Il buon pastore, abbandonato che non abbandona.
di Gian Carlo Olcuire | 09 luglio 2017
Da abbandonato, il Signore non solo non abbandona gli altri ma si preoccupa di loro: offrendo nutrimento e riposo («Vi darò ristoro») e tranquillizzando («Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero»).

IL PASTORE E LE SUE PECORE

(VI secolo, Ravenna, Basilica di San Vitale)

 

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi… e imparate da me». Mt 11,25-30

 

Per rendere l’idea di Gesù «mite e umile di cuore», si sarebbe potuto scegliere, nell’arte, uno dei suoi momenti di solitudine (ve ne sono di struggenti: di Kramskoy, Osbert, Denis, Gauguin, Rouault…). S’è preferito un momento di relazione, perché, da abbandonato, il Signore non solo non abbandona gli altri ma si preoccupa di loro: offrendo nutrimento e riposo («Vi darò ristoro») e tranquillizzando («Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero»). Un’altra conferma al fatto che Gesù ha cura delle pecore, comprese quelle senza pastore, e per loro dà la vita.

L’opera, in realtà, rappresenta una delle figure che hanno preparato Gesù: si tratta di Mosè, mentre sta pascolando il gregge del suocero, Ietro (l’attività dei suoi secondi quarant’anni di vita), poco prima dell’incontro col Signore nel roveto ardente.

La carezza sotto il mento della pecora dice la mitezza del pastore, non dell’animale; ne dice in particolare la dolcezza, intatta anche dopo i maltrattamenti o la scarsa considerazione. Fa venire in mente Giuseppe, altro grande mite dell’Antico Testamento che prefigura Gesù, quando ritrova i fratelli che l’avevano venduto per gelosia… e, provando amore per loro, riesce a domandare: «Sta bene il vostro vecchio padre di cui mi avete parlato? Vive ancora?».

Se è semplice essere miti nella calma, quando non succede nulla, lo è meno quando le cose si mettono male. Conviene tenere a mente questi “divini” insuccessi: Gesù si sta rivolgendo a persone stanche e oppresse ed egli stesso avrebbe diritto di esserlo, in quanto reduce da un fallimento. Infatti, pur avendo compiuto miracoli in due città (Corazìn e Betsaida: quest’ultima, peraltro, luogo natio di ben tre apostoli, Pietro, Andrea e Filippo), non ha toccato un cuore.

Anziché maledire l’esistenza, rende lode al Padre, dal quale gli viene ogni dono e che rivela le sue cose ai piccoli. Ed è in forza della sua unione col Padre che Gesù ci invita a imparare da lui.

Ciò che Gesù dice di sé, fa un po’ sintesi delle beatitudini, anche nella loro carica propositiva. Per cui il mite, oltre a essere mite, trasmette mitezza. Non solo non si scoraggia, ma fa coraggio. Non solo non sfascia, ma favorisce tutto ciò che unisce; quindi ricuce gli strappi, è pronto a mediare; è portato al perdono, non a rispondere colpo su colpo.

E poiché tiene a queste cose più che alla propria immagine, non si turba a passare per rammollito. Con uno così accanto, una pecora non può che ronfare come un gatto.

 

 

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Gian Carlo Olcuire

Gian Carlo Olcuire è un grafico. Che si sente realizzato quando riesce a far guardare le parole come se fossero immagini e a far leggere le immagini come se fossero parole. Lavora soprattutto per il mondo cattolico ed è appassionato di linguaggi, soprattutto dell'uso (o abuso, disuso, riuso) che se ne fa nel mondo cattolico.

 

 

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