Nella musica pop
La luce di S.U.N.S.H.I.N.E
di Sergio Ventura | 17 dicembre 2017
L'avvento del rapper Rancore: «Luce tu curi i mali di chi lo vuole, conduci nei tuoi viali finché non si muore, ti arrampichi all'orizzonte, fai scavalcare il sole oltre questi pianeti»

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Ancora oggi dura, per domande sollevate e risonanze interiori, l'eco di un incontro che si è svolto il 5 aprile presso il liceo classico dove insegno. Trecento giovani, dopo sei ore di dure lezioni, fermatisi a scuola dalle tre alle sei del pomeriggio ad interrogare - ed ascoltare - il rapper romano Tarek Iurcich sulle sue rime complesse - ed emergenti dal buio - in tema di amore e rancore, società e politica, religione. Come a dire che i giovani si possono convogliare intorno a momenti alti di approfondimento esistenziale e spirituale, quando si hanno seri ma freschi contenuti da offrire e qualche buon insegnante a mediare...

Anche in quell'occasione è emerso il fatto che il brano grazie al quale Rancore - questo il nome d'arte - si è imposto definitivamente all'attenzione del grande pubblico (per ora) del rap è S.U.N.S.H.I.N.E.: 7'48" di rime già considerate tra le più belle e significative della ormai non breve storia italiana di questo genere musicale. Sette minuti e quarantotto secondi: il tempo che impiega la luce del Sole per arrivare sulla Terra, là dove lottano da sempre "luce" e "soli appassiti di luce"...

 

 

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Infatti, l'avvento in noi e tra noi di un bambino che invita a svegliarci e a cambiare per vivere veramente è sin da subito rappresentato anche con l'avvento di una luce - la vera luce (Gv 1,9). Ma, esattamente come si può cadere negli ingannevoli abbagli del potere imperiale, equivocando sul chi e sul come dell'atteso, così per gli stessi motivi e moventi si può sfocare la Luce nel Testimone della Luce - la "luce", appunto, nei "soli appassiti di luce".

Quello che dunque sembra essere decisivo in Giovanni è che il Battista, consapevole che sin da Mosè "iniziare non vuol dire che dovrai finire", confessi una negazione. Che non neghi di non essere il Messia o il profeta Elia (Gv 1,20-21). Che quest'uomo mandato da Dio testimoni di essere solo il testimone che dà testimonianza alla luce, ma non egli stesso la Luce (Gv 1,6-8) - «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (E. Montale, Non chiederci la parola).

Perché questa insistenza? Perché questa esigenza di chiarezza?

Perché in un contesto di vita in cui è "troppa la depressione" e "l'universo è già nero [e] non si può annerire", in cui "quanta merda devi odorare, un mare" e "quante piccole bugie devi aderire", è umano, sin troppo umano, "adorare nuovi soli appassiti di luce". Perché "nei luoghi ormai devastati / dove non senti i piedi, dove non batte neanche il sole", è umanamente comprensibile seppur non giustificabile, "generare soli che se no non vedi" ed "amare il sole" per essere "rasserenati". Perché con la tecnologia odierna "basta un interruttore che vedi un sole" e - tragicamente - chiusi "dentro le stanze della città", dove "aumenta l'insicurezza e si ruba l'identità", dove "forse ultimamente è drogato anche l'amore, davanti a tutti si fa", "per quanta fretta hanno le persone qua / basterà pure un sole fatto a metà"!

Ma tutto ciò, non è quello che anche noi siamo tentati di fare ogni volta che restiamo vittime di "questa densa tendenza, questa mania / di supremazia, qui nessuno ne vive senza"? Spesso perciò e a tal fine "programmati" come "schiavi", "manichini", "computer" dai factotum della città? Da quei gestori dei soli della città, sacerdoti, leviti e farisei inviati da Gerusalemme (Gv 1,19.22.24-25) per un interrogare il Battista che è già un accusarlo? "Dai - riconosce Tarek - come vivi senza colpevolezza, se hai consapevolezza della realtà?".

