ROBE DI RO.BE.
«Per una teologia della liberazione dalle mafie»
di Roberto Beretta | 14 dicembre 2017
Gli Stati generali della lotta alle mafie, tenutisi recentemente a Milano, alle comunità di fede hanno chiesto qualcosa di più rispetto alla sola scomunica ai mafiosi

Agli «Stati generali della lotta alle mafie», tenutisi a Milano alla fine del mese scorso, uno dei tavoli predisposti per i lavori degli esperti (era stata interpellata anche la Cei, ma non ha risposto) era dedicato al tema «Mafia e religione», e le sue risultanze sono state pubblicate in una sintesi che merita considerazione e citazioni in esteso.

Tutti noi abbiamo presente i pellegrinaggi dei capi della 'ndrangheta al santuario calabrese di Polsi, gli «inchini» delle processioni davanti alle case dei boss, le immaginette sacre trovate insieme ai pizzini nei covi di Totò Riiina... Eppure la prima attenzione dei partecipanti al gruppo di studio si è rivolta a confutare il luogo comune che «la devozione effettiva degli uomini e delle donne della mafia sia "il" luogo in cui si manifesta una prossimità fra cattolicesimo e mafie», nonché «la deduzione (sbagliata) che alla Chiesa cattolica e alle altre comunità si debba chiedere una adesione pubblica all'etica della legalità come forma di solidarietà con lo Stato contro la mafia».

Sorpresi? Citiamo dunque: «L'uso della ritualità e della devozione come saldatura del patto mafioso non è infatti né peculiare del cattolicesimo né della religiosità (ci sono una ritualità massonica e una spiritualità ortodossa non meno vulnerabili di quelle cattoliche al dirottamento mafioso). Le criminalità usano universi di senso e doverosità superiori come leve per imporre una visione del mondo che subalterna obbedienti a comandanti (...) assoggettati a un codice schiavile. Di questo codice la Chiesa cattolica ha fornito per lungo tempo, con rare incrinature, una giustificazione teologico-politica motivata, nella forte presa della Dc in alcune regioni ad alta densità mafiosa, da un anticomunismo e dal suo significato teologale: davanti a questo nemico, la mafia diventava ipso facto "male minore" con penose conseguenze pagate care anche dai cattolici indocili a quelle semplificazioni».

Se questo è vero, le conseguenze sono pesanti. Ancora il documento: «Ciò che si può/deve chiedere a Chiesa cattolica e alle altre comunità di fede è dunque qualcosa di molto più ampio di ciò che finora è stato loro chiesto (supporto all'etica della legalità, azione di socialità educativa, vigilanza sulle pratiche devozionali, esplicitazione della coincidenza peccato/reato nell'adesione alle mafie). Serve una serie di passi che configurino una teologia della liberazione dalle mafie, per i quali gli approcci interreligiosi, la logica ecumenica e gli strumenti sinodali - sessioni straordinarie delle conferenze regionali, sinodi - presentano una potenzialità superiore alle affermazioni di principio ("i mafiosi sono scomunicati") che per quanto solenni rischiano di impegnare solo la suprema autorità che li pronuncia».

Non solo dichiarazioni pubbliche, dunque, pur gradite. Non tanto «la fornitura di un rinforzo religioso all'etica della legalità, che senza dubbio non nuoce». «Dalle comunità di fede ci si deve infatti attendere molto di più, (...) alle Chiese bisogna chiedere una teologia della liberazione dalla mafia, che identifichi il servaggio della manovalanza, le vittime della prepotenza e i complici di questo sistema come attori di un sistema schiavile nel quale chi è vittima - e talora anche il carnefice può essere vittima, insieme alla sua vittima - può e deve essere liberato».

Tra le proposte pratiche dal tavolo sono scaturite la creazione di un osservatorio e una digital library sul rapporto mafie e religiosità (compresa la raccolta di omelie esemplari), un seminario biennale con i presidenti delle Conferenze episcopali regionali, la richiesta «alla Santa Sede di un inasprimento delle pene canoniche per i crimini legati alla mafia, sul modello di quanto fatto per il contrasto alla violenza sessuale ai danni dei minori», la costituzione delle comunità di fede come parte civile nei processi di mafia. Ma soprattutto la necessità di «ricordare alle Chiese che non possono dichiararsi estranee alla sofferenza del loro popolo» e devono dunque proporre cammini di liberazione dalla mafia analogamente a quanto è stato fatto nel tempo ­nei confronti delle più varie schiavitù, per esempio in America Latina. Non proposte morali, ma una nuova teologia.

 

17/12/2017 08:33 Yolanda
Una visione del mondo che subalterna obbedienti a comandanti assoggettati a un codice schiavile.
Sottolineerei questo passaggio dove la visione del mondo è finalizzata a uno scopo : Per la mafia e' l' accumulo di ricchezze e lo sfruttamento delle risorse altrui per pochi con tutti i mezzi e senza scrupolo alcuno ,per la religione la ricerca della verità perché la verità vi farà liberi. Liberi da ogni schiavitù,creati tutti a Sua immagine .Un altra visione del mondo e dei rapporti.
Certo e' spiacevole pensare ad un accostamento tra mafie e religioni ma è in discussione proprio la visione del mondo e i principi che determinano la vita di ciascuno. Non ci si può sottrarre alla responsabilità di una scelta etica senza se e senza ma .



15/12/2017 04:15 Yolanda
Argomento molto interessante e difficile da affrontare. Molte sono le sfaccettature. Se vengono in mente personaggi come don Ciotti e Libera ,insieme ad altri sacerdoti in prima linea e o martiri nella lotta alla mafia e'altrettanto vero che la mafia prospera e attecchisce dove c'è un humus culturale e delle convergenze di interessi che supportano il radicamento di uno stile di vita mafioso.
Omertà,indifferenza,ricerca di potere,interessi ed egoismi personali,servilismo, mancanza di attenzione allo sviluppo del singolo individuo e integrazione per il bene della comunità nella comunità sono atteggiamenti tipici dello stile mafioso ma con cui mi sono scontrata nella mia esperienza ecclesiale proprio nella chiesa. Con preti e laici o con la gerarchia. Mi fa specie ma non mi stupisce la non partecipazione della Cei al congresso citato.Fa parte dello stile .Invece in un paese devastato da mafie e corruzione accostare le parole mafia e religione sarebbe quanto mai doveroso per trarne le dovute conseguenze a tutti i livelli. Perché non basta pregare Dio di liberaci da ogni male ma ciascuno deve fare la sua parte per collaborare a questo scopo. Così come per educare e far emergere in ciascuno potenzialità. e risorse per rendere libere e consapevoli le scelte di vita occorre essere coerenti e credibili. Non basta festeggiare il Natale con un Dio che si fa piccolo e fragile per essere speranza e sostegno per ogni fratello se poi il rifiuto del diverso e dello straniero o del povero e del fragile e indifeso sono la costante di tanti cristiani nei loro discorsi quotidiani.Anche la mafia parla o cerca di atteggiarsi ad antimafia per continuare a prosperare. Così non basta enunciare dei principi ma occorre essere coerenti e coraggiosi a tutti i livelli a partire dalle omelie per identificare la schiavitù dal male e dal peccato in ogni dove.



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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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