ROBE DI RO.BE.
I danni di Comunismo e Anticomunismo tra i cristiani
di Roberto Beretta | 13 novembre 2017
A cent'anni dalla Rivoluzione d’Ottobre è tempo di fare il conto dei suoi danni anche nella Chiesa, tra i quali c'è l'anticomunismo.

Adesso che si celebra il secolo della Rivoluzione d’Ottobre - e degli indiscutibili, enormi disastri da essa provocati nell’ex Urss: ma non solo – sarebbe tempo di fare il conto dei danni indiretti prodotti anche nella Chiesa.

La persecuzione dei credenti, anzitutto. La distruzione delle strutture religiose, materiali e no. L’infezione liberticida dovuta al pensiero unico. Il divieto di esprimere la fede in pubblico. Il tentativo di cancellare le esigenze stesse della spiritualità in generazioni e generazioni di uomini: questo drammatico bilancio di sofferenze e di sangue, anche se è stato tante volte ricordato, da Solzenicyn in giù, non sarà mai abbastanza deprecato. E lo facciamo doverosamente anche qui.

Ma c’è anche un altro effetto collaterale della rivoluzione rossa sul cattolicesimo, senz’altro meno doloroso ma che pure merita considerazione – se non altro per i suoi effetti allungatisi sino a noi. Alludo all’anticomunismo espresso dalla Chiesa e dai cattolici nell’ultimo secolo: pure tale contro-ideologia, infatti, alimentata dal terrore che indubbiamente il potere bolscevico sapeva incutere anche solo grazie alla vastità geografica dei suoi confini, ha generato danni notevoli. E non di rado è stato strumentalizzato da forze più o meno occulte, che avevano di mira i propri interessi e non certo quelli del Vangelo.

Limitiamoci all’Italia dal dopoguerra in qua. Pur senza affatto contestare che in senso politico la scelta atlantica sostenuta dal mondo cattolico e direttamente dagli ecclesiastici sia risultata alla fine la più corretta per il destino della nostra nazione, non bisogna però sottacere che lo spauracchio dei cosacchi che avrebbero potuto abbeverare i cavalli in piazza San Pietro ha funzionato come egregio pretesto per condurre le masse anche laddove di per sé il messaggio cristiano avrebbe dovuto pronunciare i suoi distinguo.

Populismo anticomunista: quanto ne hanno approfittato parroci e vescovi e cardinali e (come no?) anche papi, per manovrare nel senso di un manicheismo ideologico secondo il quale – siccome non si poteva certo essere da una parte, quella di Stalin – bisognava stare forzatamente dall’altra? Chiaro: nel contesto di contrapposizione dell’epoca – pensiamo ad esempio alle famose elezioni del 1948 – certe sottigliezze potevano sembrare fuori luogo; però è un fatto che certe modalità, spesso troppo viscerali, di espressione cattolica d’anticomunismo ci hanno condotto ad esiti molto negativi, fino ad una visione parziale e unilaterale della Chiesa stessa.

C’è stato un centro di potere, al quale hanno (coscientemente o meno) collaborato molti ecclesiastici, che ha saputo manipolare l’opposizione cattolica al comunismo; e anche questo dobbiamo mettere nel conto degli eventi dell’ottobre 1917. Per lo scontro tra i blocchi, la Chiesa è stata indubbiamente meno “universale” di quanto avrebbe dovuto. Tante riforme interne sono state paralizzate dalla paura di indebolirsi di fronte al “nemico unico” rosso. Molte voci profetiche sono state silenziate con la facile accusa di comunismo. Una denuncia più chiara delle colpe dei fascismi o dei limiti del liberismo è risultata indubbiamente rallentata. E molto si potrebbe aggiungere fino ai giorni nostri, magari fino all’attuale sovrapposizione che certi settori cattolici compiono callidamente fra difesa delle radici cristiane e egoistica chiusura, autoritarismo e tradizione cattolica. Il cristiano non può essere comunista, l’abbiamo detto tante volte; ma nemmeno solo anticomunista…

18/11/2017 10:38 Alberto Hermanin
Stimolante il post di Beretta e ottimi i due contributi di Lorenzo Pratesi e Sara. Tono giusto per argomenti seri. Grazie!


