Nell'arte
So pregare con mio fratello e per mio fratello?
di Gian Carlo Olcuire | 10 settembre 2017
Il problema è togliersi di dosso la sindrome da figlio unico, cioè colui che non riconosce fratelli perché vede solo se stesso, i propri meriti e i propri diritti.

LA CATTEDRALE

(Auguste Rodin, 1908, Parigi, Musée Rodin)

 

«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Mt 18,15-20

 

 

Siamo davanti a una di quelle opere… il cui titolo vale metà dell’opera. Perché dà un valore aggiunto di significato a un gesto misterioso, che potrebbe tanto incuriosire quanto lasciare indifferenti.

Senza il titolo, saremmo fermi a due mani destre che si sfiorano, da cui è solo possibile dedurre l’appartenenza a persone diverse. Con il titolo, siamo guidati a capire che le mani si uniscono in preghiera. Poco importa se siano nell’attimo precedente (quando si cercano, si sentono...) o in quello seguente (quando si lasciano, dopo lo scambio di calore). Ciò che importa – e lo scultore ha intuito – è che, se due hanno voglia di stringersi, possono tirar su una cattedrale. E addirittura esserlo.

Di per sé la prossimità non basta a fare una coppia, tanto meno a dar vita a una comunità. E, a volte, ciò che sembra un popolo sono solo individui che vivono nello stesso posto.

Nelle cattedrali, però, c’è una consapevolezza diversa, allorché i fedeli rendono presente il Signore celebrandolo insieme. Qui le preghiere del singolo «vanno a finire nella cartella “spam”», come immagina una pseudo-Mafalda in una vignetta. Mentre la forza di queste pietre viventi, capaci di sfidare bufere e terremoti, viene dal fatto che i due – felici di sentirsi figli dello stesso Padre, quindi fratelli – smettono d’essere degli isolati. Rendendo felice anche il Padre: l’espressione «Se due di voi si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa…» è la spia della sua gioia quando non ci rivolgiamo a lui da soli. O quando, invece di “Padre”, lo chiamiamo “Padre nostro”…

Il problema, non da poco, è togliersi di dosso la sindrome da figlio unico (la stessa che affligge il fratello del figlio prodigo): cioè colui che non riconosce fratelli (né cugini né amici), perché vede solo se stesso, i propri meriti e i propri diritti (tipo «prima gli italiani» o «prima i romani»).

Prima di pregare da solo e per sé, forse uno si dovrebbe domandare: «So pregare con mio fratello e per mio fratello?».

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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