Nella poesia
Per il Dio Bambino l’uomo è necessario
di Sergio Di Benedetto | 06 gennaio 2018
Il Dio di Turoldo è un Padre che soffre per il figlio smarrito, e che viene a «porre la sua tenda» in mezzo a noi», per questo possiamo, come i Magi, provare una «grandissima gioia».

In questa solennità dell’Epifania, che racconta sia l’aprirsi al mondo del Bambino sia l’andare verso il Salvatore di misteriosi uomini giunti da Oriente, celebriamo l’incontro tra il Dio fatto uomo e il mondo: non il primo incontro, perché il Vangelo ci ricorda che i primi ad accorrere furono i pastori, tra gli umili e gli emarginati del tempo. Ma certo oggi la liturgia ricorda la manifestazione del Verbo incarnato a tutti, al di là di provenienze, lingue, tradizioni.

Questa azione di Dio è un semplice atto d’amore, perché, come scriveva Turoldo, Dio non può non amare l’uomo: non a caso egli titola uno dei suoi testi di congedo dalla vita Lui non potrà non amarti, tratto dai Canti ultimi (1991-1992), i più alti, i più grandi e i più intensi della produzione letteraria del frate servita, ormai in lotta con la malattia.

Si tratta di un testo piuttosto ampio, ma che merita l’intera lettura:

 

Lui non potrà non amarti

 

I

 

Inquieti e sereni

andiamogli incontro:

 

se di tanta grazia riveste

i gigli del campo e l'erba

che al mattino fiorisce

e a sera è già arsa,

 

non può non usarti pietà:

 

anche tu gli sei necessario

- per ragioni certo diverse -

quanto lui a te.

 

II

 

Ma lui non potrà non amarti

 

e sarà annullato l'inferno:

 

se perduto,

anche lui non potrà

non soffrire...

 

III

 

Questo mio poetare

è ancora un gioco di farfalle

in volo senza direzione

 

e tutte cadono a terra

con le ali bruciate.

 

IV

 

Anche quando tu pensi

a un sole mai visto

a un implacabile sole

a un sole che della terra

faccia una sola fornace

di calce,

 

nulla è

a confronto

del suo ardore

 

che fa di te un deserto

di cenere.

 

V

 

Un'alba in abito da sposa:

 

sta forse per sorgere

il nostro giorno?

 

Tutti e due usciamo insieme,

Signore, dalla Notte.

 

Sono versi di rara profondità, che commuovono il lettore per l’intrecciarsi tra amore, conflitto, speranza, umanità, senso del limite («Questo mio poetare / è ancora un gioco di farfalle / in volo senza direzione / e tutte cadono a terra /con le ali bruciate»).

Parafrasando e invertendo il celebre verso di Paolo VI, «O Cristo, Tu ci sei necessario», Turoldo canta l’appassionato amore di Dio per l’uomo: «anche tu gli sei necessario / - per ragioni certo diverse - / quanto lui a te». L’uomo, noi, io sono necessario a Dio, che per me ha scelto di incarnarsi, rendersi Bambino, incontrarmi e arrivare al sacrificio di se stesso, per rompere i cancelli della morte.

Il Dio di Turoldo è un Padre che soffre per il figlio smarrito, e che viene a «porre la sua tenda» in mezzo a noi» perché così «sarà annullato l’inferno».

Sì, l’uomo è necessario a Dio: arditezze del pensiero che solo la poesia sa concedere.

 

Perché quel Bambino nato a Betlemme «non potrà non amarti», oltre ogni limite posto dall’uomo. E per questo possiamo, come i Magi, provare una «grandissima gioia».

06/01/2018 16:22 PietroB
Quello che fa del mio mentore Turoldo un GRANDE è il suo equilibrio instabile, il suo dubitare...
L’unico modo x essere vicino ai poco credenti...



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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