L'intervista multipla
La Chiesa e i luoghi dei giovani
di Sergio Ventura | 10 febbraio 2018
La «pub Church» del Regno Unito, le presenze dei religioni in popolari trasmissioni tv, il biliardo e il calcetto in oratorio: come fare incontrare sacro e profano nelle piazze dello svago?

 

"Quest'anno è stata veramente dura!". Sì, l'influenza ha colpito molti e a lungo. Rendendo complicato realizzare il nostro abituale rendez-vous. Fortunatamente la tecnologia permette, a volte, di superare i limiti posti dalla natura e anche questa volta siamo riusciti a confrontarci con Giorgio, Alice, Simone, Giulio (Bianco), Giovanna e Michelangelo (Franchini).

Il tema in discussione è stato il possibile rapporto tra Chiesa e luoghi di maggior aggregazione giovanile. Tenendo presente, soprattutto, che quelli 'laici' sono tali perché luoghi d'intrattenimento spensierato, privi di grandi problematiche, tantomeno relative alla fede, spesso finalizzati all'espressione (corporea) di sé ed al confronto (corporeo) con gli altri senza costrizioni o limiti. Mentre quelli 'ecclesiali' sembrano essere tali perché anch'essi luoghi di svago e di divertimento ricreativo, con - a volte - la fede messa in secondo piano e comunque umanizzata e semplificata.

SERGIO VENTURA: «Quale senso potrebbe avere per la Chiesa essere presente nei luoghi laici di maggior aggregazione giovanile (piazze, pub, discoteche, etc.)? E secondo quali modalità?»

Nettamente positiva è la risposta di SIMONE: «Qui nel Regno Unito la Chiesa anglicana è spesso presente in questi luoghi cosiddetti 'laici'. La "pub Church" consiste nel riunirsi come chiesa in un pub dismesso o nell'utilizzare un pub normale come posto di riunione per essere una presenza visibile come comunità del Signore tra quelli cui non garba la chiesa intesa come edificio. E bisogna dire che funziona. Si beve con la gente che è lì, si chiacchiera e poi si fa il culto - con o senza comunione. Inoltre, alcuni fedeli cristiani portano la chiesa a quanti vanno in discoteca con iniziative tipo 'Street Pastors' (di cui faccio parte): volontari che soccorrono persone ubriache o vulnerabili all'uscita dei locali, senza alcuna finalità di predicazione ma solo come testimonianza dei dettami evangelici. Trovo questa seconda opzione un ottimo modo per avvicinare le persone alla chiesa senza imposizioni, vivendo come comunità del Regno disperse del mondo (il che riflette molto bene le mie velleità anabattiste e congregazionaliste)».

Concorda ALICE: «In effetti, anch'io rimasi molto colpita quando al programma 'The Voice' si presentò una suora di nome Cristina e, tra lo stupore generale, passò le selezioni e vinse quell'edizione. Successivamente, la stessa Suor Cristina si cimentò in una versione inedita (in tutti i sensi) di Like a Virgin di Madonna. Che, originariamente, aveva un significato più che laico, a tutti gli effetti profano. Ma spesso si parte dal profano, dal corporeo, per poi trascenderlo. A suo modo, quindi, Suor Cristina aveva qualcosa di profano, come la stessa Madonna (sin dal nome) qualcosa di religioso. Non è che, alla fine, il laico ha bisogno del religioso e viceversa?».

Qualche dubbio è sollevato da GIOVANNA: «Credo che non ci siano problemi a "mischiare sacro e profano" - anzi può essere a volte molto efficace. A queste condizioni, però. Se la Chiesa come gruppo riconoscibile - attraverso una persona del clero, un video o altro - si presentasse in un contesto laico di intrattenimento leggero e di massa, magari serale, per parlare di religione non credo che verrebbe ascoltato o apprezzato, mentre l'utenza risulterebbe infastidita e appesantita, dato che sono luoghi in cui la gente va per "rilassarsi e non pensare a nulla". Di fatto chiuderebbe il cervello - come anch'io farei - perché l'uditorio verrebbe a subire un intervento di tipo educativo-proselitista inatteso ed indesiderato. Ma, se la stessa persona del clero (video o altro) si presentasse in un contesto più raccolto (meno di massa), più culturale (meno marcatamente "di intrattenimento leggero"), soprattutto come persona singola, come uomo tra gli uomini, per parlare della propria fede, del proprio cammino spirituale, allora credo che sarebbe apprezzato e che incontrerebbe un ascolto attivo, da parte di un'utenza che si sentirebbe piacevolmente stimolata al punto da dire "finalmente in giro passa qualcosa di intelligente e non il solito 'cinepanettone'».

