarà un normale esito delle urne che né porterà palingenesi né metterà a repentaglio la democrazia nel nostro Paese. Ma a noi che nelle aule del Parlamento non ci saremo spetterà lo stesso compito: coltivare una società civile vigile, una cittadinanza capace di difendere i propri spazi e di arrivare anche là dove la politica da sola non arriva. Un esempio molto concreto di che cosa voglia dire lo stiamo vedendo negli Stati Uniti in queste settimane con la vicenda delle regole sulla vendita delle armi. Un tema che la politica americana sotto il ricatto di una potente lobby da decenni non vuole affrontare. Adesso qualcosa si sta muovendo grazie a un gruppo di giovani studenti: dopo la strage di Parkland hanno fatto partire un movimento di opinione talmente forte da portare alcune grosse realtà dell'economia americana a rompere i ponti con chi sostiene la vendita indiscriminata delle armi. E per il 24 marzo questi ragazzi stanno organizzando una grande marcia a Washington che si annuncia molto partecipata proprio perché nata fuori dagli schemi della politica.

Ecco: ci sono situazioni in cui alla politica è chiesto un passo indietro. E magari sì, anche un po' di silenzio. Per ascoltare la gente, certo. Ma anche per tornare a riflettere, a studiare, a non fermarsi agli slogan. Per andare oltre a questa politica di oggi in cui vince chi ha la battuta più efficace in tv. E magari riconoscere pure che non tutto si può gettare nel tritacarne, che ci sono ferite dolorose e complicate che è immorale cavalcare con parole facili.
Riappropriamoci allora di questo silenzio elettorale. È l'unico modo per affrontare davvero quanto ci attende da lunedì in poi.

 

 

 

 

04/03/2018 12:06 Lorenzo Pisani
"il limite della politica" Non sono parole nuove, eppure ringrazio Giorgio di averle riprese.
Con un caro amico ci si chiedeva se le persone che eleggeremo davvero ci rappresentano, davvero abbiamo bisogno di loro. Forse, sotto sotto, è un concetto che ha la stessa radice.
Avevo provato a ribattere che di leggi giuste e di atti di indirizzo avremmo bisogno. Ma nel contempo dovevo ammettere che anche le leggi più giuste, anche tutti gli atti di indirizzo si scontrano con la nostra ricerca di scorciatoie, i piccoli soprusi, a cui si accompagnano la pigrizia e la miopia dell'egoismo nella gestione delle cose di tutti... Alla fine cosa rimane? la frustrazione o la connivenza.
Il debordare, talvolta sgradevole, della politica quanto è simile al nostro debordare, e si alimenta nel nostro ritrarci.
Oltre i limiti della politica, proprio per la complessa ricchezza della vita, c'è la coscienza, e poi le virtù cardinali (fortezza, prudenza, giustizia e temperanza). E in questo spazio, oltre i limiti della politica dovrebbero ritrovarsi le radici buone della politica stessa.
Ma confesso che ritrovarle è sempre più difficile.



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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