Verità e Fake News: dal contenuto alla relazione
di Fabio Colagrande | 25 gennaio 2018
Francesco non sta invitandoci a promuovere solo messaggi buonisti, rassicuranti, consolatori. Ma anche nel nostre dire la verità ci chiede di amare

Il nucleo centrale, terribilmente spiazzante, del Messaggio di Papa Francesco dedicato alle Fake News è che un enunciato è vero solo in quanto non fomenta divisioni ma, al contrario, favorisce un dialogo costruttivo. Tirando il Pontefice per la veste, si potrebbe giungere a fargli affermare che un concetto non è vero in quanto tale, ma in quanto crea una relazione positiva al momento in cui è comunicato.

È un ragionamento paradossale che sposta volutamente l'attenzione dal contenuto dell'atto comunicativo alla relazione che s'instaura fra chi lancia il messaggio e chi lo riceve. Francesco lo spiega chiaramente nello stesso testo, quando afferma che affinché le nostre parole e i nostri gesti siano autentici, occorre ovviamente liberarli dalla falsità (e qui siamo quasi alla tautologia), ma soprattutto ricercare la relazione. Il Papa, ovviamente, sta parlando della verità cristiana, quella con la v maiuscola. Ma estende l'idea a ogni verità umana, così come deve avvenire nella vita incarnata di un credente in Cristo. La verità non si può raggiungere se non sulla base di un rapporto positivo (mi verrebbe da dire 'd'amore') con il mio interlocutore. Anche un fatto innegabile - specifica Papa Bergoglio - se è utilizzato per ferire qualcuno o screditarlo non è abitato dalla verità.

Quest'ultima deduzione suona già da sé quasi una contraddizione e sembra scardinare qualsiasi possibilità di un giornalismo d'inchiesta, guardiano appunto della verità, per scoperchiare le nefandezze dei potenti. Ma nella sua lettura cattolica della comunicazione il Papa ci sta dicendo in realtà come un messaggio che non persegua il buono e il bello, oltre che il vero - cioè non serva per fare del bene a qualcuno - non possa mai essere chiamato 'Verità'. Così anche il giornalismo di denuncia sarà autentico solo se non mira semplicemente a seppellire il singolo nel fango, ma a favorire il bene comune.

Francesco sostiene in definitiva che la verità non può essere brandita come un'arma, ma deve avere un obbiettivo di salvezza. Non può trasformarsi in pietre da lanciare all'adultera. E qui appare chiaro come questa sua riflessione sul piano dei mass-media rimandi al suo magistero in campo pastorale e a un testo come l'Amoris Laetitia. Qualsiasi presunta verità o dottrina, ci dice il Papa, se non è utilizzata allo scopo di salvare un'anima, si svuota immediatamente della sua forza cogente e della sua autorità. Entra in contraddizione con sé stessa. La verità cristiana non può disseminare zizzania, contrasti, separazioni. Se ciò accade, è perché non è comunicata in modo autentico: è 'veritas' priva di 'caritas', verità senza misericordia.

Eppure, il Vangelo parla anche di una verità che divide, provoca, brucia. Una verità che produce persecuzioni e attacchi, nei confronti di chi l'annuncia. Ma Francesco non sta invitandoci a promuovere solo messaggi buonisti, rassicuranti, consolatori. Ci dice che in realtà l'obbiettivo del comunicatore cristiano, come del cristiano 'tu cur', è sempre un bene altro, più alto. E ciò che, a prima vista, sembra provocare odio e contrasti è destinato invece a favorire la comunione. L'unica condizione è che sia una verità che vuole entrare davvero in relazione per salvare. Una verità di fede basata su un incontro con Dio fattosi uomo e non su un'idea morale da imporre a chiunque, pena la dannazione eterna, come vorrebbe qualcuno. Per questo costa fatica e scardina le nostre certezze razionali su che cosa sia vero o no. Perché ci chiede di amare, non solo di capire.

 

 

 

29/01/2018 19:46 Fab
Le fake news non sono certo un bel fenomeno. Ma smascherano l'ipocrisia de potere globale che ora se ne lamenta: Tony Blair ammise candidamente che la storia Delle armi di distruzione di massa di Saddam erano una fake news confezionata dai governi per giustificare la guerra in Iraq. E noi gli abbiamo creduto perché tendiamo a fidarci dei poteri che ci governano.
Ora questi poteri si lamentano Delle fare news perché entrano in concorrenza con loro.
Ci preoccupiamo della responsabilità di chi diffondere le fake news. Ma qualcuno ha processato Tony Blair? O qualcuno ne ha proposto il processo?



