Nell'arte
Il servitore «senza cuore»
di Gian Carlo Olcuire | 17 settembre 2017
Non si può perdonare da arrabbiati, inghiottendo amaro o sentendosi a credito. Un criterio per controllare se il perdono è buono, è la gioia

 

PARABOLA DEL SERVITORE SENZA CUORE

(Nicoletta Bertelle, 2014, in esposizione nel 2015 a Bergamo, Museo Adriano Bernareggi)

 

«...perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello» (Mt 18,21-35)


Anziché "malvagio" o "spietato" (aggettivi che non spingono a immedesimarsi), sarebbe meglio definire "senza cuore" il servitore. Anche per ricordare che il cuore - cioè la misericordia - è, del perdono, un elemento essenziale (e chi ne è privo, non riesce nemmeno a essere giusto).

Pietro, invece, lo dimentica, ragionando - come tutti tendiamo a fare - con una logica di giustizia, che dà qualcosa se c'è un motivo, se è dovuta. Senza capire la logica del dono. Quindi, non avendo un'idea alta del perdono, lo teme. Probabilmente - come tutti - lo ritiene un cedimento, una leggerezza, talvolta persino un'ingiustizia. E, soprattutto, una fatica immane.

La spia della paura del perdono è la paura di darne troppo: per questo Pietro chiede a Gesù un tetto, un calmiere, come se il perdono (al pari degli altri grandi doni: l'amicizia, la fedeltà, l'ospitalità...) potesse avere un limite.

Così Gesù, alla domanda «Quante volte dovrò perdonargli?», dapprima controbatte con una cifra esagerata: non sette, ma «settanta volte sette». In altre parole, «sempre». Poi attacca una delle sue storie, per smontare la logica di Pietro.

Dato che l'apostolo pare intrigato dai numeri, ne propone qualcuno anche Gesù. Presentando - in tre personaggi - due creditori e due debitori (uno dei tre è debitore e creditore insieme). E mettendo a confronto due debiti, lontanissimi tra loro: uno enorme, l'altro minimo. Nella parabola il primo creditore rivuole la grossa somma prestata a un dipendente; poi, per le suppliche di quest'ultimo, decide di condonarla. Subito dopo, però, è il dipendente a entrare nei panni del creditore, quando esige, da una terza persona, la restituzione di una cifra assai più bassa. Il guaio è che il servitore, pur avendo ricevuto un dono enorme, si rivela incapace di un dono minimo.

Chi prende uno per il collo, sente solo le ragioni della giustizia... che, quando si limita a fissare dei prezzi da pagare e non usa il cuore, può arrivare a essere impietosa.

Di misericordia ha bisogno pure il perdono, per essere di qualità: quel «perdonerete di cuore» fa capire che non si può perdonare da arrabbiati, inghiottendo amaro o sentendosi a credito. Un criterio per controllare se il perdono è buono, è la gioia: senza di lei sarebbe solo una concessione, ovvero un perdono di serie B.

Come mai è stata scelta un'illustrazione per bambini? Per sottolineare che, nell'educazione al dono e al perdono, passa la "differenza cristiana"... (alla faccia di chi dice che al cristiano bastano i dieci comandamenti).

 

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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