Il roveto ardente della Colombia
di Giorgio Bernardelli | 12 settembre 2017
Francesco è andato in uno dei pochissimi posti al mondo dove oggi, pur tra mille difficoltà, è in corso un processo di pace. E che ha qualcosa di ben preciso da insegnarci

Non ha fatto a tempo a mettere piede in Italia dopo cinque giorni in Colombia che i due principali titoli su papa Francesco ieri pomeriggio erano già diventati la questioni migranti in Italia e il cambiamento climatico. Non è il caso di sorprendersi: sono le regole del gioco in quell'occasione unica per i giornalisti che sono le conferenze stampa ad alta quota nei viaggi papali. Stavolta, però, ho come il sospetto che ci sia anche un elemento in più: la fretta di voltare pagina dopo un viaggio un po' strano, che per certi versi ha portato la carovana mediatica che segue il Papa in una specie di universo parallelo.

Francesco è andato in uno dei pochissimi posti al mondo dove oggi, pur tra mille difficoltà, è in corso un processo di pace. Anzi - crepi l'avarizia - proprio mentre Francesco stava per arrivare a Bogotà a quello con le Farc se ne è addirittura aggiunto un secondo, quello con l'altra forza della guerriglia, l'Eln. Due al prezzo di uno. Verrebbe quasi da dire che è andato a cercarselo col lanternino un posto del genere oggi Francesco... Perché sì, è vero, in Colombia il conflitto è stato lungo, complicato, ha fatto tante vittime. Però - pensiamo, ragionando da lontano - è una guerra ormai superata dalla storia. Una specie di cambiale lasciata aperta da un passato lontano che finalmente ora anche loro si stanno decidendo a liquidare. Quindi ok - pensiamo sotto sotto - in questo Paese cattolicissimo il Papa è andato a fare il suo mestiere: a sostenere questa fatica. Ed è stato anche bello raccontarlo in questi giorni, descrivendo tutti quegli incontri intensi con le vittime e le parole pronunciate da questa gente sul perdono e la riconciliazione. Ma «le guerre vere» di oggi sono altre: l'assalto dell'islam jihadista, il fronte dei barconi con il suo carico di violenze, l'Africa insanguinata, l'odissea dei Rohingya in Myanmar, le follie di Pyongyang e dintorni.... Altro che la Colombia.

L'ho riassunta in un modo un po' brutale, ma questa lettura del viaggio in Colombia temo una tentazione che ci portiamo dentro. Una miopia che non ci fa cogliere che questo viaggio e quel processo di pace oggi sono un segno importante per tutto il mondo. Queste cinque giornate hanno indicato un metodo: guardare dentro alle ferite che i conflitti lasciano dietro di sé e cercare proprio lì dentro la via alla pace. In un mondo in cui i volti delle vittime delle guerre vanno bene solo per un'immagine da far diventare virale sui social network, questo viaggio ci ha raccontato storie lunghe, complesse, impegnative. Più ancora delle parole del Papa, mi hanno colpito le storie che queste persone nei diversi incontri pubblici gli hanno raccontato. Storie che hanno fatto venire a galla come lo stesso dolore sia stato spesso «meticcio»; molti hanno raccontato tra le lacrime di aver patito lutti da entrambi, tanto dalle Farc quanto dai gruppi paramilitari. Perché in tutte le guerre - in nome della «causa» - si arriva terribilmente in fretta a non guardare più in faccia le persone e quindi a non difendere proprio nessuno.

E allora quanto ci farebbe bene ascoltare davvero questa verità in un mondo dove siamo tutti esperti di geopolitica, rigorosamente schierati da una parte o dall'altra in qualsiasi battaglia. Quante granitiche certezze salterebbero se solo - al posto di accusarci l'un l'altro di diffondere fake news - fossimo più disposti a fermarci a guardare fisicamente in faccia dei volti e ad ascoltare le loro storie. Ci spiegherebbero che anche in tanti altri conflitti - piccoli e grandi - ciò che manca è proprio quella disponibilità concreta, personale, a «fare il primo passo» che sta ridando speranza alla Colombia.

Le storie di chi è stato vittima della violenza e sta provando a spezzare la catena dell'odio - ha detto Francesco in questi giorni - sono «una Terra Santa», una risorsa preziosa alla quale accostarsi con trepidazione ma anche profondo rispetto, come Mosé al roveto ardente. Credo che sia un'indicazione di metodo particolarmente preziosa oggi  anche per la Chiesa, chiamata a essere segno di riconciliazione in questo mondo così lacerato. Anche sulla pace abbiamo bisogno di più essenzialità; di più carne e meno parole ed eventi ad uso e consumo dei media.

