Nella poesia
A Natale, Dio, ti voglio vicino
di Sergio Di Benedetto | 24 dicembre 2017
Turoldo dà voce a ogni uomo che sente il baratro della fatica, della povertà e dell’infelicità. Abbiamo un Bambino «mendicante d’amore» a cui non possiamo che rivolgere la più semplice delle preghiere: «Ti voglio vicino, mio Bene».

A Natale abbiamo una speranza, che per l’uomo di fede diviene certezza: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Quel «venne ad abitare in mezzo a noi» in greco suona come «piantò la sua tenda in noi». La tenda, che porta con sé tutta la memoria del deserto, indica la fragilità del Dio Bambino: la tenda non ha mura solide, per difesa e protezione. Ma la tenda è anche lo spazio immediato della casa, che in poco tempo può elevarsi per dare riparo e per offrire ospitalità. La tenda è lo spazio dell’amicizia, resa ancora più profonda da quel «in noi»: il Verbo non si pone accanto, si pone dentro di noi. Spazio dell’intimo segreto, della radice umana.

Tutto questo nel volto di un Bambino che di tutto ha bisogno. Ma in quel Bambino ci è offerta la possibilità di una vicinanza: del Dio che si fa uomo e, con questo, dell’uomo che porta Dio. Perché sappiamo che non c’è uomo in cui Dio non ponga la sua tenda dal giorno in cui il Figlio nacque a «Betlemme di Giudea».

Un Dio vicino, che noi desideriamo ci sia sempre più vicino. Perché un Dio bambino ci sorprende, ci disorienta. Un Dio bambino non risolve i nostri problemi, non obbedisce alle nostre richieste. Un Dio bambino ci costringe all’amore gratuito, che è quello che Lui offre. Un Dio bambino ci spinge a chiedere solo la vicinanza, che vinca solitudini e notti, come cantava padre Turoldo:

 

Ti voglio vicino, mio Bene

(quanto ti chiamo la notte!)

Ti voglio vicino, mio Amato.

 

Da solo, nessuno pensa

sia più povero e infelice.

 

Povero e infelice,

e nulla che mi riesca!... 

 

Ma tu mi sei vicino

mi devi essere vicino! 

 

Mio Dio:

anche tu

solo!

 

E per amore così esposto

e impotente.

 

Anche tu infelice

mendicante d’amore:

seduto alle porte della città.

 

Perfino seduto

alle porte del tempio:

da chi entra non degnato

di uno sguardo.

 

Insieme, insieme, mio Dio,

saremo felici!

 

Turoldo dà voce a ogni uomo che sente il baratro della fatica, della povertà e dell’infelicità. Abbiamo un Bambino «mendicante d’amore», un Bambino «esposto / e impotente». A questo Dio così ricco di novità non possiamo che rivolgere la più semplice delle preghiere: «Ti voglio vicino, mio Bene».

Quando siamo nel dubbio, nell’angoscia, nella paura, è di vicinanza che abbiamo bisogno. Qui sta il sollievo, qui la speranza, qui sta la felicità possibile: «Insieme, insieme, mio Dio / saremo felici!».

Dio, stai vicino all’uomo che arranca, dagli la tua mano, anche se di Bambino. Soprattutto se è di Bambino.

 

Buon Natale, amico lettore, che sia di vicinanza a Dio e al fratello.

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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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