Nell'arte
Il gioco dei talenti
di Gian Carlo Olcuire | 19 novembre 2017
Questa illustrazione immette la parabola in una dimensione di gioco, facendo cogliere che chi si appassiona al compito ricevuto e lo vive come un dono, riesce pure a divertirsi.

PARABOLA DEI TALENTI

(Giulia Sagramola, 2009, in Quante tentazioni in un talento nascosto…, ed. Fondazione Talenti)

 

«A chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha». Mt 25,14-30

 

Quando l’illustrazione non si limita a travasare un testo, pari pari, nel linguaggio delle figure, ma lo arricchisce di una nuova interpretazione, dà una mano a comprenderlo meglio: è ciò che avviene con questo disegno, dove i talenti sono immaginati come palloni.

Il vantaggio è di uscire da una logica di lavoro o di investimento economico, per immettere in una dimensione di gioco. Facendo cogliere un aspetto non sempre associato al vedersi assegnare un compito: cioè che chi vi si appassiona e lo vive in modo leggero, come un dono ricevuto, riesce pure a divertirsi.  Non che impegno e fatica vengano azzerati, ma passano in secondo piano di fronte alla bellezza del gioco.

Ciononostante, c’è chi non ha mai voglia di giocare: l’equivalente di chi, nella parabola, fa la stupidaggine di seppellire il talento. Se il disegno riproducesse l’azione del sotterramento, lascerebbe pensare che l’uomo non voglia vedere il talento per non sentirne la responsabilità. O per non condividerlo, come fa la maggior parte delle persone quando ha un tesoro. Quel pallone stretto al petto dice qualcosa in più: insinua l’idea che al giocatore non va di rischiarlo, passandolo a qualcuno; che non lo vuole condividere.

Ma chi non si fida di sé né degli altri, non arriverà mai in porta. E non si vergogna di ammettere d’aver paura, nell’accusa di durezza rivolta a chi gli ha dato il talento: paura di lui, di non mostrarsi all’altezza, di qualcuno che gli porti via la palla…

Oggi, per il suo disimpegno, troverebbe mille giustificazioni (e qualcuno a fornirgliene altre). Direbbe di non amare lo sport, e in particolare quelli con la palla; direbbe che aveva intenzione di conservarla, per non consumarla; direbbe di voler protestare per aver ricevuto meno degli altri, senza pensare che il suo unico pallone potrebbe essere il migliore.

Ma il pallone che non viene messo in gioco… alla fine si sgonfia. Il bello della metafora è che lo sport porta con sé l’idea della velocità. Che nella parabola è un valore, se si sottolinea come «subito, colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli…». Costui ha capito di avere una grande opportunità: in un tempo e in un luogo limitati, gli è data la possibilità di fare qualcosa di bello. Per questo non perde tempo e si attiva. Già: ci sono cose che si fanno adesso (era il titolo della celebre rivista di Don Primo Mazzolari) o mai più. Anche se il suo signore, dice la parabola, giunge «dopo molto tempo», quindi non è poi così fiscale…

25/11/2017 20:52 Alberto Orlando
E' un errore prendere le pericopi del vangelo isolandole dal contesto come se fossero degli oracoli di Delfo. La parabola dei talenti è strettamente legata ai versetti che seguono: Mt 25,31-46 in cui si dice che chi non dà da mangiare all'affamato e da bere all'assetato ecc..andrà al supplizio eterno. I talenti sono le capacità ricevute da Dio ( non i denari e i beni che si ottengono per eredità dagli uomini o che si procurano personalmente ) e chi li fa fruttare è perché ha dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati ecc.. Quello che non ha fatto fruttare il suo talento andrà al supplizio eterno non perché non aveva senso della responsabilità, o paura di mettersi in gioco o altre balle psicologiche inventate dai commentatori di questa parabola, ma perché non ha usato la sua pur modesta capacità per dare da mangiare all'affamato e da bere all'assetato ecc.. I versetti di Mt 25, 31-46 che parlano del dar da mangiare all'affamato e da bere all'assetato ecc...sono la conclusione del discorso di Gesù che risponde alla domanda: "quando verrà la fine del mondo? " (Mt. 24,3) e avverte: " Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno la sa...Vegliate dunque.. (Mt.24, 36-42). Questa conclusione spiega le parabole del vegliare inserite in questo discorso. Essere servo prudente quando il padrone s'allontana senza dire quando ritorna (Mt. 24, 45-51); essere le vergini sagge che prendono l'olio di riserva per le loro lampade (Mt. 25, 1-13); far fruttare i talenti (Mt. 25,14-30) è dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati ecc..


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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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