«Io, i miei modelli e i miei genitori»
di Sergio Ventura | 14 ottobre 2017
Verso il Sinodo un gruppo di giovani a confronto sui propri punti di riferimento. Compresi quelli più vicini di tutti

Tarek Iurchic, Giovani artisti, 2017

 

Il ritorno dalle vacanze rallenta sempre la ripresa dei ritmi ordinari del lavoro quotidiano. A partire dal nostro ormai abituale appuntamento con "la pluralità di mondi giovanili" che incontriamo ed ascoltiamo. Soprattutto dopo un inizio di Settembre dedicato al Seminario internazionale sulla condizione giovanile, organizzato dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, la cui perla è stata la testimonianza di D. qui riportata.

Ma la vendemmia non può troppo tardare. E dunque, complice anche la classica ottobrata romana, ci siamo rivisti con Marta, Giovanna, Michelangelo (Franchini), Giulio (Bianco), Giorgio e Diana, per discutere di modelli e punti di riferimento. Ecco il 'vino' prodotto...

SERGIO VENTURA: «Tu e i tuoi coetanei sentite ancora il bisogno di avere dei modelli, dei punti di riferimento? Con quale identità? »

MARTA: «Chiunque vuole dare un senso alla propria vita, e fa qualcosa con umiltà, cerca dei modelli - intesi come esempi prossimi, raggiungibili e concreti. Penso alle figure che incarnano uno dei miei grandi obiettivi della vita: diventare un bravo medico, capace di non scordarsi che davanti ha un essere umano, in grado di essere per il paziente ciò di cui esso ha realmente bisogno, pronto ad ascoltare, capire, curare, guarire. Pertanto i miei modelli sono quei professori che offrono veramente l'immagine di tutto questo, che fanno lezioni su come fare, e non solo su cosa fare - tanto per quello abbiamo un'infinità di testi scritti che lo spiegano in modo esaustivo. Ma questo ruolo si manifesta anche nelle sfaccettature che la vita propone. E così, al di fuori dell'ambiente accademico, i miei modelli sono coloro che propongono delle chiavi per fare bene, che insegnano il significato e aiutano a tracciare un percorso, che danno senso alla nostra quotidianità, alle ore passate sui libri e all'impegno giornaliero. Il problema è che trovare questi modelli è piuttosto difficile. Ho incontrato più spesso delusioni che punti di riferimento, perché ciò che minaccia drammaticamente la 'purezza' di un modello è l'incoerenza, che facilmente viene fuori soprattutto se si cerca di approfondire l'identità del modello stesso. Non è facile essere persone complete. Tuttavia queste - grazie al cielo! - esistono, e sono i veri motivi per cui vale la pena impegnarsi nella propria quotidiana, faticosa ma stimolante emulatio».

Concorda GIULIO: «Anch'io sento il bisogno di avere modelli positivi che mi incoraggino a essere una persona migliore per la società in cui vivo e mi aiutino a capire come fare. Gli uomini dell'antimafia, le grandi figure culturali e gli idealisti combattenti del Risorgimento italiano sono stati e sono ancora le mie bussole morali - individuate sulla base dell'esperienza familiare e personale. E' normale, però, che non si riesca a trovare modelli di riferimento comuni perché, nel relativismo morale che regna nella nostra generazione, ognuno ha il diritto di disinteressarsi totalmente all'esistenza e alle idee del prossimo. Anche in questo ambito l'esistenza dell'alter è fagocitata da un ego ipertrofico e viziato: riconoscere le qualità che un altro essere umano possiede è il primo passo da compiere per rimediare».

Per questo, afferma GIORGIO, «abbiamo bisogno di punti di riferimento solidi e rassicuranti, di modelli espressione di un pensiero forte, in grado di dare speranza, ispirare fiducia nel futuro e illuminare la via. Capaci di guardare sul lungo termine - non sul breve - e che non siano messi in crisi da eventuali ostacoli o difficoltà. Non è detto che tutti riusciamo ad incontrarli e, forse, non è detto che esistano come tali. In effetti, se dal piano privato passiamo alla dimensione pubblica, sono certo che modelli del genere io non li abbia visti in Italia da quando ho memoria. Non ricordo un esponente politico, religioso o culturale in grado di tracciare la via, di indicare un percorso, di attuare una visione. Ecco in Italia mancano i visionari, perché occorre avere una fede immensa per esser visionari e non perdersi d'animo».

