Nella musica pop
Quale Dio «viene a vivere in città»?
di Sergio Ventura | 21 gennaio 2018
È come se ogni volta il principale compito della testimonianza cristiana fosse quello di ricominciare da capo nella spiegazione del vero senso del Dio Creatore e Salvatore

pesci

 

 

La bellezza del vangelo di Marco sta nella sua essenzialità. Folgorante. Come la poesia. Sia quando risaltano i gesti - come lo squarciarsi dei cieli. Sia quando sono al centro le parole - come quelle del kerygma.

Gesù è appena tornato nelle sua periferia, alla frontiera, dopo aver assaggiato - nella vicenda dell'arresto di Giovanni - il primo dei conflitti mortali con l'autorità centrale, imperiale. Eppure, non può fare a meno di affermare la pienezza, l'esplosività dell'istante. Del kaìros.

È l'ora in cui Dio si fa vicino nelle sue molteplici forme di signoria (psicologica, etica, spirituale, sociale, politica, religiosa). È il momento in cui Dio, come proruppe un giorno dalle nostre labbra di esegeti romaneschi, 'sbrocca' di gioia. Rivendicando un'inversione di mentalità, insieme ad un affidarsi profondo.

Tutto bellissimo... Ma, allora come oggi, il Dio che è sempre infinitamente oltre i nomi con cui lo hanno identificato le gerarchie, gli intellettuali e il popolo non arriva mai puro, immacolato, bensì carico di una storia fatta di tradimenti, violenze, cattive interpretazioni e parziali applicazioni.

Mi piace pensare, perciò, che Gesù fosse sempre interiormente pronto a ricevere dal suo uditorio - e giammai a eludere - la domanda provocatoria per eccellenza: ma quale Dio "viene a vivere in città"? Consapevole che a causa di quelli venuti, "c'è già chi ride di lacrime"...

 

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Non si potrebbe dunque rimproverare Alessandro Mannarino e, credo, nessuno di quelli tra di noi a cui "profuma l'anima", se di fronte al kerygma cristiano si obiettasse apertamente o intimamente:

"il primo Dio fu un buco dentro al cielo / nascosto in un buio di provetta / Infuse come un sadico l'istinto / per chiuderci qui dentro in un recinto,

il secondo Dio, l'architetto del teatro / usava il cielo come un gran fossato / Era solo un altro carceriere / che giocava con le mosche in un bicchiere, (...)

Il terzo Dio fu solo di passaggio, che delusione. / Per il quarto si bruciarono le donne / e restammo solo maschi sulla terra / con un unico passatempo, la guerra. Ed il quinto contro il sesto..."

È come se ogni volta il principale compito della testimonianza cristiana fosse quello di ricominciare da capo nella spiegazione del vero senso del Dio Creatore e Salvatore. Senso diverso da quello di un Dio che è sempre alla ricerca di qualche "marmocchio che inciampica" e che ci vuole pecoroni rinchiusi in un recinto, o burattini da manovrare a piacimento, magari per soddisfare desideri misogeni e guerreschi. Senso diverso da quello di un Dio Liberatore che, forse, è "il settimo Dio (...) apparso alle baracche stamattina", portando "speranza nuova fra la gente" e ad "un marmocchio che scalpita"...

Certo, di questo ultimo Dio "si sa ancora poco, ma il nome suona bene e non vuol dire niente" - canta con ironia Mannarino. Potrebbe essere quell'io sono colui che sono o che voglio essere a cui poter urlare: "perché tanto odio, perché tanto dolore se siamo fratelli ? [...] Perché tanta ingiustizia, se siamo tutti uguali?". Ma potrebbe anche essere ancora una volta colui che, come nel video, annoda i legami in fili da burattini, rendendo necessaria quella presenza femminile che sempre ritorna nelle canzoni del cantautore romano a liberarlo dalle ultime catene...

Se, però, neanche l'ultimo Dio "è quello giusto veramente", non deve stupire che per Mannarino ogni filo gettato dal cielo rappresenta un pericoloso amo calato nelle acque profonde dove i pesci "vanno (...) a fare l'amore".

 

 

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Trasformare Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni in pescatori di uomini non potrà dunque mai avere un significato positivo, se chi pesca alla fine è spesso un "coccodrillo" o si aggira tra "serpenti", e chi è pescato è sempre "preda", sia essa "il mulo", "il somaro" o "l'agnellino".

Se Dio non riesce più ad avere la bellezza del cielo stellato sopra di noi e il pescatore non riesce più a far sentire "il profumo delle stelle", sarà inevitabile che il saggio consiglio dato dal nonno alle domande del nipote andrà sempre in questa mesta, per ogni religione, direzione:

" - Nonno, nonno, posso farti una domanda / Sulla nostra vita di pesci del mare?
Perché ogni tanto qualche compagno scompare? -.
- Perché è stato preso / dalla rete del pescatore -.
- Ma ce sarà un modo per non farsi acchiappare? -.
Bisogna sape' distingue / la luce delle stelle da quella delle lampare".

 

 

 

21/01/2018 15:27 stefania
Bellissima riflessione, così come tutti gli spunti offerti... personalmente il testo "gli animali" mi dà proprio il senso della bellezza, di un Dio che scende e che si mostra all'uomo in tutta la creazione... purchè non ci si lasci distogliere dalle luci apparenti del mondo (tanti suoi testi parlano dell'avidità, dei soldi, della ricerca del potere) ma seguendo la luce delle stelle: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12)


21/01/2018 11:30 PietroB
Vero! X conoscerLo bisogna scardinare, essere disposti a scendere negli abissi, il proprio in primis, lasciarsi skonvolgere nel profondo...


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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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