La via del silenzio
Il silenzio non cercato e gli “occhiali del cielo”
di Chiara M. | 09 febbraio 2018
C’è anche un silenzio non cercato, il silenzio di un qualsiasi dolore, di una perdita, di un abbandono, di una solitudine non voluta, di una malattia. Ed è allora che sei costretto a fermarti, a guardarti dentro, anche se non vuoi, a tacere per ascoltare il “tuo” silenzio

Vino Nuovo sta accompagnando la preparazione di un incontro che si terrà domani a Roma tra comunicatori e persone che in maniera diversa coltivano la dimensione del silenzio nella società di oggi. Pubblichiamo oggi il sesto intervento, a firma della scrittrice Chiara M. Per leggere gli interventi precedenti clicca qui.

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La mia prima esperienza con il silenzio, quello vero, è stata scioccante. Dovevo passare qualche giorno di riposo, staccare un po' la spina dai molteplici impegni che avevo e ai quali si aggiungeva un periodo difficile a causa della mia salute (una malattia poco conosciuta ma molto grave, che solo nel tempo si sarebbe rivelata dolorosissima e con un'incredibile capacità distruttiva).

Un'amica mi propose di accompagnarmi in una casa di preghiera, sperduta tra i monti e aperta anche all'accoglienza esterna, dimenticandosi però di dirmi - piccolo particolare - che in quel luogo, la regola da osservare era proprio il silenzio!

Immaginatevi, a vent'anni, cosa voleva dire per me ritrovarsi a trascorrere un intero giorno, senza scambiare una parola con nessuno. Pranzare in una sala comune dove l'unica persona che parlava, mentre gli altri mangiavano in religioso silenzio, leggeva brani della Bibbia o qualche meditazione con la lettura del giorno; nel pomeriggio passeggiate con meditazione, in seguito adorazione in chiesa, vespro, compieta (non obbligatorie, per fortuna, ma consigliate...) per poi ritirarsi, la sera, in una minuscola cameretta, sola, e sempre in silenzio. Troppo - in quel periodo della mia vita - anche per una cristiana convinta e praticante come me! Ovviamente non c'erano ancora i cellulari per un'emergenza 'comunicativa'!

Semmai avessi avuto un'idea abbozzata di stretto eremitaggio, come mia vocazione futura, sicuramente quell'esperienza l'avrebbe fatta sparire di colpo. Sarei voluta scappare a gambe levate da una situazione che, giorno dopo giorno, mi sembrava soffocante e insopportabile; ma ero senza automobile e vincolata per il ritorno a data stabilita, dall'amica che mi aveva lasciata lì.

A quell'età, per me, il silenzio era qualcosa di lontano, chilometri di anni luce, dal suo vero significato.

È stata una 'botta' che, solo negli anni successivi me ne sono resa conto, mi è servita come punto di partenza per iniziare e continuare a capire nel tempo, cos'è davvero il silenzio.

Non è facile definire il silenzio. Non esiste solo 'un' silenzio.

Ci può essere un silenzio cercato, anche sperato; a volte per sfuggire alla babele dalla quale tutti i giorni siamo sommersi; un silenzio da pensieri, preoccupazioni, problemi ecc. In effetti assistiamo, da alcuni anni, alla richiesta sempre più numerosa di un turismo religioso, all'interno del quale si offre anche il silenzio, il posto tranquillo, la pace.

Ma c'è anche un silenzio non cercato, dal quale non si può fuggire. Il silenzio di un qualsiasi dolore, di una perdita, di un abbandono, di una solitudine non voluta, di una malattia - come nel mio caso - che non dà tregua. Ed è allora che sei costretto a fermarti, a guardarti dentro, anche se non vuoi, a tacere per ascoltare il "tuo" silenzio, quello che hai dentro e che vuole parlarti.

Un silenzio che piano piano ti abita, che negli anni, con molta fatica, impari a conoscere, ad accogliere ma anche a rifiutare, per poi, alla fine, ri-conoscerlo come parte fondamentale della tua stessa essenza.

Non s'improvvisa nulla. Non c'è nulla di scontato.

Certamente, non è perché io sono brava o perché ho un bel carattere o ancora perché sono forte, che "sopporto-accetto" il silenzio e tutto il resto. Sono frasi queste che mi sento spesso ripetere da persone che negli anni hanno assistito alla mia battaglia continua, logorante e sofferta per la mia sopravvivenza. Si chiedono e mi domandano: «Ma come fai? Io a quest'ora avrei già mollato!».

Sinceramente, alle volte me lo chiedo anch'io...

Umanamente è uno sforzo titanico. Ci sono state occasioni in cui avrei potuto farlo: mollare.

In fondo, alla fine - dico a me stessa - si muore comunque! Che senso ha vivere, soffrendo sempre? Chi me lo fa fare? Eppure la stimolo a vivere è più forte. Penso sempre che dietro l'angolo, ci possa essere ancora qualcosa di bello che mi attende e che non lo saprò mai se non raggiungo quell'angolo.

Ed è nel silenzio, soprattutto nel silenzio di solitudine, che percepisco che tutto ha un senso, anche se umanamente è irrazionale il solo pensarlo. C'è una Presenza che abita in ciascuno di noi e che si rivela solo nel silenzio. Una Presenza delicata, mai invadente, se non scegli tu stesso che ti invada.

Durante qualche incontro in cui racconto la mia esperienza di vita, quando mi capita di spiegare questo concetto (o anche altri) non facili da digerire, uso il linguaggio dei bambini, semplice e immediato e vedo che funziona sempre. In questo caso faccio l'esempio degli occhiali. Se guardo la realtà che mi circonda con gli occhiali della terra, non hanno senso il dolore, la sofferenza, l'ingiustizia, ogni avvenimento negativo compreso quello della morte, ma se metto gli occhiali del cielo, non posso dire che queste cose sono accettabili, assolutamente no, ma, nella logica divina - avendo l'uomo ricevuto la libertà di decidere, di scegliere e di sbagliare -, Dio mi dona la forza e la capacità di dare un senso al "non senso".

Potrei paragonare il silenzio al seme che muore sepolto nella terra, oppure al silenzio assordante degli attimi immediatamente successivi alla morte di Gesù sulla croce.

Sono morti "necessarie": per dare frutto, per risorgere.

E il silenzio, alla fine - dopo questa morte - diventa Parola: la Sua Parola.

 

 

 

 

 

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Chiara M.

Chiara M., già infermiera a Trento oggi scrittrice. Fra i suoi libri Crudele dolcissimo amore (2009) e Oscura luminosissima notte (2010), "La cella e il silenzio" (2017) scritto insieme a Juri Nervo.

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