La neve cade dal cielo, il futuro no
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 17 gennaio 2018
Esiste un mondo da "abitare" come casa nostra come diceva Heidegger (e anche papa Bergoglio), ma se i genitori non riescono ad abitare neanche la propria casa o il proprio quartiere come che si fa?

Non sono certo la persona più adatta a scrivere sulle baby gang napoletane purtroppo tema di drammatica attualità. Semplicemente perché non riesco a comprendere quella diffusa illegalità di cui si parla da anni, senza che mai venga superata (ragazzi che sfrecciano senza casco sotto gli occhi della polizia urbana? Abitanti di un quartiere che ostacolano il lavoro delle forze dell'ordine? Sui nostri quotidiani locali oggi la notizia di un concittadino che, colto sul fatto un ladro nel garage condominiale, ha scattato una foto e chiamato i carabinieri: ladro identificato e arrestato, fatto di ordinaria amministrazione).

Tuttavia, proprio in questi giorni, la cronaca ci mostra come il problema dei ragazzi non sia affatto limitato al Sud, visti i gravissimi episodi verificatisi a Zevio (VR) o a Torino, che significa Nord, eccome Nord. Questo vuol dire che il problema è italiano, globale. Quindi nostro, di tutti e tutti dobbiamo farcene carico, come diceva don Milani.

Perché sarà anche questione di scarso (scarsissimo) senso dello Stato, carenza di supporti, di adeguati finanziamenti, di scelte politiche (anche se gli ingenti fondi della Cassa del Mezzogiorno sono stati "fagocitati", e alla grande, da mafia e 'ndrangheta, ricordo ancora le parole dell'on. Flaminio Piccoli in visita nella sua città, non proprio ieri), ma non si può sempre delegare ad altri, occorre che ciascuno si assuma la propria responsabilità.

Quando arriva la neve non si può aspettare gli spalatori del Comune (che lavorano, ma hanno due mani ciascuno ..), si prende la pala e via; e in montagna, dove la quantità è ben maggiore, chi ha un mezzo lo mette a disposizione e sgombra, gratuitamente, una strada, un cortile (esistono scuole di periferia dove sono gli stessi insegnanti e studenti a dare una mano ..).

So bene che il discorso è molto più complesso e occorrerebbe un'attenta analisi sociologica (mentre la sottoscritta sta semplificando al limite della banalità), ma c'è una domanda che affiora da qualche giorno? Ma dove stanno le famiglie e le comunità?

Si parla spesso di un ruolo dei genitori da recuperare, ma qui talvolta non sembra trattarsi di recupero bensì di una totale rifondazione. Non occorre invocare, come ha detto qualcuno, un coprifuoco per i ragazzi minorenni, è necessario che le famiglie tornino ad essere tali, vale a dire la prima comunità educativa nel senso più autentico del termine.

E cosa c'è di più educativo della testimonianza di mamma e papà? Non è solo la fede ad essere tramandata, ma anche il senso dello Stato, il senso di appartenenza ad una comunità più grande, il senso del bene comune e della legalità, come insegna la dottrina sociale della Chiesa che invita non solo a costruire la città di Dio, ma anche quella degli Uomini.

«Quando siamo angosciati, diciamo che uno è spaesato» diceva a Darmstadt nel 1951 il filosofo Heidegger nel corso di un convegno di architetti dal tema "Costruire, abitare, pensare". Ma forse è proprio lo "spaesamento" quello che sta paralizzando il nostro Paese. Non siamo più capaci di "abitare": innanzitutto il nostro tempo (perché troppi s'immaginano ancora almeno un decennio fa), la nostra cultura (si vorrebbe allontanare il cambio epocale che pure è sotto i nostri occhi), e su tutto si vorrebbero evitare le proprie responsabilità.

