Alexis Jenni: la scrittura come «rivelazione»
di Antonio Buozzi | 13 giugno 2017
Avvicinarsi alla realtà inafferrabile di Dio attraverso i sette sensi. Eh sì, perché nel suo «Il volto di tutti i volti» Jenni ci aggiunge anche il sapere e il parlare

Alle volte succede: immaginiamo un grande scrittore francese, insegnante di biologia in un liceo di Lione, Alexis Jenni, vincitore nel 2011 del premio Goncourt  con il romanzo d'esordio L'arte francese della guerra (l'anno precedente era toccato a Michel Houellebecq con La carta e il territorio) e che tre anni dopo, invece di un nuovo romanzo a consolidare il successo, si ripresenti al pubblico con un volume di poco più di 100 pagine dal titolo Son visage et le tien (in italiano tradotto con  Il volto di tutti i volti) che propone una personalissima riflessione sulla fede e la ricerca del volto di Dio. Passa qualche mese e l'autore, in compagnia della filosofa Nathalie Sarthou-Lajus, assiste a Parigi a una conferenza di Enzo Bianchi e decide con l'editore Albin Michel di raccontare la storia di un'esperienza monastica che gli sembra corrispondere alla lettera alla sua idea di cristianesimo. Si crea un contatto, Bose acquisisce per le edizioni Qiqajon i diritti del libro di Jenni che a sua volta porta a termine Une vie simple - Recontre avec la communauté monastique d'Enzo Bianchi, da poco pubblicato in Francia e che sarà disponibile in Italia nel 2018 da Einaudi.

Fin qui la cronaca. L'interesse è, naturalmente, nel libro. Ne Il volto di tutti i volti, come ha sottolineato Enzo Bianchi "non si parla tanto di Dio ma di un volto cercato, ereditato, contemplato, senza quasi mai dire con chiarezza che Dio sta dietro tutto questo in un linguaggio dell'amore che scorre profondo e non passa attraverso rappresentazioni visive o teologiche".

In effetti, la fede, per Jenni, è una "sensibilità", cioè "sentire la vita nel momento in cui accade". Quando lo incontro al Salone del Libro a Torino, spiega che "I sensi sono le sole vie di cui disponiamo per penetrare nelle realtà più profonde e che consentono, attraverso la scrittura, di ridare vita, quindi senso, a nozioni che erano diventate astratte e che sentivo di dover rivitalizzare, così come succede nelle scritture con gli esercizi ignaziani, ricavandone l'aspetto sensibile".

Ecco allora che il libro, che cita nel frontespizio Spinoza ("Più capiamo le cose particolari, più capiamo Dio"), è un avvicinarsi alla realtà inafferrabile di Dio attraverso i sette sensi. Eh sì, perché Jenni, di suo, ci aggiunge anche il sapere e il parlare. Il primo, il sapere, appunto, per constatare che in realtà è quello meno utile in questa ricerca, il secondo perché Dio è "irrappresentabile" ma "parla", si presenta nella Bibbia fin dall'inizio come «logos», parola.

In questa prospettiva multisensoriale non tutto per Jenni ha lo stesso peso. Il gusto ha un posto preminente: ci fa decidere in modo istintivo per una cosa o per l'altra, suscitando attrazione o repulsione; nel primo caso, incanalando l'impulso verso quel "Dio di cui non conosciamo mai nient'altro che il desiderio di conoscerlo". Il vedere, invece, così predominante oggi in un mondo parossisticamente bulimico di immagini, è piuttosto "una costruzione del pensiero" che non aiuta a cogliere l'essenziale, perché non ha il potere di avvicinarlo e penetrarlo. Ma anche l'udito ha valore nella misura in cui è ascolto del vuoto, apertura al silenzio, per percepire quello che sta dietro i rumori del mondo, ciò "che è qui da sempre, e non la sapevamo perché eravamo troppo rumorosi". Così come il percepire gli odori diventa, nella memoria, "l'ultimo legame con quello che non esiste quasi più, con quanto tuttavia è in noi senza essere più disponibile sotto forma di immagini e di parole", ad esempio i profumi dell'infanzia che all'improvviso ce la riportano intatta alla coscienza o il profumo stesso di Cristo di fronte a Maria di Magdala il mattino della resurrezione. E, infine, il toccare porta Jenni a una riflessione sul corpo come unico luogo in cui Dio si fa realmente presente, "interfaccia e scambio" tra il soggetto e il mondo (anche spirituale).

Certo, il Dio di Jenni, quello che lui percepisce dall'ascolto (o dal silenzio) dei sensi non è un Dio "teologico", come osservava Enzo Bianchi, non è neppure l'abbozzo di un'idea universale del divino che, proprio in quanto idea, non permetterebbe di attingerne il mistero. E' piuttosto il Dio evocato dalla scrittura, quella letteraria però, come confida lui stesso: "uno scrittore non scrive quello che si sa, ma quello che si indaga, perché scrivendo scopriamo sempre qualche cosa e la scrittura ha questa funzione di rivelazione" o, per dirla con le parole del libro, è "desiderio di una parola che possa esser viva, il più vicino possibile al suo primo sgorgare".

 

13/06/2017 11:37 Pietro Buttiglione
Molto 'biblico'. .
Un'altra parola attraversa la Bibbia: conoscere.
Con tutti i sensi.
L'Altro resta 'altro'...Io "sono"...
Ma il Suo Spirito diventa il mio...
La Sua Parola mi vive dentro..
Unione..

Spesso basta ascoltare!



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Antonio Buozzi

Antonio Buozzi (Torino, 1959) giornalista e consulente con oltre venticinque anni di esperienza nella comunicazione aziendale in gruppi e agenzie internazionali. Si occupa di temi culturali, soprattutto narrativa, su Lettera 43, dove ha un blog “L’Argonauta”, e ha avuto varie collaborazioni con RaiUno, Corriere della sera, Avvenire. Segue con attenzione anche argomenti sociali, in particolare il fenomeno degli orfani bianchi e degli impatti della migrazione dell’Est Europa, su cui ha realizzato in Romania un reportage breve. Svolge poi attività di relatore e moderatore in rassegne ed eventi a carattere culturale e sociale. Laureato all’Università di Torino in Storia del cristianesimo con Franco Bolgiani, è un appassionato cultore di spiritualità monastica, sia delle origini, sia contemporanea.

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