Steinhardt: la felicità anche nell'impossibile
di Antonio Buozzi | 10 agosto 2017
«Non c'è bisogno di essere rimasto molto in prigione. In pochi minuti si capisce cos'è l'uomo, qual è veramente la condizione umana, come stanno le cose e si capisce che Cristo è lì a due passi, che ti vede, che ti ha visto e da sempre»

Steinhardt

Si può essere felici in un campo di concentramento, tra torture e umiliazioni giornaliere che cancellano nel profondo ogni parvenza di dignità umana? Nicu Steinhardt, ebreo romeno convertitosi al cristianesimo nel carcere di Jilava, piccolo comune alla periferia di Bucarest e diventato con Aiud, Gherla, Sighet, Râmnicu Sărat, Pitești un simbolo tragico dell'universo concentrazionario comunista, scrive a questo proposito: «In questo posto quasi irrealmente sinistro avrei conosciuto i più bei giorni della mia vita».

Ma chi è Steinhardt? Quasi sconosciuto in Italia, è stato un protagonista di primo piano della vita culturale romena a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, periodo di grandissima fioritura culturale, basti pensare a maitre a penser come Eugen Ionesco, Mircea Eliade, Emil Cioran. Coinvolto nelle indagini sul filosofo Constantin Noica, viene incarcerato dalla polizia segreta comunista, la Securitate, per non aver testimoniato contro il suo amico e mentore e condannato a 14 anni di carcere.

Qui inizia il suo calvario, ma, paradossalmente, anche la riscoperta della «felicità», iniziata con il battesimo ricevuto di nascosto in carcere dal monaco ortodosso padre Mina Dobzeu. E l'opera che lo ha consacrato come uno dei più grandi autori del Novecento ha il titolo emblematico di Diario della felicità, pubblicata per la prima volta in Romania nel 1972 e subito sequestrata. In Italia, dopo una prima traduzione, da tempo esaurita, nel 1996, l'opera è stata da poco ripubblicata da Edizioni Rediviva, nella traduzione di Gabriella Bertini Carageani. Il Diario della felicità è un libro singolare, che non appartiene in definitiva a nessun genere: è una raccolta di appunti, annotazioni, citazioni, aforismi, che spaziano su quasi tutta la vita di Steinhardt e, in particolare, gli anni della prigionia, appunti riportati senza un ordine cronologico, né tematico. All'interno vi è di tutto: riferimenti storici, politici, ma soprattutto culturali in un caleidoscopio impressionante di annotazioni e citazioni: da Dickens e Cervantes all'amata Simon Weil, dall'esistenzialismo di Sartre e Camus a Kierkegaard, dal naturalismo francese a Dostoevskij e Solženicyn.

Il Dario della felicità è una riflessione in prima persona sulla possibilità dell'uomo di sopravvivere al terrore. Vi sono certamente delle strategie, ci avvisa Steinhardt, c'è "la soluzione mistica della fede", che è "conseguenza della grazia". Annota: «Non c'è bisogno di essere rimasto molto in prigione. In pochi minuti si capisce cos'è l'uomo, qual è veramente la condizione umana, come stanno le cose e si capisce che Cristo è lì a due passi, che ti vede, che ti ha visto e da sempre».

Steinhardt, però, va oltre la dimensione soprannaturale, che non può accessibile a tutti. Il solo modo universale per resistere è trovarsi in pace con la propria coscienza, pagando il prezzo che ne consegue. La felicità per Steinhardt è sì una conseguenza della presenza sì della grazia, ma resa possibile da una piena adesione alla volontà di Dio. E allora la virtù che più spesso Steinhardt propugna è il coraggio. Glielo aveva ricordato il padre, nei giorni del processo, invitandolo a resistere, a non rendersi complice del sistema: «E' vero che vivrai giorni molto difficili; ma le notti saranno tranquille, dormirai bene. Invece, se accetti di esser testimone per l'accusa, avrai, è vero, giorni abbastanza buoni, ma le notti saranno terribili».

In questa prospettiva, il carcere da luogo di tortura, di annientamento sistematico e scientifico, diventa la fucina di un rinnovamento interiore radicale, non nella direzione dello stereotipo comunista dell'uomo nuovo, ma della persona trasformata e trasfigurata dall'amore infinito di Dio. Scrive ancora: «Sono entrato cieco in prigione (...) ed esco vedente; sono entrato viziato, coccolato, esco guarito dalle arie, dalla presunzione; sono entrato scontento, esco conoscendo la felicità; (...) Perciò sto in ginocchio e ringrazio Gesù Cristo, promettendogli di fare il possibile per comportarmi, da ora in poi, con distacco di fronte a tutte le avversità, gli ostacoli, le provocazioni; sarò solo allegro, sempre riconoscente per ogni gioia...». Fino quasi ad arrivare a rimpiangere, nel momento fatidico della liberazione dalla prigionia, la stessa detenzione: «Forse saremmo dovuti rimanere qui, forse sarebbe stato più facile».

 

 

10/08/2017 09:07 PietroB
Ecolalia da immortalare:
".....forse sarebbe stato più facile..."
Un discernimento che vale una intera vita.



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Antonio Buozzi

Antonio Buozzi (Torino, 1959) giornalista e consulente con oltre venticinque anni di esperienza nella comunicazione aziendale in gruppi e agenzie internazionali. Si occupa di temi culturali, soprattutto narrativa, su Lettera 43, dove ha un blog “L’Argonauta”, e ha avuto varie collaborazioni con RaiUno, Corriere della sera, Avvenire. Segue con attenzione anche argomenti sociali, in particolare il fenomeno degli orfani bianchi e degli impatti della migrazione dell’Est Europa, su cui ha realizzato in Romania un reportage breve. Svolge poi attività di relatore e moderatore in rassegne ed eventi a carattere culturale e sociale. Laureato all’Università di Torino in Storia del cristianesimo con Franco Bolgiani, è un appassionato cultore di spiritualità monastica, sia delle origini, sia contemporanea.

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