È vero che la trasformazione sociale è profonda, in particolare nei nostri stili di vita, ma la nostra "casa" l'abbiamo dimenticata troppo in fretta e, di conseguenza, il concetto non è passato ai figli, i giovani di oggi. Tutto consiste in cerchi concentrici e il movimento è essenzialmente centrifugo, ma non del tutto. Si parte dalla famiglia, prima comunità dove s'impara a balbettare la socialità e la fratellanza: regole ben precise, ma anche tanta solidarietà. La famiglia non è chiusa in stessa, fa parte di una comunità più grande, civile ed ecclesiale e l'azione educativa si allarga, e si condivide. I genitori s'impegnano a esplicare il loro ruolo di cittadini e al contempo di membri di una Chiesa, ma accettano che altre persone possano venire in loro aiuto per quanto riguarda la crescita dei figli.

Spesso si parla di "comunità educante", intendendo anche la scuola e tutti coloro che contribuiscono all'educazione, ma forse oggi occorre davvero compiere un passo ulteriore e giungere a quella "alleanza di tipo civile" che viene invocata da più parti, dove ciascuno si sente responsabile in prima persona.

I genitori potranno dire di aver rinunciato ad una gratificazione personale di vario tipo in nome dei figli, magari anche, se non è troppo gravoso per il bilancio familiare, ad un avanzamento di carriera: l'importante è esserci, e non solo fisicamente ("un padre insegnante che trascorre il pomeriggio chiuso nel suo studio non mi ha dato nulla", diceva uno studente alle soglie dell'Esame di Stato). Ma non basta ancora se pensiamo a cosa significa per una comunità parrocchiale avere dei genitori che si mettono a disposizione nel fine-settimana per tenere aperto l'oratorio, la catechesi o l'animazione dei giovani (coppie di genitori, non solo mamme).

O il valore aggiunto della buona volontà delle persone per la vita di un quartiere o una città. E il concetto di casa si allarga poi fino a comprendere la nostra "casa comune", dice Bergoglio, il creato, il mondo intero con tutti i suoi abitanti. Un mondo da abitare come casa nostra, ma se non abitiamo neanche quella come si fa?

Così di fronte all'attualità del bullismo e dei crimini "per scherzo", ma anche della crisi che attanaglia i nostri giovani come del resto tanti adulti, cominciamo ad allontanare ogni alibi e rimbocchiamoci le maniche. Non è sempre responsabilità di altri (la politica, la Chiesa, il parroco di turno ...), ma innanzitutto "nostra". Non occorre alimentare il numero dei "rancorosi" che ritengono di non aver ricevuto nulla: ma noi che abbiamo dato? Che cosa diamo?

So di aver semplificato alla grande, ma anche un Sinodo sui giovani non potrà risolvere problemi se gli adulti, genitori innanzitutto, resteranno ad aspettare ... che le soluzioni cadano dal cielo, come la neve. Costruire il futuro è un'altra cosa.

 

 

 

22/01/2018 10:19 Alessandro Chiarini
Si dice, a ragione, che è la comunità ad educare, lo si dice ancora più frequentemente in questi giorni in cui la cronaca riporta gravi atti di violenza compiuti da adolescenti e pre-adolescenti.

È vero che è la comunità ad educare, ma se nessuno si prende in carico l’educazione della comunità stessa (intesa come insieme degli adulti appartenenti ad un determinato territorio), allora essa educherà a suo modo, senza una linea precisa, secondo le “mode” del momento, l’educazione sarà frutto del sentire dei singoli, sarà la somma di quello che a ciascuno in buona fede sembrerà corretto fare o non fare.
È evidente il limite di questo modello individualista, perfettamente rispettoso della privacy, ma disgregante, cioè capace di frammentare in infiniti e non sempre proficui percorsi l’azione educativa posta in essere dal mondo adulto. Si tratta di un modello in grado di mettere in pericolo l’idea stessa di comunità perché: se io basto a me stesso, a cosa mi serve la comunità?

A ben vedere anche il concetto stesso di comunità è forse superato, le metropoli, i grandi centri urbani e le periferie con i palazzi mi pare dicano questo, similmente i paesi senza piazze, o in cui le piazze si sono svuotate, a vantaggio dei grandi centri commerciali, che assurgono a nuovi spazi sociali.
Presumibilmente il concetto di comunità è morto, o comunque non gode di buona salute, forse dovremmo puntare sull’idea di fraternità o di fratellanza.

