La fede di Paolo Borsellino
di Alessandra Turrisi | 13 luglio 2017
A pochi giorni dal venticinquesimo anniversario della strage in cui perse la vita Paolo Borsellino proponiamo questo estratto dal libro "Paolo Borsellino. L'uomo giusto", che ne mette in luce il vissuto autenticamente cristiano.

È da qualche settimana in libreria per le Edizioni San Paolo il volume di Alessandra Turrisi «Paolo Borsellino. L'uomo giusto» che ripercorre la vita del magistrato ucciso a Palermo venticinque anni fa. Paolo Borsellino fu anche un cristiano a tutto tondo come racconta questo brano, tratto dal quarto capitolo del libro, intitolato «Questa è la sua fede».

 

«Monsignor Francesco Ficarrotta, nella sua lunga esperienza di sacerdote, ha seguito per tanti anni la vita di Paolo Borsellino e della sua famiglia. Dal 1979 al novembre 1991 guida la parrocchia di Santa Luisa di Marillac, proprio davanti all’alto condominio di via Cilea in cui vive il giudice con moglie e figli. La parrocchia del quartiere viene frequentata dai piccoli Lucia, Manfredi e Fiammetta, lì i ragazzi ricevono i sacramenti e cominciano a frequentare i gruppi scout. Una chiesa frequentata da una fetta della borghesia palermitana, tra di loro molti giudici.

Borsellino, la domenica mattina, alla prima messa delle 8.30 manca raramente. «Proclama sempre una delle letture – ricorda don Franco – ma devo confessare che, in alcuni periodi più delicati, quando si trova nel mirino nella mafia, temo che metterlo sull’ambone possa renderlo un facile bersaglio. Basterebbe che un criminale entrasse in chiesa e sparasse dal fondo con un fucile, per ucciderlo. Allora gli dico che, se si sente più sicuro, può anche non leggere per un po’».

Borsellino acconsente. Ma al mattino arriva presto in chiesa, anche se abita a pochi passi; si reca a comprare i quotidiani con l’auto ed entra nel parcheggio della parrocchia per fermarsi a leggere, con calma. «Mi chiedo: ma se la va cercando? Così – racconta oggi don Franco – lo invito a entrare nel mio studio: “Dottore Borsellino, venga qui, legga il giornale con comodo e, quando è il momento, entriamo in chiesa”. Naturalmente la mia proposta non viene accolta. Forse è il suo modo di far vedere all’esterno che può essere colpito mentre si trova da solo, senza rovinare la vita di altre persone».

Ogni domenica il giudice si accosta al sacramento della Riconciliazione e poi alla Comunione. «Un giorno mi confessa il rammarico per non avere la forza, quando gli capita di partecipare ai funerali di uomini importanti, magari uccisi dalla mafia, di disporsi in fila per ricevere la Comunione» spiega Ficarrotta. «Vuole evitare di mettersi in mostra, ma così, e questo è il suo cruccio, non dà la giusta testimonianza di cristiano. Borsellino è veramente un uomo di fede» continua l’ex parroco. «Non viene a messa per consuetudine, ma perché crede. Tenta di portare anche la signora Agnese senza riuscirci spesso. Quando poi la moglie lo accompagna, i suoi occhi sono felici, brillano. Credo che Paolo abbia trovato grande sostegno nella fede per il lavoro che ha fatto, ma anche nel compito di padre e di marito». (...)

Don Cesare Rattoballi, parroco dell’Annunciazione del Signore a Medaglie d’Oro, un quartiere della periferia di Palermo, è un testimone privilegiato del travaglio degli ultimi mesi di vita del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio. Le lacrime gli sgorgano ancora al pensiero delle lunghe chiacchierate con Borsellino, confidenze raccolte fino allo scempio di quella strada ridotta come Beirut. Un coinvolgimento non solo emotivo, ma anche sociale e personale. Lui, giovane sacerdote di trentaquattro anni, compare nelle immagini televisive, che fanno il giro del mondo, del funerale di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, all’interno di San Domenico, il Pantheon di Palermo. Don Cesare, con i paramenti viola, è al fianco della vedova Rosaria Schifani, mentre dal microfono invoca la conversione dei mafiosi, piegata in due dal dolore e dalla disperazione.

Don Cesare è anche cugino di Vito Schifani, proprio uno degli agenti di scorta morti a Capaci, e, per casi della vita che nessuno conosce, si trova a incrociare il suo destino con quello di altre vittime di mafia, da Calogero Zucchetto, un giovane poliziotto ucciso nel 1982 al centro di Palermo proprio mentre don Cesare si trova a passare dal luogo dell’agguato, a don Pino Puglisi, il sacerdote assassinato dalla mafia nel 1993.