D'altronde, ragiona DIANA, «non credo ci sia sempre una esplicita ricerca del modello, anzi a volte il modello è qualcosa in continuo sviluppo e superamento che si crea in me inconsciamente, sulla base di influenze passate, di persone incontrate, anche solo per un istante: l'indipendenza di mia madre, la sensibilità di mio padre, la precisione maniacale involontariamente acquisita con alcuni studi liceali, la ricerca dell'altruismo trasmessami da un sacerdote che mi ha aiutato nei primi anni di riflessione critica sulla religione. Ogni filosofo, ogni pittore, ogni scienziato mi ha insegnato qualcosa: Cartesio che non è un oltraggio andare oltre l'autorità di un pensiero consolidato, lasciando spazio ad argomenti contrari, purché fondati; Monet che le emozioni artistiche possono andare oltre la rigidità confinante dei contorni; Heisenberg che in ogni dove il limite esiste, anche nelle scienze più esatte...».

Lapidario, invece, MICHELANGELO: «Non ho modelli e non ne cerco. Trovo anzi che avremmo molti meno problemi se smettessimo di adorare i vitelli d'oro e aspettare i profeti. Anche perché: "ogni volta che nasce un profeta, c'è un po' più di male nel mondo"!».

SERGIO VENTURA: «Come è il rapporto dei giovani con i genitori? E il tuo? Sono testimoni di una vita di fede o piena di senso?»

GIORGIO: «Mi sembra che il rapporto tra genitori e giovani sia complesso, soprattutto perché i primi non si assumono le responsabilità connesse all'autorità che devono esercitare. Si può discutere sui metodi con cui si esercita l'autorità, ma il concetto di autorità non può essere messo in discussione. Ma non sono pessimista e sono sicuro che si recupererà anche questa dimensione del rapporto genitori-figli. Il rapporto con i miei genitori in tal senso è ottimo, avendo loro esercitato l'autorità con autorevolezza. E forse, inconsapevolmente, sono anche testimoni di una vita di fede».

Sulla stessa lunghezza d'onda DIANA: «Il rapporto con i miei genitori è composto di svolte che ho imparato ad osservare in modo critico solo una volta superata l'adolescenza. Da bambina erano i massimi punti di riferimento, le certezze assolute. Durante l'adolescenza il rapporto cambia, cominci a mettere in discussione quello che prima era indiscutibile. In particolare la libertà che si vuole ottenere, e che non sempre viene concessa, è il punto di partenza per l'inizio di una vera e propria crisi. In questa fase, il rapporto con mia madre ha rappresentato il problema più grande. Semplicemente non capivo che tutto quello che lei faceva, con l'appoggio meno invadente di mio padre, era un piccolo tassello della persona che sono oggi. Indubbiamente il conflitto madre-figlia mi è servito per affermare la mia indipendenza; indubbiamente tutti i "no" che mi sono stati detti sono stati la base dei miei limiti e dei miei stessi equilibri. Ora condivido i tanti insegnamenti trasmessi dai miei genitori, che inizialmente stentavo a capire. In particolare mi hanno insegnato l'esistenza di un senso della vita: un senso che si traduce nell'impegno necessario per raggiungere un certo obiettivo; nella profondità che è nascosta in ogni cosa, in ogni parola; nella stessa fede, che ha a sua volta un senso diverso per mio padre e per mia madre - una fede paterna, più teorica e di principi, e una fede materna, ben più pratica».

Più sfumato GIULIO: «In quanto figlio di divorziati, il mio rapporto con i genitori è frammentario e intricato, ma come quello di tutti è un rapporto fatto di confronti e di scontri. Il mondo che loro hanno vissuto è un mondo finito che si sta evolvendo in un villaggio globale. Le nuove tecnologie che aiutano a creare una generazione globalizzata hanno acuito il divario. Parlando con altre persone, mi rendo conto che studenti cinesi o iracheni venuti a studiare a Roma hanno un'idea del mondo molto più simile alla mia di quella dei miei genitori e dei loro coetanei. La loro generazione comunque non è stata un modello di fede per la mia, né di vita sensata, anzi spesso la accusiamo (a volte ingiustamente) di aver contribuito al sacco dell'Italia in cambio di posti inutili per la società, di privilegi, di evasione fiscale e di case abusive, pur avendomi trasmesso la pulsione ideale verso un mondo migliore, l'etica del lavoro, l'amore per la cultura. Chissà se, a questo proposito, l'attuale Grande Crisi possa diventare il terreno culturale comune per un rinnovato sentimento di società da parte delle nuove generazioni...».