Il vuoto educativo lasciato dal venire meno della comunità potrebbe essere riempito da questa nuova fratellanza. Si tratta in primis di riscoprire i legami, scalfire il muro ipocrita della privacy che ci divide e conoscerci.
Potremmo lasciare questa azione alla volontà dei singoli, ma credo non andremmo lontano. È necessario che si intervenga con un disegno preciso che forzi e solleciti lo scambio, la relazione fra i cittadini. Un disegno che aiuti a creare buoni rapporti di vicinato. Negli anni ’50 del secolo scorso Giorgio La Pira chiese che nei quartieri della nuova Firenze si organizzassero feste, per creare legami. Eravamo in un periodo, quello post bellico, di profonde lacerazioni, ma forse quella lacerazioni, sotto altre forme, sono riemerse in questo nostro tempo. Quindi ben vengano le feste, le tavolate per strada, i giochi insieme, il ballo, il teatro e la lettura, la musica e la poesia nella strada appena sotto casa. Oggi c’è un posto per ciascuna di queste nobili attività, ma questo posto è lontano dai vissuti dei più. Spesso i teatri sono vuoti e se non lo sono aggregano in modo omogeneo e non eterogeneo le persone, questo è un grande limite. Riscoprire lo stare insieme, condividere idee ed esperienze. Tutto questo significa ampliare il proprio bagaglio culturale, acquisire punti di vista e capacità da spendere verso le nuove generazioni.

Questo un primo passo, vedo poi necessario investire nella genitorialità, non si è genitori perché si è in grado di generare vita dal punto di vista biologico, si è genitori perché si è capaci di custodire ed educare (far crescere sotto ogni punto di vista) un essere umano. Qui chiamo in casa la Scuola e forse anche la Chiesa (in Italia essa ha ancora un discreto ruolo educativo), è necessaria un’alleanza concreta, non vaga ed astratta. Non si avvia un figlio sul percorso educativo, si incammina un’intera famiglia. Questo significa che in qualche modo - tutto da inventare - fra i banchi non siederanno più solo i bambini, ma anche i genitori. È impegnativo, è difficile, ma credo sia investimento necessario per guardare positivamente al futuro, che sarà il tempo abitato dai nostri figli.



19/01/2018 12:56 Francesca Vittoria
IL BUON INSEGNAMENTO…….erba medicamentosa….chiedo scusa ma è di questa mattina che, sempre sul quotidiano la Stampa il Preside di una scuola media di Torino si sfoga “Non abbiamo più strumenti per educare, le famiglie contestano ogni punizione, anche se il figlio ruba o fa il bullo” – Il proverbio “spare the rod e spoil the child è mi pare anche nei proverbi della Bibbia, il che vuol dire che se nessuno si interessa di correggere e educare il giovane, questo non può sapere cosa è bene e cosa è male! E se non si partono dai principi da adulto sarà impreparato ad affrontare anche i suoi impegni e non saprà che cosa significa essere responsabili e verso se stessi e dei doveri verso il prossimo nella società. Ci sono infatti cittadini che, sempre segnalato dalla Stampa, hanno fatto cortei contro i numerosi luoghi di spaccio droga in diverse parti della città , e il Vescovo con Caritas e collaboratori sta cercando di offrire ricoveri alle vittime di questa lebbra che falcia ai giovani il loro futuro. Sono tutti drammi ai limiti…..che sembrano essere ignorati dalla politica , riversati su un volontariato invece di essere fatti oggetto di un piano di rimedi in tutti gli ambiti dove questi problemi nascono e si sviluppano. Far parlare nelle scuole Medici e specialisti che sono da consultare prima del politico, anziché demandare a iniziative caritatevoli , toppe in un tessuto sociale liso da fili di insoddisfazione, quali la fatica di rimediare un lavoro, lavoro offerto che non offre sicurezza futuro, dove la risposta in ogni settore sembra l’invito “fai da te” arrangiarsi . Mi domando perché una buona volta non si va a sondare e fo ndo queste tante malattie e voler, come per i virus, inventare studiare veri rimedi i quali sono fonte di squilibrio dell’intera impalcatura sociale che si vuole verticistica e cominciare da Scuole dove educare sia altrettanto importante dell’istruire, e con la Sanità che non è da meno curare a rinvigorire questi com parti di società fa si che da questo benessere la politica diventi costruttiva e non soltanto vento. Se alla base di un grattacielo c’è tanto strato mobile, come si dice poggi la Torre di Pisa. non si può pensare l’edificio regga. se una persona ha valori morali saldi, incorruttibili il suo fare sarà costruttivo, Si parla di ringiovanire il futuro della società, ma non dipende dagli anni ,ma dalle idee formate, aperte al dialogo intraprendenti verso mete dove ogni problema sociale trovi l’attenzione e la persona ne diventi parte anche da “riciclata” i componenti di una società che si ha a cuore di costruire, ma abbattere la corruzione, far apparire l’onestà la dirittura morale , requisiti privilegiati con tutte le altre doti indispensabili allo scopo. ,
E’ un parlare secondo qualche religione? No è semplicemente un pensare da cittadino comune, che spera in una democrazia sana, al quale dispiace vedere la china disastrosa che dalle pagine dei servizi della Stampa si viene informati.
Francesca Vittoria



