Se ci mancano le parole per dire «famiglia»
di Maria Elisabetta Gandolfi | 17 gennaio 2011
Da una normale riunione parrocchiale una provocazione: come celebrare oggi la famiglia in un contesto di fragilità diffusa?

Da una recente riunione parrocchiale traggo una riflessione a cui immediatamente non so dare risposta. Il tema sembrava facile: organizzare la festa della famiglia. Una festa per la cui celebrazione occorrevano pochi ingredienti: la celebrazione eucaristica domenicale in cui gli sposi rinnovano le promesse matrimoniali e al termine della quale tutti sono invitati a un pranzo nel capiente salone parrocchiale. Lo scopo è quello di coinvolgere il maggior numero di famiglie, soprattutto quelle più lontane, quelle che vengono solo per accompagnare il figlio al catechismo, quelle meno inserite nel solito “giro”.

La discussione, però, a un certo punto s'arena: dobbiamo chiamare la festa con un nome diverso, altrimenti le famiglie separate, risposate, diciamo “irregolari”, si sentono escluse e non vengono. Qualcuno l'ha teorizzato: “Come posso venire a una Messa dove si rinnovano le promesse del matrimonio, io che  ho tirato su da sola le mie figlie dopo che mio marito mi ha lasciata?”.

Allora non si tratta più solo del “nome” della festa; c'è in gioco il contenuto stesso del festeggiamento. Qualcuno ipotizza di abolirlo e di proporre un'occasione alternativa per raggiungere le famiglie, così come sono. Qualcun altro tenta il compromesso di mantenere il rinnovo delle promesse e inserire però nella preghiera dei fedeli un robusto riferimento alla necessità di pregare per le tante difficoltà che le famiglie d'oggi vivono, le loro precarietà, le debolezze.

Qualcun altro però s'inalbera e afferma che è necessario ribadire con forza che la famiglia è quella basata sul matrimonio costi quel che costi e che se i cristiani non testimoniano almeno quello...

Si arriva a un punto morto, dove si tenta un aggiustamento che non scontenti nessuno, con l'idea – non sbagliata ma un po' pilatesca – che la parrocchia stessa è famiglia e accoglie le persone per quello che sono. Si rinnoveranno le promesse matrimoniali, ma glissiamo sul perché possa aver senso farlo anche di fronte a chi quelle promesse non le vive più. Si preferisce fischiettare.... Eppure come fedeli laici che vivono in famiglia le parole non dovrebbero mancarci...

È che di fronte al moltiplicarsi delle possibilità è come se si annebbiasse il senso complessivo di un avvenimento: il fatto che un matrimonio possa (genericamente) fallire ci rende quasi muti sul senso che il matrimonio in generale riveste. O, al contrario, ci fa urlare slogan e alzare cartelli contro o a favore di una parola – famiglia – quasi ci rendesse in maniera automatica più forti nel difenderne le ragioni.

Già, ma il punto è proprio questo: oggi sappiamo realmente quali sono le ragioni per cui ha senso dire famiglia e dirlo in un contesto di fragilità diffusa?

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Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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