Nel momento, quindi, in cui si desiderasse una rinascita di se stessi e della città in "altro luogo", si dovrebbe cessare di avvilirsi stupidamente e superficialmente o di ridere nascondendosi nella penombra, ma si dovrebbe dire a se stessi con forza e franchezza: "essere belli come il sole non serve / se non brilli più di luce riflessa"; per poi, con lo sguardo fisso nello specchio, intimarci: "tu non devi venerare il sole, ma la luce che vedi"!

Chi è, però, colui che nel contesto appena descritto, in questa "giungla (...) sempre più folta", può cercare "senza ipocrisia" nella sua testa "sgombra" questo "richiamo della foresta", "questa follia"? Chi è questa voce che grida nel deserto: rendete dritta la via del Signore (Gv 1,23), ossia fate spazio alla Luce?

E' "l'artista", colui che "urla [e] protesta (...) per strada" e "ci fa sgolare" e "sognare"; colui la cui "metrica è la verità" e la "nota" è la "libertà", ma il cui suono deve essere "una sola cosa" perché "possa vivere"; quel "gas infiammabile" che non è da guardare in quanto tale - in quanto nuovo Sole, bensì per quanto "è abile a usare puntine, pu-pu-puntare alle rime che è come uccidere", senza "però essere mai condannabile (...) mentre una biro collegata [al "cielo nero"] sputa bile". Trascendere, in fondo, è sempre un po' (far) morire...

Infatti, è "difficile decidere di uccidere con le parole", perché non di morte letterale si canta qui, bensì di giungere a confessare, nella ricerca infinita dei "nostri veri padri", che potrebbe essere meglio "nulla che ereditare aridità", ma soprattutto di giungere ad affermare "dammi una base, io ci scrivo un'altezza, li colpiremo in profondità".

E come il Battista (si) immerge nell'acqua, così Tarek(-Ismaele?) "scappa nel bene, nuota tra le balene", apprendendo il limite e la capacità di segnalare colui che viene dopo di me (Gv 1,26). Uno di cui non si sente degno neanche di slegare il laccio del sandalo (Gv 1,27) - e che altri evangelisti ci diranno battezzerà con il "fuoco", come "chi quando guarda il cielo vede pioggia di meteoriti" e pensa che siamo "frutto di attentati dell'aldilà, tutti modificati nel DNA".

Quello che però dobbiamo sempre scoprire con il Battista è che - "per quanta forza è nella tua voce" - questa incognita, che avviene sulla Terra con "fretta ed è più veloce" nel diventare (al centro del videoclip) una croce, si presenta alla fine con il calore di una luce da invocare dolcemente "per stare quaggiù" e "spingere il sole oltre questi pianeti":

 

"luce tu curi i mali di chi lo vuole / conduci nei tuoi viali finché non si muore /

ti arrampichi all'orizzonte, fai scavalcare il sole /oltre questi pianeti",

 

"ghiaccio sui tetti di questo villaggio / adagio si scoglie, non ne resterà uno stralcio /

Squarcio tra le nuove e poi sbuca un raggio / assumo coraggio per stare quaggiù".

 

Perché, in effetti, quanto coraggio dobbiamo assumere "per stare quaggiù", nell'attesa che venga a scaldarci un raggio di Sole, o meglio di Luce, che - a volte - sembra non arrivare (ai) più?

 

 

 

25/12/2017 23:44 sara93
Dal confronto tra i finti soli – ‘appassiti’, ’aridi’ vuoti; ‘manichini’ come strumenti di manipolazione a vantaggio di ‘chi cuce’ verità preconfezionate fatte di castrante perfezione, di buonismo bigotto, come un confetto rosa come ‘vestiti da ballerina’; verità esogene che quindi necessariamente diventano falsità; tante piccole ‘bugie’ alle quali ‘aderire’ come non avendo uno spessore proprio, come senza pensare; falsità dalle quali però ci lasciamo cullare perché oppiacei ‘rasserenanti’, perché ci fanno ‘ridere’ e perché sono una ‘penombra che nasconde’…anche se ci rendono ‘schiavi adoranti’ - tra questi finti soli e la Luce – vera, sensata, endogena quindi necessariamente autentica- emerge sullo sfondo l’allusione ad un possibile vero Sole sorgente emanatrice di quella Luce nel verso "chiedi alla Luce di spingere il Sole oltre queste pareti".