18/01/2018 17:16 Francesca Vittoria
Si ,è di stamattina che la Stampa ha riportato il fatto criminoso che si ripete con cadenze ravvicinate in diversi luoghi, ed è quello di giovanissimi che in gruppo assaltano senza motivo un tizio lo derubano ma, cosa agghiacciante, non si fermano a questo si sfogano con botte fino a lasciarlo a terra….. “si è finto morto” per salvarsi la vita. Perché sta emergendo tanta facile malvagità? Viene di pensare che i fatti delittuosi in effetti accadono ormai tutti i giorni se poi si guarda a quelle fiction video trasmesse, realtà e fantasia non sono diverse , si arriva a pensare che tutto questo faccia scuola per come agire brutalmente, ma il “sono così giovani e, non sanno quello che fanno” può essere l’attenuante?. Il Santo Padre sta parlando al popolo cileno, ai tantissimi giovani e accenna alla parabola di quando Gesù a Canaan opera il miracolo di cambiare l’acqua in vino. La Madre gli aveva detto “non hanno più vino”! Ecco, forse anche ai molti giovani di oggi manca il vino della conoscenza di che cosa cercare per provare emozioni di gioia vera, di godere facendo e godendo nella ricerca del bene e non del male, non la rabbia di non avere abbastanza di quanto il mercato sollecita e offre e la ricerca di sentirsi forti capaci di prevalere. La nostra società così come si sta evolvendo e quelli che sono i suoi valori e sembra assistere indifferente e rassegnata accettando come naturale di evolversi attraverso il miracolo tecnologico più che guardare ai valori a quei valori cristiani che sono una forza per vivere in fratellanza tra popoli, solidarietà ai più deboli, dignità che non è servitù al più ricco ma amicizia e condivisione. Il Santo Padre dalla scaletta dell’aereo non ha mancato di farci partecipi di una preoccupazione “Temo una guerra nucleare – ho paura di una guerra nucleare, siamo al limite” e regala ai settanta giornalisti che lo accompagnano la foto , scioccante, di un bambino che sulle spalle porta legato il fratellino a farlo cremare dopo il bombardamento di NAGASAKI 1045 ….Anche questa è un limite, che le armi distruttive di massa non dovrebbero essere più usate , we should draw a line at wars, e invece mirare a riavere il mondo come è stato creato e che già non è più così tutto in bellezza quello che vediamo oggi. Questo dietro front dovremmo tutti sentirci coinvolti, ogni singola persona che cammina sul pianeta, non abbiamo bisogno di farcelo descrivere da astronauti, lo possiamo constatare quando ci stupisce e ci emoziona un bel gesto di generosità, di altruismo, di fraternità umana e sono anche questi esempi che ci sono noti, e quando ammiriamo un cielo stellato dove l’ammirazione ci lascia senza parola.Papa Francesco sta dando prova di come si dovrebbe agire diplomaticamente instaurando e puntando sul dialogo e di il buon insegnamento sia erba medicamentosa per sollevare l’entusiasmo e lo spirito nei giovani

Francesca Vittoria



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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