Nell'arte
Lo spettacolo del presepe
di Gian Carlo Olcuire | 25 dicembre 2017
Dove c’è un presepe, la gente si affolla: è un fenomeno riscontrabile ovunque, nelle case, nelle chiese, nei mercatini di Natale… e persino nell’affresco di Giotto.

 

IL PRESEPE VIVENTE DI GRECCIO

(Giotto con aiuti, tra cui, forse, Pietro Cavallini, 1295-99, Assisi, Basilica superiore di San Francesco)

 

«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio…». Gv 1,1-5.9-14


È solo l’inizio della “più grande storia mai raccontata” (come titolava un film del 1965) ed è già storia. Il modo di rappresentarlo sarà naïf fin che si vuole, per i palati raffinati, sarà pure kitsch, demodé, ridicolo e superato, eppure resta uno spettacolo che non ci si stanca di rivedere. Lo hanno intuito due uomini di teatro come Eduardo De Filippo e Roberto De Simone, che a Eduardo aveva portato in dono un presepe napoletano. E che, di fronte all’entusiasmo del maestro, osò domandare… maliziosamente: «Ma voi siete credente?». Ottenendo come risposta: «Vedete, io sono ateo, ma il presepe è il presepe».

Fu proprio Eduardo, in Natale in casa Cupiello, a cogliere come – nella stessa famiglia – potessero convivere le due anime, del denigratore del presepe e del sostenitore. Il duro e il tenero. Uno capace solo di giudizi estetici e l’altro capace di vedere, oltre alle pecore, un significato. E magari di sciogliersi per un Dio che si fa uomo, traslocando dal cielo d’oro al cielo celeste e venendo a farsi mortale tra i comuni mortali. I quali apprezzano e lo vanno subito a salutare senza nemmeno cambiarsi d’abito, con gli attrezzi da lavoro e gli animali... In più, il sostenitore è colpito da due gesti che sono gesti d’amore: quello di chi, questa storia, non si stanca di raccontarla e quello di chi non si stanca di ascoltarla.

Si vede pure nell’affresco di Assisi. Che contiene due novità, la prima delle quali dovuta a San Francesco e alla sua invenzione del presepe vivente, a Greccio, nel 1223, quando si serve di persone e animali veri, non di statue: come già era successo all’arte, era la realtà a chiedere cittadinanza e a entrare di prepotenza anche nel presepe. La seconda novità è pittorica: Giotto introduce, infatti, un modo inedito di «rappresentare le figure, metterle in scena nello spazio reale, contrapporre i caratteri. Come a teatro» (Arturo Carlo Quintavalle).

L’artista non è il primo a rappresentare una rappresentazione (lo facevano già i Greci), ma – agli attori – unisce il regista e soprattutto gli spettatori. Che sono indispensabili al teatro, per due impagabili piaceri che si provano di fronte a una storia, peraltro nota: quello di sentirsi gli uni con gli altri e quello di vedere come la storia venga riproposta.

Tali piaceri sono ancora il movente degli spettatori di oggi. Che, come bambini, adorano – quasi più della storia – la passione dei narratori, il loro ingegnarsi a rendere meraviglioso ciò che raccontano. E, nel caso del presepio, apprezzano che venga comunicata, se non la fede, quanto meno la passione per questa bellissima storia.

In un mese stracarico di luci, quella del presepe è la più calda. Un po’ per il calore di quel Bambino nella mangiatoia, garantito dai fiati del bue e dell’asino, un po’ per il calore della gente che si stringe e guarda. Se non esiste spettacolo senza spettatori, quelli del presepe – nel loro volerlo vedere da vicino – pare quasi ne vogliano far parte.

Dove c’è un presepe, la gente si affolla: è un fenomeno riscontrabile ovunque, nelle case, nelle chiese, nei mercatini di Natale… e persino nell’affresco di Giotto, malgrado non abbia traccia di sdolcinatezza. A spazzarla via, nella zona superiore, è quella tavola incombente con la sagoma della Crocifissione. È girata dalla parte del popolo di Dio, sia per essere aderente al vero (amato più del bello) sia per ricordare a tutti che il bimbo in braccio a Francesco non potrà scansare quella croce.

 

 

30/12/2017 03:26 Francesca Vittoria
Il Presepe affascina, anche perché è opera d'arte di chi lo ha costruito, ma inalterato resta il suo fascino che resiste al tempo, perché del suo spirito e della sua realtà noi ne facciamo parte, la viviamo a nostra volta e per questo tocca i nostri sentimenti, riduce in cocci anche lo scetticismo di chi non crede. Non è forse vero l'amore di una madre verso il suo bambino ? Non è forse altrettanto Vera la figura di un Giuseppe così impegnato ad assicurare protezione alla madre e al figlio? Non suscita nostalgia quelle figure che richiamano ai nostri sentimenti quelle famigliari, e se non sono presenti la nostalgia di quel l'affetto ricevuto e che a nostra volta doniamo ai famigliari e anche non in tanti ambiti e luoghi a contatto con il nostro prossimo? Si, e l'amore ad attirare, a toccare il cuore, e se questo manca, la vita diventa vuota, si piange anziché gioire. Perciò la maternità di Maria trasmette verità di ogni essere umano, e stupore sacro che si prova per il nascituro, che è creatura sconosciuta, di lui non si conosce nulla della persona che sara. Si Lui è sceso dalle stelle, una scia di angeli lo canta, partecipa all'avvenimento, svegliano gli uomini dormienti perché una nuova vita è nata nel mondo, la riceviamo come dono, come un miracolo , ne abbiamo cura perché il Creatore ha avuto cura che fosse sentito il senso materno che qualsiasi madre prova anche oggi verso il proprio figlio è questo sentimento indistruttibile lo si può veramente definire sacro, non lo creiamo noi l'abbiamo gia. La ricchezza e la povertà sono in quella realtà insieme rappresentate, insieme esistenti, chiave di lettura che ci coinvolge personalmente e per ogni persona che vive nel mondo, è uguale per ogni diversità di razza, tradizione, società di appartenenza, condizione , e la nostra umanità che è anche pienezza di dignità ed è proprio somigliante ai personaggi del "presepe" siamo noi stessi "presepe" santo ricco e povero, che solo l'amore ci fa vivere e sperare e ci dà il coraggio di diventare migliori.
Francesca Vittoria



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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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