27/01/2018 02:04 Ale.
Mi trovo (inaspettatamente) d’accordo con Beretta.
Sembra infatti che per il Papa la verità non sia qualcosa di oggettivo, cioè corrispondente alla realtà dei fatti (“la verità è lo specchio della realtà”, mi insegnavano quando studiavo), ma una notizia viene giudicata vera non in relazione al suo contenuto, bensì in relazione ai suoi fini ed effetti, quindi una specie di “verità etica”.
Ma, se l’argomento è quello delle fake news, cioè delle notizie false, è ovvio che la corrispondenza della notizia con la realtà dei fatti è imprescindibile, anche a rischio di (inevitabili) reazioni polemiche.

Altra cosa è la finalità per cui è diffusa una notizia: una notizia vera – se diffusa “contro” qualcuno, come spesso accade – non è per questo meno “vera”, pur non essendo “caritatevole”. Può tuttavia diventare anch’essa “fake news” se narrata in modo parziale, senza la necessaria completezza (una mezza verità è il contrario della verità), o distorcendo volutamente la notizia per presentare solo quegli aspetti che supportano la mia tesi. Anche un titolo ad effetto, che mistifica il reale testo dell’articolo (accade sovente), può essere considerato una fake news.

Io penso che, sacrificando la “verità degli enunciati” sull’altare delle buone relazioni, non si renda un buon servizio alla verità.
La tesi del Papa mi è sembrata in realtà alquanto apologetica, perché questa è una sua prassi pressoché costante “ad extra”, mentre non si cura troppo di suscitare polemiche o divisioni con i suoi enunciati “ad intra” (i.e. al clero). Così come non si cura troppo dell’aderenza alla realtà dei fatti, vedasi il matrimonio in volo fatto credere come “improvvisato” mentre non lo era affatto. Si potrà dire che questo è un aspetto marginale, ma quando poi si danno ammaestramenti sulla verità, anche questo può diventare sostanziale.



25/01/2018 14:59 Roberto Beretta
Secondo me la prospettiva va un po' corretta. Per esempio, il Papa non dice che la verità crea una relazione, ma che nasce da una relazione: e in effetti è ciò che avviene anche in ambito giornalistico quando si parla con i testimoni, si confrontano le fonti.
E' però vero che nel messaggio papale è presente una frase molto ambigua, che si presta a interpretazioni a mio parere fuorvianti: "Dai frutti possiamo distinguere la verità degli enunciati: se suscitano polemica, fomentano divisioni, infondono rassegnazione o se, invece, conducono ad una riflessione consapevole e matura, al dialogo costruttivo, a un’operosità proficua". Come del resto già notato nel commento di Fabio, ci sono verità che sono di per sé divisive ma non per questo sono meno utili, proprio perché contrastano il male. A volte ci vuole il coraggio della denuncia: che suscita SEMPRE polemica (almeno in una prima analisi)!
Io ritengo che - alla lunga - la verità sia sempre un bene: anche se suscita polemica e divisioni. Ovviamente va ricercata con accuratezza e scrupolo, deve ammettere almeno tentativi di dialogo e un confronto d'opinioni, non deve avere secondi fini o essere strumentale, deve consentire margini di tolleranza verso altre verità più parziali, eccetera eccetera. Ma - una volta esperito tutto ciò - bisogna pur dirla, anche se le conseguenze saranno di scontro. Altrimenti persino le migliori intenzioni diventano un alibi per la tranquillità e la mancanza di coraggio, in sostanza per un'omertà: che magari non genera polemiche, ma crea scoraggiamento e sfiducia.



25/01/2018 09:04 Diego Andreatta
Ringrazio di questa lettura che va all'essenziale del messaggio del Papa e fa comprendere l'esigente complessità della sua tesi centrale.
Alle osservazioni di Fabio C. aggiungo qualche altra difficoltà ricavata dalla pratica giornalistica:
- una denuncia "a fin di bene", documentata nei fatti e non offensiva nei modi, porta però inevitabilmente a reazioni di contrasto, autodifesa e distinguo che generano contrapposizione.
- un giornalismo corretto che abbia il carattere della chiarezza e della completezza (nero su bianco) deve avvicinarsi all'evangelico parlare all'insegna del "sì, sì, non, no": non sempre si concilia dunque con l'attenzione a non turbare la comunione e ad uno stile di prudenza che finirebbe per annebbiare la sincerità e "il libro dei fatti".

Forse un metodo di parziale soluzione del dilemma etico sta nel tenere sempre in gran conto il contesto delle vicende e i destinatari a cui la nostra presa di posizione è rivolta, ma questo non è semplice in una comunicazione di massa che per definizione è anonima, eterogenea e indifferenziata: può essere recepita nem al di là delle nostre intenzioni e attenzioni.
La percezione del rischio che comunque anche la verità possa anche "far male" accompagna il lavoro di chi comunica attraverso i media. O no?



25/01/2018 08:10 Lia
Concordo in pieno in questa riflessione. Mentre leggevo pensavo però a come questi concetti "di verità" siano assunti in forma strumentale specialmente in ambienti di chiesa dove la conoscenza arriva prima della vita vissuta. I disastri li tocchiamo con mano. IL pregio del papa è quello (di tentare)di discardinare questa schizzofrenia.


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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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