16/11/2017 14:40 Sara
L' intuizione che il comunismo in Europa sia stato, nel secolo XX, una «eresia occidentale» fu di Arnold Toynbee. Nel primo capitolo dell' aureo suo libro Il mondo e l' Occidente (1952), edito in Italia da Sellerio, così scrive: «In Occidente, dove il comunismo era nato, questo nuovo credo costituiva eresia. Era una critica occidentale al fallimento in cui era incorso l' Occidente nell' attuare i suoi principi cristiani, nella vita economica e sociale di una società che cristiana si professava». Questo concetto, del comunismo come «eresia cristiana», ritorna nel titolo, e anche nella sostanza, di un libro di Philippe Chenaux, docente di Storia della Chiesa all' Università Lateranense: L' ultima eresia. La Chiesa cattolica e il comunismo in Europa da Lenin a Giovanni Paolo II (Carocci). L' autore ripercorre l' accidentato cammino di quei rapporti, dalla contrapposizione frontale ai momenti di riavvicinamento reciproco, che è riduttivo considerare calcolo puramente tattico. Del resto varrebbe la pena di riconoscere che quasi mai una mossa è puramente tattica: se viene compiuta, ciò significa che a causarla è una modificazione forte, un cambio di prospettiva, una presa d' atto delle lezioni della storia. Così ad esempio il celebre riavvicinamento di Stalin con la Chiesa ortodossa nel momento del massimo pericolo per la nazione sotto l' incalzare dell' invasione nazista (se ne parla in un bel libro di recente apparso presso Einaudi: Stalin e il patriarca di Adriano Roccucci) non è semplicemente il frutto di un calcolo o di un accomodamento: fu anche questo, certo, ma fu la presa d' atto, da parte del potere sorto dalla rivoluzione, dell' ineludibile peso della storia. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi, ed illuminarsi a vicenda, se solo si pensa alla parabola dei rapporti tra Napoleone I e la Chiesa cattolica. Un pregio del libro di Chenaux è l' attenzione rivolta anche allo sviluppo del comunismo europeo fuori dell' Urss, con particolare riguardo alla Francia e all' Italia. Ne vien fuori, tra l' altro, un quadro interessante per quanto attiene al Pcf: una realtà che, snobisticamente, si suole considerare, da parte di chi ancora ne ha serbato memoria, come al più una brutta copia del comunismo italiano. Di quest' ultimo, Chenaux apprezza in particolare la politica togliattiana verso la Chiesa cattolica al tempo del pieno fervore conciliare (non menziona però mai Gramsci, nei cui scritti invece avrebbe trovato ampia materia, oltre che molte premesse della politica togliattiana). E dà rilievo in ispecie ad un intervento togliattiano, Il destino dell' uomo (20 marzo 1963): un testo che, dal punto di vista della tipologia letteraria, potrebbe definirsi un «anti-comizio». Togliatti parlava - in quella occasione - nel corso della campagna elettorale delle elezioni politiche del 1963, e parlava a Bergamo, terra natale di Giovanni XXIII, pontefice regnante e promotore del sommovimento conciliare, oltre che di una articolata diplomazia dell' attenzione verso il mondo socialista. Quel discorso si apre con le parole: «Desidero anzitutto premettere che non intendo fare un comizio elettorale». E infatti è un vero saggio interpretativo del mutamento intervenuto nella storia del pianeta a meno di vent' anni dalla fine della guerra e del mutamento di tutti i principali soggetti in campo. Chenaux ne apprezza, e ne pone in rilievo, le parole con cui Togliatti registra il definitivo tramonto dell' «era costantiniana» e apprezza «l' affermazione dell' attuale pontefice circa la neutralità della Chiesa nel contrasto tra gli Stati». Chenaux mette giustamente in relazione il discorso di Bergamo con il Memoriale di Yalta e con l' esortazione togliattiana ad accantonare «la vecchia propaganda ateistica», onde tener conto della «coscienza religiosa delle masse popolari». Ma nel discorso di Bergamo c' è molto di più, c' è una maturazione concettuale che è, insieme, frutto del mutamento e premessa dell' analisi: «Noi affermiamo - dice Togliatti - che l' uomo deve creare una società alla dimensione della propria libertà. In questo modo si può giungere, noi crediamo, a quel pieno sviluppo della persona umana che è la meta di tutta la storia degli uomini. Si può quindi dire che la nostra è, se si vuole, una completa religione dell' uomo». E rivolto ai suoi interlocutori sovietici attacca: «Recano invece danno a tutto il movimento i fatti che talora ci mostrano il contrario». «Libertà» è parola tale da non doversi strapazzare né abbassare a sinonimo di «gara per l' affermazione individuale» (come accade nell' uso incolto). «Libertà» in un senso alto è il terreno sul quale quella che Chenaux e Toynbee sentono come «eresia occidentale» o «eresia cristiana» diventò qualcosa di molto più significante che una «eresia»: diventò un elemento fecondo che, nel percorrere per intero il Novecento, ha trasformato, alla fine superando se stessa, tutti i soggetti in presenza, nel movimentato teatro della storia.


