I polli di Ratzinger
di Giorgio Bernardelli | 13 gennaio 2011
Dedicato a quelli che non si capacitano del fatto che il Papa del motu proprio «Summorum Pontificum» voglia andare ad Assisi a «mischiarsi» con le altre religioni

Bel problema quelli che si ritengono più ratzingeriani di Joseph Ratzinger. E così capita che nove «cattolici gratissimi dell'opera da Lei compiuta come pastore della Chiesa universale in questi anni» - tra cui Francesco Agnoli, Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro e Camillo Langone - scrivano attraverso Il Foglio una lettera aperta a Benedetto XVI per non dare corso all'annuncio dato il 1° gennaio dal Pontefice stesso di voler convocare nuovamente ad Assisi i leader delle religioni del mondo per ricordare i 25 anni dello storico primo incontro di preghiera e digiuno per la pace presieduto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Del resto - ricordano al Papa - lei venticinque anni fa non andò a confondersi con «i polli sgozzati sull'altare di santa Chiara secondo riti tribali»...

Di fronte a tali bestialità (nel senso letterale del termine, per carità...) adesso sono scesi in campo i ratzingeriani «più illuminati», per ricordare che però alla preghiera del 2002 - messe in chiare le cose con la Dichiarazione Dominus Iesus circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa - l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ad Assisi ci andò. E quella - è il ragionamento - fu un'altra Assisi (senza polli sgozzati...). Quindi fa bene il Papa ad ottobre a ricordare nella città di san Francesco il gesto di Giovanni Paolo II; ma solo perché lui nel frattempo ha rimesso le cose a posto.

Ora: non vale nemmeno la pena di commentare la lucidità che dimostra nell'analisi storica chi, pensando ad Assisi 1986, per prima cosa ricorda i polli sgozzati o la statua di Buddha posta sopra l'altare di San Pietro. Per riportare le cose in una prospettiva un po' più seria basterebbe ricordare un paio di bazzecole tipo il fatto che nel mondo di allora, ancora immerso nella logica dei blocchi, nessuno si sarebbe mai sognato di pensare che all'inizio del XXI secolo dalle religioni sarebbe dipeso il futuro della guerra e della pace. E che il celebre saggio di Samuel Huntington sullo «scontro di civiltà» sarebbe apparso solo sette anni dopo.

Ma il punto su cui vale davvero la pena di riflettere è un altro ed è la domanda su che cosa voglia dire 25 anni dopo - nel pieno dell'ondata identitaria che oggi scuote anche il mondo cattolico - tornare a ricordare l'incontro di Assisi. A me pare che ci sia un punto molto importante passato del tutto inosservato nell'ultimo messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace. Già lì, infatti, c'è un paragrafo dedicato all'anniversario del 27 ottobre 1986. E vi compare una citazione decisamente demodé di questi tempi: le parole del numero 2 della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, quella sul rapporto tra la Chiesa e le altre religioni. «La Chiesa - vi si legge - considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Ma c'è di più: proprio per rassicurare i custodi della tradizione, Benedetto XVI aggiunge che lo stesso san Tommaso d'Aquino scriveva che «ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo».

Certo, nello stesso paragrafo papa Ratzinger ricorda anche che «quella indicata non è la strada del relativismo, o del sincretismo religioso. La Chiesa, infatti, annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è via, verità e vita». Che poi è la stessa premessa posta a inizio giornata da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986: «Il fatto che noi siamo venuti qui - disse Wojtyla - non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. Né esso è una concessione a un relativismo nelle credenze religiose, perché ogni essere umano deve sinceramente seguire la sua retta coscienza nell'intenzione di cercare e di obbedire alla verità». Parole che venticinque anni fa, evidentemente, qualcuno era troppo esteticamente turbato dai polli per ascoltare.

Diciamocelo chiaramente, allora: la questione vera non è Assisi o non Assisi, o dove collocare le statue di Buddha negli incontri interreligiosi. Il punto è Nostra Aetate: i «cattolici gratissimi» (ma anche tutti gli altri) come si pongono oggi di fronte a questo testo?

Credo che se vogliamo onorare questo venticinquesimo anniversario in una maniera che vada un po' al di là della retorica del «vogliamoci bene», è da qui che bisogna partire. Per sfatare l'idea che sia impossibile riconoscere la presenza di «raggi di verità» nelle altre religioni e allo stesso tempo credere in Gesù Cristo come unico salvatore del mondo. Si tratta di accettare davvero che - come dice san Paolo - sulla verità il nostro è comunque lo sguardo di chi vede «come in uno specchio». È per forza relativista pensare che anche la riflessione degli altri sul Mistero possa aiutarci a ripulirlo un po' meglio?

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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