Nella letteratura
In mezzo c'è il Cristo
di Sergio Di Benedetto | 09 settembre 2017
«Dove due o tre...». È un mettere il cuore accanto alla sorte del fratello. Come fece Ungaretti con un epigrafe per un migrante suicida, amico senza più radici, senza più canto

 

C'è un prendersi cura dell'altro che è una forma di sacramento: «Dove due o tre...». È un mettere il cuore accanto alla sorte del fratello, nutrire una preoccupazione per chi cade nell'errore, per chi sopporta la fatica, per chi sbanda. Il cristiano, consapevole di essere fragile, deve sentire tutto il dolce peso di questa responsabilità verso l'altro. Non c'è posto per l'indifferenza o l'ignoranza del destino altrui, perché è nel legame tra uomini che si manifesta il Cristo: «Io sono in mezzo a loro». Varrebbe la pena riflettere sull'indicazione di luogo: non si legge «io sono a parte», «io sono prima», «io sono dopo». E nemmeno «io sono sopra», avverbio che ci giustificherebbe in una pietà che alza lo sguardo, per non girare gli occhi ad altezza d'uomo. Invece Egli è «in mezzo». E nemmeno ci sono chiesti grandi numeri: «due o tre». È il numero della relazione fondamentale, della coppia o dell'amicizia.

Questo senso di responsabilità fraterna supera le barriere del tempo e può abitare i territori della memoria: che cosa è infatti il ricordo se non un tenere vivo l'affetto, tanto più quando nessuno più custodisce un volto?

È quanto fa Giuseppe Ungaretti nel suo testo In memoria, dedicato all'amico Moammed Sceab, morto suicida nel 1913 a Parigi: un nome e un'esistenza di cui oggi non sapremmo nulla, se non fosse per questi delicatissimi versi:

 

In memoria

Locvizza il 30 settembre 1916.

 

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L'ho accompagnato
insieme alla padrona dell'albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d'Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

 

Il componimento apre Il porto sepolto, il quale a sua volta inaugura il Novecento poetico italiano, che viene a porsi sotto un epigrafe per un migrante suicida, amico senza più radici, senza più canto.

Un Ungaretti che si fa responsabile di memoria, quindi di vita.

In filigrana echeggia la promessa: «io sono in mezzo a loro»...

 

 

21/09/2017 03:28 Francesca Vittoria
Una ragazzina stava andando a scuola, qualcuno le ha sparato, non si sa se riusciranno a salvarla, senza un perché questa insana violenza non avrà risposta perché suicida e chi le ha tolto la gioia di vivere. .....Se questo accade, e anche con frequenza, di chi la colpa? Può bastare la risposta di un giudice, di un medico, del l'anonimo soccorso? No queste vittime lasciano dietro di se un muto grido c he si ha il dovere di cogliere, di sentire che ci deve coinvolgere nell'impegno di vedere chi ci vive o passa accanto, di accorgerci dei drammi e delle sofferenze che gravano la vita di persone dove un saluto, un sorriso, una parola potrebbero essere segni di salvezza, vicinanza che incoraggia a rompere la solitudine di una pena portata da soli! Si c'è da umanizzare la società nella quale viviamo a cominciare dal vedere chi ci passa accanto, essere capaci di ispirare quella fiducia che incontra la comprensione, la solidarietà , il bicchiere d'acqua di cui l'animo sente il bisogno, E' di questo ossigeno che sembra manchi l'aria in ogni luogo, dove si lavora, si studia, si vive la propria vita, Il Maestro ha visto Zaccheo il quale era piccolo di statura ed era salito su un albero curioso di vedere Gesù , il quale lo vede e si invita a casa sua a mangiare. Vedere , oggi sembra la gente non veda, una società di ciechi malgrado la scienza ci faccia vedere in tridimensionale, ma sopratutto non si cerca più chi ci dà la "vista" quella di vedere con il cuore. "Io sono venuto nel mondo perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre...
Francesca Vittoria



10/09/2017 17:52 Sergio Di Benedetto
Grazie Pietro!


09/09/2017 16:58 Pietro Buttiglione
Ecco quello che amo più in un Cristiano:
saper leggere alla Sua Luce anche un suicidio..,
saper intelligere ( tagliare e legare) VITAMORTE in Lui.
Questo è vero Rito, questa è vera trascendenza, altro che formulari/latinorum/paroloni..
Questa è Vita, il resto è m o r t e.
Venite a me voi che siete assetati..
Sì, dacci da bere o Signore🎚



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, insegnante di Lettere, è ora assistente di Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.

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