Concorda GIOVANNA: «Il rapporto con i genitori, in effetti, è un'area così delicata e personale che non si può categorizzare. Personalmente, ho dei genitori che manifestano il desiderio di accompagnarmi nella mia crescita personale/esistenziale e non solo materiale. Dal lato materno è risultata più facile la verbalizzazione della volontà di questa modalità di 'compagnia', mentre dal lato paterno noto ancora una certa resistenza all'empatia e al sentimento che ho sempre interpretato come il residuo di un'educazione vecchio stampo-borghese ed anaffettiva. Però, di percorso di fede non si è parlato mai. Il senso viene ricercato tramite altre vie, in particolare la terapia psicanalitica e interpersonale. Comunque, nel mio modo di vedere, la ricerca psicanalitica, che si fonde e si impasta con la ricerca umanista, mira di fatto allo stesso scopo della ricerca di fede: un contatto pieno con sé stessi come unico presupposto per aprirsi agli altri e all'Altro. Non a caso, il perdono è una tematica centrale alla quale si giunge inevitabilmente sia nel cammino di fede, sia nel viaggio terapeutico. In generale, mi sembra di capire questo (senza alcuna pretesa di oggettività): la generazione dei miei genitori (anni '50-'60) è fuggita da un certo tipo di catechismo, di buonismo cattolico ipocrita, di ritualità vuota, commettendo però l'errore di bollare tutta la religiosità e la spiritualità. Quando hanno avuto dei figli, hanno trasmesso loro l'idea che religiosità è uguale a catechismo-da-libro-cuore. Così, noi della generazione successiva non ci siamo mai impegnati in un vero cammino di fede per coltivare quella tensione trascendente che pure tutti sentiamo. Bisognerebbe recuperare la possibilità di esprimere e far emergere, nelle forme e nei colori che ne verranno fuori, la trascendenza che è parte dell'umano. Mi trovo spesso a pensare che coltivare così poco l'intelligenza trascendente sia uno dei "mali del nostro tempo" e che trovare una persona con cui condividere una bella conversazione su questo tema sia raro».

 

 

22/10/2017 10:16 Sergio Ventura
Grazie Rosario,anche e soprattutto per le osservazioni puntuali :-)

Buna domenica!



20/10/2017 22:57 Rosario Grillo
Sergio debbo ringraziarti per la costanza ed il coraggio che dimostri nel portare avanti questo dialogo con i giovani,
È importante tanto invitare i giovani a dialogare tra di loro quanto spronarli a dialogare con il mondo adulto. Certo ,
noi adulti dobbiamo prestare attento ascolto.
Trovo sorprendente che alcuni di loro parlano ancora di ricerca di “modelli” : è un buo metodo per impostare la propria formazione,
anche se, nel corso del tempo, la necessaria autonomia porterà a qualche conflitto.
Nel rapporti con i genitori, premessa la grossa problematicità di questa intesa, soprattutto per il peso che la tradizione esercita
sui genitori, considerata ancora la vistosa mutazione “ dei tempi e dei costumi”, la tenuta di questo rapporto, “curato” dalla diligenza e
dall’affetto dei genitori e cercato dall’interesse e dalla curiosità dei figli, è fondamentale per la continuità, per l’organicità e per la solidità
dell’inserimento sociale.
Rivolto ai genitori, il mio suggerimento è di trarre esempio dalle voci, dalle esperienze ( sic! ) dei “giovani che hanno sbagliato” per prendere nota
delle diversità e saperle tenere presente.



20/10/2017 17:14 Angela Gatti Pellegrini
Una nonna con tanta esperienza ascolta e medita.
Ogni creatura in ogni tempo ha gli stessi problemi di crescita e le stesse aspirazioni.
Gli adolescenti si trovarono sempre a vivere tempi difficili ma quelli di oggi sono immersi in un mondo caotico e dispersivo. Quanta speranza siamo capaci di offrire loro?



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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