«All’inizio, Paolo Borsellino e io frequentiamo la stessa parrocchia, Santa Luisa di Marillac; anche io, in quel periodo, abito in zona. Ci salutiamo cordialmente – racconta con i ricordi ben presenti nella sua mente – ma è la notte della camera ardente allestita al Palazzo di Giustizia dopo la strage di Capaci ad avvicinarci. Mi trovo lì perché mio cugino è tra le vittime. Quella notte io e la moglie di Vito scriviamo la lettera che viene letta durante i funerali. Quella sera faccio una lunga chiacchierata con Borsellino, lui vuole conoscere la vedova di Vito, e al mattino, prima dei funerali, le mette il braccio sulla spalla per accompagnarla, proprio come un padre».

Rosaria Schifani, piangendo, scandisce quelle parole che fanno storia: «…Rivolgendomi agli uomini della mafia e non, ma certamente non cristiani: sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono. Io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio…» «A Borsellino – conferma don Rattoballi – piace moltissimo quell’invito alla conversione. Mi dice di andare a trovarlo a casa con mia cugina. Ci ripete che quello che abbiamo fatto quel giorno sta già dando i suoi frutti, che alcuni mafiosi in carcere, vedendo lo strazio di quella donna, hanno vomitato, hanno chiesto di parlare con i magistrati. Paolo ci dice di andare avanti: in meno di due mesi ci incontriamo almeno una quindicina di volte. In quel periodo sono anche assistente regionale dell’Agesci, così lo invito a partecipare alla marcia organizzata dagli scout a fine giugno. Affida il testimone ai ragazzi e in quel rotolo di carta ci sono scritte le Beatitudini».

18/07/2017 23:16 Francesca Vittoria
Certi uomini come il magistrato PAOLO BORSELLINO,Don Pino Puglisi, hanno fatto della loro professione una missione sorretti da una Fede nei valori in cui credevano che non li ha fatti indietreggiare neppure quando la loro stessa vita era minacciata. Eroi che hanno avuto il coraggio di non indietreggiare di fronte a intimidazioni, solitudine, sofferenza rinuncia agli affetti più cari per un amore più grande quale è quello per il prossimo: la giustizia ,la libertà che sono diritti di ogni uomo molto spesso calpestati. Sono stati esempio di un amore vero quale è quello autenticamente cristiano dove vienè innalzata una croce a loro memoria la stessa piantata in tutti quei luoghi ,cin nelle più alte vette, a memoria di chi ha dato la vita a guada gno di quella di altri. Per questo essi non hanno bisogno di statue di marmo , vivono nei sentimenti e nel cuore di chi quegli stessi ideali portano avanti . A loro spetta essere ricordati in ogni aula di tribunale scuola ateneo perché hanno onorato i cittadini del proprio paese, hanno insegnato cosa significa "servire" abnegazione, a quegli alti ideali che fanno progredire una società creando "il bene comune". Se anche Dio non esistesse, questi uomini ci inducono a credere che Egli E' ed esiste.
Francesca Vittoria



17/07/2017 08:44 Maria Teresa Iacuzzo
Che dire? Noi siciliani portiamo ancora nei nostri occhi, nella nostra anima e nella nostra memoria il dolore delle stragi di mafia.Una mattina, su un taxi di Palermo ho espresso al tassista il mio sconcerto per l'ingiustizia della strage di via D'Amelio, per le vite spezzate...innocenti.
Non ho ricevuto alcuna risposta. Solo il silenzio.Non era indifferenza.
Gridare il dolore scava un solco sulle coscienze indurite dall'ignoranza, dall'ingiustizia e dalla prepotenza.La libertà è un impegno quotidiano da vivere e da testimoniare.
Grazie per questo articolo.



Commenta *






Versione stampabile
Invia ad un amico
Scrivi a Vino Nuovo





Alessandra Turrisi

Sono nata a Gallarate, ma vivo a Palermo (i casi della vita). Ho un marito, due figli, e quindici anni fa ho pensato che raccontare Palermo e la Sicilia potesse essere il modo migliore per dare il mio contributo alla mia terra e, perché no, guadagnarmi da vivere. Scrivo per l’Avvenire e il Giornale di Sicilia, ma non disdegno qualche altra collaborazione. Ho pubblicato un libro che raccoglie le testimonianze di ex giovani al tempo delle stragi di mafia, perché da allora non siamo più gli stessi.

leggi gli articoli »
Ogni opinione espressa in questo sito è responsabilità del singolo autore. www.vinonuovo.it è un blog in cui ci si confronta su temi e problemi dei cattolici oggi in Italia.
Come tale non rappresenta una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Cookies: ai sensi della normativa sulla privacy si informano gli utenti del presente sito che, ai fini di garantire un ottimale funzionamento dello stesso, viene fatto utilizzo di cookies. I cookies sono piccoli file di dati che i siti visitati dall'utente inviano solitamente al suo browser, dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla successiva visita del medesimo utente. Alcune operazioni non potrebbero essere compiute senza l'uso dei cookies, che in alcuni casi, sono quindi tecnicamente necessari. I cookies utilizzati nel presente sito sono di tipo tecnico ed hanno lo scopo di garantire il corretto funzionamento di alcune aree del sito stesso e di ottimizzare la qualità di navigazione di ciascun utente. Non vengono utilizzati cookies di profilazione.
Web Design www.horizondesign.it