Luciano Canfora



16/11/2017 14:37 Sara
"sono sempre più convinto che Benedetto abbia lucidamente preparato la strada a Francesco


kasper stesso nota che il programma attuale era stato fissato da Benedetto a partire da qui

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20110925_catholics-freiburg.html

Su Chiesa e comunismo è ottimo Chenaux

http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788843057344



14/11/2017 17:43 Lorenzo Pratesi
Sarebbe importante capire chi sono queste voci profetiche il cui silenziamento avrebbe prodotto danni. Così si capirebbero anche di quali danni si sta parlando.
Secondo me ha poco senso chiedersi se la storia abbia prodotto danni. La storia è pura immanenza, non fa danni. Non ha coscienza di sé. I fatti accadono.
Al contempo, sono convinto che i tempi sono maturi per un deciso superamento della Chiesa per come l'abbiamo conosciuta nella seconda metà del XX secolo. Si nota una profonda differenza culturale tra il magistero di Francesco e quello dei Papi precedenti, in particolare sotto il profilo della c.d. teologia del popolo, chiave di lettura decisiva - ne sono sempre più convinto - per comprendere questo pontificato e che ha ricevuto piena legittimità nell'interpretazione datane dalla Conferenza di Aparecida sotto la guida di Benedetto XVI e dello stesso cardinale Bergoglio. Conferenza che marca anche una distinzione netta tra l'agire di Benedetto (decisamente inclusivo) e del Ratzinger Prefetto (decisamente meno inclusivo, ma forse era anche il ruolo).
Negli anni della cortina di ferro, o anche solo di Giovanni Paolo II, un documento come Aparecida non sarebbe mai potuto uscire. Ma anche vero che un documento del genere è uscito grazie agli anni della cortina di ferro.

Tra Benedetto XVI e Francesco vi sono significative differenze. Eppure, sono sempre più convinto che Benedetto abbia lucidamente preparato la strada a Francesco, una strada che nel 2005 sarebbe stata prematura: la conferenza di Aparecida, le encicliche sulle virtù teologali (dunque sulla necessità di tornare sempre al cuore della fede, come quotidianamente raccomanda Francesco), la caritas in veritate, la lotta alla pedofilia nella Chiesa ecc..., i continui richiami al cristianesimo come patrimonio culturale da offrire, più che imporre, all'Europa e al mondo. Per questo penso che gli unici eretici veri siano quelli che pensano di delegittimare Francesco a partire da Benedetto e, viceversa, quelli che delegittimano Benedetto per dare maggiore forza di novità a Francesco.
Raccogliendo la suggestione di Beretta, arrivo a dire che solo un uomo radicato nella cultura del XX secolo europeo come Joseph Ratzinger poteva porre le basi perché la Chiesa ne uscisse definitivamente.
Francesco oggi si è incaricato di mettere la prua al vento.
La direzione, a mio avviso, non è chiarissima. Ma anche questa, forse, è una considerazione da XX secolo che non ci deve più appartenere.



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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È assessore alla trasparenza e alla sicurezza della sua città, Lissone, per una lista civica. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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