Di avviso contrario è MICHELANGELO: «La chiesa non può essere presente in tali luoghi di aggregazione, perché non le appartengono. Deve costruire i propri, e riuscire a popolarli. Sfruttare luoghi di aggregazione estranei avrebbe lo stesso effetto che riunire elettori di un partito e poi iniziare a tradimento un comizio di un partito diverso».

Una sorta di 'terza via' è quella proposta da GIULIO: «Forse in questi spazi di evasione, chiusi a ogni tipo di problematica, terreni aridi anche culturalmente, quasi ore d'aria concesse dal sistema consumistico a patto di non creare nulla, gli unici che potrebbero riuscire a operare sono i fedeli laici che vi appartengono. Solo loro possono trovare quei momenti in cui è possibile parlare di fede senza risultare ridicoli o fuori contesto. Una ricetta non l'ho trovata, ma una soluzione sì: puntare sui fedeli laici e sulla loro istruzione nella fede».

D'altra parte, aggiunge GIORGIO: «Bisognerebbe anche avere un po' più di fiducia nei giovani, i quali possono trascorrere tutto il sabato sera in discoteca per uno svago fine a se stesso, ma poi presentarsi alla messa della domenica mattina, se hanno stima del parroco e credono che la sua omelia li arricchisca sul serio. Ho frequentato chiese stracolme di giovani ogni domenica: avevamo tutti grande stima del sacerdote. Quando si vogliono avvicinare i giovani o i non credenti, è la qualità dei servitori della Chiesa che fa davvero la differenza, a prescindere dal luogo».

SERGIO VENTURA: «A tuo parere, nei luoghi ecclesiali di maggior aggregazione giovanile, qual è il giusto equilibrio che deve mantenere la Chiesa tra richiesta e attesa di una vita di fede nei giovani? Tra presenza evidente o soffusa di elementi e simbologie religiose?»

Molto positiva l'esperienza di ALICE: «I giovani frequentatori di luoghi ecclesiali, per come li ho conosciuti io, mettono quasi sempre passione in ciò che fanno. Anzi, per meglio dire, mostrano spesso le tre caratteristiche che contraddistinguono il vero cristiano: fede, perché credono in quello che fanno; speranza, perché sperano di rendere il mondo migliore, partendo tuttavia dai singoli individui (spesso gli ultimi); carità, nel senso di "amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mc 12, 31), anzitutto verso sé stessi, per il coraggio di scegliere di prendersi cura dell'altro, e dunque caritatevoli verso gli altri, nell'amarli incondizionatamente».

Diversa l'esperienza di GIULIO: «Non ho mai fatto parte degli scout o dei gruppi ecclesiali, ma mi è capitato di incrociarli nel mio cammino. Da esterno li ho sempre trovati curiosi, sia in quanto gruppi con i loro codici interni e le loro abitudini, sia in quanto cristiani più inseriti nella vita della Chiesa di me. Certo, spesso sono o vengono percepiti come gruppi chiusi, non accoglienti per estranei che vi si imbattono. E poi talvolta coloro che vi appartengono sanno davvero poco del cristianesimo (a partire da quella pedagogia biblica che, ad esempio, spiega le differenze fra Dio dell'antico e del nuovo testamento). Mi chiedo se a furia di inseguire le persone non ci si sia accontentati di un'adesione formale e per questo adesso non si riesce più a comunicare la sostanza per giustificare la propria fede. Forse, poi, per comunicare la fede alle nuove generazioni bisognerebbe tornare ad attaccare le ingiustizie sociali che affliggono il mondo contemporaneo, senza cadere in lamentele e programmi reazionari».

Ribatte GIOVANNA: «Io ho fatto scout per otto anni in un gruppo cattolico. Nonostante sia non praticante, so che gli scout mi hanno trasmesso molti valori cristiani - o proprio cattolici - che si sono rivelati molto positivi per me. E questo è avvenuto sia attraverso simbologie e rituali espliciti (le bellissime preghiere alla sera davanti al fuoco; le letture a messa la domenica dopo le uscite; la Promessa) sia attraverso riferimenti soffusi (gli insegnamenti nel libro della Giungla; la morale nei canti scout; l'esempio concreto dei capi gruppo). Lì i riferimenti erano espliciti per definizione, dato che era dichiarato da subito che si trattasse i scout cattolici. Allo stesso tempo, i capi non dovevano esclusivamente spingere sulla fede ma solo proporre una via, guardando al percorso complessivo della persona. Il giusto equilibrio consiste nell' offrire a chi ci è vicino un esempio concreto, senza però compromettere la libertà di scegliere diversamente. Un'altra esperienza positiva, seppur indiretta, è stata un gruppo chiamato 'i 10 comandamenti' che si riunisce di sera in una parrocchia del centro storico di Roma (a cui ero stata invitata da un amico, ma al quale non ho aderito per mancanza di tempo). Il prete era molto bravo, carismatico e coinvolgente. E funzionava come luogo di aggregazione: gite fuori porta, sci e nuovi amici universitari. L'importante, però, è che questi incontri da esperienze positive non diventino occasione per far persistere pregiudizi anacronistici legati a certe interpretazioni della religione (no omosessuali, no matrimonio se non in Chiesa, etc), come si evince invece da un video pubblicato da questo prete su youtube».

