In morte di Giovanni Franzoni
di Maria Grazia Giordano | 17 luglio 2017
Cosa resta nella vita di chi ha conosciuto questa figura e ha condiviso il suo percorso?

Franzoni

 

In una rovente mattina d'estate, nella sua casa in Sabina, si è spento Giovanni Franzoni, teologo, ex abate della abbazia di san Paolo, fondatore delle Comunità cristiane di base e ridotto allo stato laicale negli anni settanta in seguito alla sua adesione al partito comunista italiano. Figura  carismatica e dirompente, ha segnato il cattolicesimo del '900 come pochi altri, impegnandosi in battaglie controcorrente a favore della scelta consapevole e responsabile in rapporto a divorzio e aborto, nel rispetto delle persone; a difesa della pace, dell'ecumenismo e, in tempi più recenti, dell'eutanasia. Insomma, un tipo che non passa inosservato, anche se oggi i giovani sicuramente, ma anche molti adulti, non lo hanno mai sentito nominare.

All'uscita dalla messa, mi viene spontaneo parlare di lui con Letizia, con la quale mi occupo di cresime degli adulti in una sperduta parrocchia della periferia romana. Ci sediamo in una panchina  all'ombra, fuori della chiesa; ci raggiunge anche Giuseppe, il marito di Letizia. Loro la comunità di san Paolo la conoscono bene, l'hanno frequentata a lungo e la raccontano come una esperienza significativa, di quelle che segnano  la vita.

Certo, nota Letizia, sono passate due generazioni e sembra tutto lontanissimo. La realtà del dissenso cattolico del dopo-Concilio si è sbiadita fino quasi  a scomparire: ora, è tutto diverso. In quegli anni, tra i giovani - cattolici e non - c'era una forte attesa di rinnovamento,  sia nella Chiesa che fuori. Si sognava un mondo nuovo, da cui fossero escluse le ingiustizie e le diseguaglianze; la parola d'ordine era "partecipazione".

Giovanni Franzoni si inserì all'interno di questo contesto, facendosi promotore di una nuova esperienza costituita dalle Comunità cristiane di base. La prima e più nota fu quella di san Paolo a Roma, ma ce ne furono anche a Firenze (all'Isolotto), Genova, Verona, Pinerolo (Torino), Potenza, Avola (Siracusa).

In queste comunità era molto forte l'attenzione  verso gli ultimi, la giustizia sociale, il ruolo delle donne, nonché  la contrarietà alla guerra, alla speculazione edilizia, alle armi,  ai regimi totalitari. Le celebrazioni liturgiche si svolgevano con una forte partecipazione dei laici: nei gruppi territoriali si approfondiva il vangelo della domenica e le riflessioni erano poi riportate in assemblea, durante l'omelia;  anche gli altri fedeli presenti potevano intervenire liberamente. La parola di Dio era sempre collegata a questioni sociali di attualità.

Giuseppe ricorda la famosa lettera pastorale di Franzoni  La terra è di Dio in cui si evidenziano le contraddizioni della proprietà privata e si auspica il passaggio  da una Chiesa temporalista e legata a doppio filo al potere ad una Chiesa povera per i poveri.

Franzoni fu sempre molto esplicito nelle sue prese di posizione, e la sua adesione prima e iscrizione poi al Pci gli comportarono la sospensione a divinis e la riduzione allo stato laicale. Nonostante questo, lui non si sentì mai fuori della Chiesa, anzi, sostenne vocazioni all'interno della Chiesa stessa, con la sola  raccomandazione di "non farsi mai ingabbiare il cervello". Negli anni, mantennero  contatti con lui  esponenti della gerarchia ecclesiale come il  cardinal Michele Pellegrino, i vescovi ausiliari Clemente Riva e Matteo Zuppi e infine il cardinal James M. Harvey, arciprete della basilica di san Paolo, che visitò nel 2016 la sede della Cdb insieme con l'abate dom Roberto Dotta, informandosi sulle attività sociali che vi si svolgevano e leggendo insieme brani biblici.

Questo progressivo riavvicinamento però non portò alla auspicata piena riabilitazione, tanto è vero che Franzoni non fu invitato  alle celebrazioni del cinquantenario del Concilio, lui che ne fu il partecipante più giovane e uno dei pochi  che era ancora in vita. Se ne dispiacque? Probabilmente sì, ma questo non significò mai per lui venire meno a quelle che sono state le sue convinzioni profonde, soprattutto  la certezza che il Vangelo è impegno di vita  a favore dei poveri.

Cosa resta nella vita di chi ha conosciuto questa figura e ha condiviso il suo percorso? Letizia e Giuseppe sono sicuri: una grande crescita personale e una formazione profonda, un indirizzo su cosa debba essere la vita di fede, cioè la coerenza tra il Vangelo e la vita, che diventa testimonianza vissuta nella quotidianità e anche scelta politica a favore di chi è povero e svantaggiato.

E nella vita della Chiesa cosa è rimasto dell'insegnamento di Franzoni? Più difficile rispondere a questa domanda: oggi molti non  ne conoscono più neppure il nome, ma  non si può negare che nello sviluppo recente della dottrina sociale della Chiesa, dalla destinazione universale dei beni (Gaudium et Spes)  all'opzione preferenziale per i poveri (Sollecitudo rei socialis), dalla Chiesa in uscita (Evangelii Gaudium)  alla attenzione all'ambiente (Laudato Sii), riecheggino in lontananza i suoi insegnamenti.

Si è fatto tardi, è ora di tornarcene a casa. Prima di salutarci, Letizia sottolinea ancora una cosa: Franzoni ha donato la sua vita agli altri, ponendosi sempre vicino agli ultimi. Ha parlato di una Chiesa in uscita, aperta, solidale e profetica  e  ha testimoniato con la vita ciò in cui credeva. E questo, chi lo ha conosciuto direttamente non lo potrà mai dimenticare.

 

02/09/2017 10:12 edgarda pezzi
indimenticabile.....non conosciuto ora ? No, assorbito in una parte dalla Chiesa di oggi "se il grano non muore..."


17/07/2017 10:46 Angela Gatti Pellegrini
E' obbligo rendergli testimonianza!


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Maria Grazia Giordano

Maria Grazia Giordano, insegnante di religione - all'inizio per caso poi per passione, catechista da sempre, propone corsi storico-religiosi presso l'Università per gli adulti, ha approfondito il suo percorso studiando psicologia, appena può si rifugia nel suo amato Friuli

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