Tuttavia, la completa inconoscibilità del vero Sole – troppo grande, troppo accecante, in definitiva mai osservabile - porta a considerare la Luce come migliore fonte di verità. Infatti solo questa luce è ‘la Luce che vedi’, unico effetto manifesto di un Sole che comunque non si manifesterà mai, almeno non nella propria sostanza diretta. Per questo, è a lei – piuttosto che al vero Sole - che si chiede accompagnare ‘nei viali finché si muore’, di liberare spingendo ‘l’orizzonte oltre le pareti’, di ‘curare i mali’.

Da questa, che è insieme poesia e preghiera, traggo quindi l’apertura alla possibilità da una parte di f(id)arsi bagnare da questi raggi ed essere fra ‘chi lo vuole', dall’altra soprattutto l’intenzione di voler essere per qualcun altro a mia volta un raggio. Ecco così, e solo così, che ha senso raccogliere ‘il coraggio per stare quaggiù giù giù’. Nei momenti in cui la vedo così, scema l’impazienza di andarsene da ‘quaggiù giù giù’ verso un chissà-dove migliore, mentre sento che ‘restare quaggiù giù giù’ non è più un gesù che 'si rialza e si rimette la croce' alla Dargen, bensì è un piacevole brivido nel collo e nella schiena, è un solletico sotto le palme dei piedi, è l'entusiasmo in un cuore gonfio di senso.



19/12/2017 12:47 Giuseppe Indelicato
Incontro memorabile. Ne approfitto per condividere due note che buttai giù di ritorno a casa

"Rasserenati dall'amare il sole,tu non devi venerare il sole, ma la luce che vedi". Popoli che venerano il Sole, alto nel cielo apparentemente, volutamente, lontano. Veneriamo il sole, occhi verso l'alto ma non guardiamo oltre, non lo scavalchiamo, verso le galassie nell'universo nero. E allora siamo "stupidi quando ci iniziamo ad avvilire perché "a destra è tutto nero tutto nero", "l'universo è già nero non si può annerire" e "il buio è la partenza e l'arrivo che mamma ti ha dato". In un mondo (un punto in una galassia tra milioni di galassie) che ci propina il culto di nuovi soli, che costruisce il "tempio del divertimento", non farti abbindolare da soli messi ad arte. Perché quanta merda devi odorare al fine di adorare nuovi soli appassiti di luce?Non avrai altro Dio all'infuori di me non è l'ordine di un vecchio polentone arrogante, è un monito: ricordatelo, non fatte frega! E allora cerca quella follia senza ipocrisia che è il richiamo della foresta, entra nel buio del tuo bosco interiore verso quella voce che ti chiama da dentro. Quel "buio partenza e arrivo che mamma t'ha dato". Perché anche se "a sinistra è tutto nero/vero a destra tutto nero/vero", "in fondo a questo buio c'è una luce, è vero" e quel sole che ti sei lasciato dietro, sebbene te l'avessero proposto come Sole, è anch'esso "tutto nero tutto nero". La luce è in fondo ai sentieri di questa selva oscura. Camminavi impaurito chiedendoti "Dio dimmi dove sei". Ed eccolo lì, in fondo al tunnel, fuori dal tunnel(del divertimento). Tunnel in cui lo stesso Capa si è rituffato (per riemergerne) con l'ultimo disco. Ma ricorda, La luce "conduce sui propri viali chi lo vuole", fa "scavalcare il sole" e traccia nuovi sentieri solo per chi la accoglie (mica per tutti, insomma non si danno perle ai porci) E solo chi vorrà intraprenderli potrà vedere oltre questo finto sole, verso quelle galassie lontane.
È, come si dice, n'atto de fede.



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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