'Contestualizzare' è la parola d'ordine di SIMONE: «La mia chiesa aveva deciso di attirare i giovani mettendo a disposizione un biliardo e un calcetto, dimostrando di non avere idea di cosa i giovani vogliano. Per fortuna poi il Pastore ha fatto loro capire che avevano un'idea un po' démodé e ci siamo evitati l'imbarazzo della chiesa che cerca di farsi trendy senza avere idea di cosa i giovani vogliano. Penso che l'edificio in cui si riuniscono i fedeli debba essere un punto di incontro per la comunità intera del quartiere o del paese. Ma il modo in cui ciò può avvenire è solo ascoltando quali sono le necessità del luogo. Penso avesse ragione don Milani a inveire contro i preti con flipper e campi da calcio nel suo contesto storico, e penso che lo spirito che lo spinse ad aprire la scuola debba spingere oggi la chiesa a una riflessione e al dialogo con le persone che hanno più bisogno delle risorse che essa può fornire».

Concorda GIORGIO: «Ritengo che i luoghi ecclesiali di aggregazione abbiano il merito di iniziare i giovani a un percorso di crescita che li accompagna attraverso l'infanzia e l'adolescenza. Ad ogni modo, non penso proprio che la fede venga svalutata dalla possibilità di svago. Una partita di calcetto in oratorio, dove si impara che sono fondamentali il rispetto per l'avversario e la sportività anziché il risultato, non rappresenta forse anche un insegnamento di fede? In molte realtà, inoltre, gli ambienti ecclesiali costituiscono spesso gli unici spazi di aggregazione per bambini e ragazzi, i quali, condividendo esperienze e svaghi, diventano progressivamente una comunità di fede. Mi pare un risultato di non poco conto nell'epoca della società liquida».

 

 

 

 

 

11/02/2018 17:09 Francesca Vittoria
! Dice Chiara "attenzione che invece di portare r la chiesa nella piazza, finiamo per portare la piazza nella chiesa" prendo questo obiettivo o risultato nel senso positivo. magari fosse così cioè affascinare tanto da far nascere il desiderio d ascoltare Cristo, come è avvenuto al tempo di Cristo. Non troviamo scritto che folle lo seguivano, lo volevano incontrare, bastava toccarlo ed ecco una guarigione, una forza uscivadaLui. Forse però a questo risultato si Arriva senza essere Lu ma almeno con una conoscenza della Parola molto approfondita, come ha detto oggi il Santo Padre, si za questo si arriva pregando molto deve pregando molto, bisogna infatti avere un cuore ricco di umanità ma anche comprensione divina. I preti sono oggi più preparati a gestire economicamente la casa in muratura ? Perché così sembr a e dal momento che sono poche le vocazioni vanno bene anche senza pretendere doti in più? Ma le chiese sono oggi troppo grandi a contenere il vuoto più del pieno e una Parola che non arriva fa il resto. Sono d'accordo con alcuni pareri come ;: che i luoghi ecclesiali , dice Giorgio, abbiano il merito di iniziare i giovani a un percorso di crescita che li accompagna attraverso l'infanzia ma che già nell'adolexscenza io penso oggi necessità far esperienze cristiane, uscire dal recinto ad incontrare per esempio diverse altre conoscenze social, coetanei che nello stesso Paese vivono E convivono con altre ricchezze e e povertà! a nutrirsi dello stesso "pane " a "vedere il prossimo a crescere in saggezza e in conoscenza di quel Cristo ! Un Erasmus simile a quella esperienza tanto considerata formativa dalla cultura laica. Condivido il parere di Giulio e cioè che fedeli laici (in questo caso giovani) come lievito,
Là dove si trovano in studio o lavoro esplorano e fanno esperienza di Vangelo proprio confrontandosi con scelte sui problemi sociali e personali , perché la vera libertà e proprio questa non ignorare chi è il Dio sconosciuto ma conoscerlo e permettere alla nostra ragione una più soddisfacente scelta . Per questo è importante e non può bastare l'apprendere da un corso parrocchiale, la Chiesa ha eminenze e sacerdoti che è un peccato restino confinati soltanto in libreria, si sente il bisogno di Parola vera, non timida e sarà come quel tempo , quando tanta folla faceva strada per incontrare il Maestro.
Francesca Vittoria



10/02/2018 18:08 Sergio Di Benedetto
@Chiara: non è detto che sia per forza un male...


10/02/2018 16:22 Chiara
Attenzione che invece di portare la chiesa nella piazza finiamo per portare la piazza nella chiesa


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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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