In questo viaggio mi ha colpito molto la preghiera per la riconciliazione di Villavicencio. Mi ha colpito non solo per le immagini, i volti e le parole, ma anche per come in Colombia devono averla immaginata fin dall'inizio. Momento centrale ma nello stesso tempo sobrietà assoluta. Niente formule o gesti complessi, solo l'immagine del Cristo mutilato di Bojaya, la citazione del numero preciso delle vittime e lo scambio del segno della pace. Il gesto di ogni celebrazione eucaristica, ma messo lì da solo, quasi a ricordarci lo spessore di quella riconciliazione visibile con il fratello a cui il Vangelo i chiama prima di presentarci all'altare. Chi ha vissuto sulla sua pelle un conflitto durato sessant'anni non ci chiede effetti speciali. Ci chiede semplicemente questo.

P.S. Piccola nota a margine: mi piacerebbe che un giorno riflettessimo serenamente anche sulla retorica che accompagna i viaggi papali. Oggi leggo ovunque che i cinque giorni di Francesco hanno segnato una svolta per la Colombia. Spero tanto che chi lo scrive abbia ragione. Non posso, però, far finta di non ricordare che l'avevano scritto anche per la Repubblica Centrafricana, proprio in questi giorni di nuovo sprofondata nella violenza tra l'indifferenza del mondo. A me pare che sarebbe ora di cambiare un po' lo schema: i viaggi del Papa non sono qualcosa di taumaturgico, ma occasioni di incontro con il mondo, con le sue luci e le sue ombre. Per questo credo che la domanda vera da porre alla fine di un viaggio del Papa in un Paese non è tanto che cosa succederà lì adesso, ma come cambia il nostro essere Chiesa universale dopo aver condiviso in maniera straordinaria quel tipo di esperienza. Ci ricorderemo ancora domani della Colombia e del suo faticoso processo di pace? La vera svolta sarebbe questa.

 

13/09/2017 02:16 Francesca Vittoria
Eppure anche così un nebuloso inizio di pace ha proprio meritato la visita del Santo Padre a sottolineare l'importanza di iniziare un percorso diverso dove sia possibile il confronto senza l intimidazione e la violenza delle armi. È' difficile perdonare, perché le ferite fanno male ma tanta gente tutta quella accorsa a salutare Pietro di Roma, Papà Francesco la cui persona e così capace di abbracciare tutti tanto vi mette il cuore,la Colombia ha fatto vedere al mondo una cosa nuova, il desiderio di voltare pagina della sua storia e la certa sua gente è capace di sognare e desidera costruire un futuro di pace. Non sarà facile perché perdonare richiede tempo e tanto popolo si riconosce nel Cristo martoriato per questo il Santo Padre ha fatto bene essere con loro in questo inizio bello e doloroso insieme per asciugare le lacrime e far sorridere i cuori con le. Sue parole vive di saggezza e incoraggiamento. La Pace è una piantina, magari molto piccola che ha bisogno di essere coltivata per crescere e mettere radici. La Colombia comunque ha dato buona testimonianza di se, desidera voltare pagina alla sua storia passata e si è visto che il suo volere e sostenuto da una fede cristiana, questo è una grazia che fa ben sperare nella riuscita dell'intento di poter vivere in pace!,Pastori e popolo insieme, un popolo che si riconosce nel Cristo martoriato ma che trova proprio in Lui il coraggio e la forza di dire sì a una nuove libertà. Il Santo Padre ha asciugato lacrime e fatto accendere i cuori di speranza e con la Sua partecipazione a questa Alba di pace della Columbia ha reso presente la Columbia al mondo , e così segnalato quanto è bella la via della pace e quant i popoli vivrebbero felici se si coltivasse la fede e a ritrovare la speranza che con la carità del perdono fa vivere e credere che la pace sia possibile pensarla e perseguirla
Francesca Vittoria



12/09/2017 14:46 Giorgio Bernardelli
Maria facevi prima a scrivere trattativa mafia-mafia, viste le atrettanto provate connivenze tra uomini di governo colombiani e boss del narcotraffico in quella stessa Colombia in quegli stessi anni. Hai ragione sullo sfinimento. Ma testimonianze come quelle che abbiamo sentito a Villavicencio da che parte le metti tu? E in questo cammino certamente pieno ancora di ambiguità, il loro "primo passo" non conta proprio nulla?


12/09/2017 14:20 Maria
Paragonare le FARC ,un gruppo di assassini organizzati che si finanziavano col narcotraffico a una "parte"leggittima del processo di pace sarebbe come giustificare la trattativa Stato-Mafia in Italia.
Il governo di uno Stato non puo'mai venire a patti coi terroristi e coi mafiosi.
Le FARC hanno consegnato solo.il 40 per cento delle loro armi, tutti i pricipali capi, assassini,hanno avuto l'impunita'e non faranno un giorno di galera.
Ripeto l'accordo con le FARC sembra proprio il compromesso stato-mafia.
Non si chiama pace si chiama se vogliamo dargli un nome patteggiamento, resa di entrambi le parti, terroristi e Stato ,per sfinimento.
Non e'la pace di Cristo che nasce dalla verita'e dalla giustizia



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