Il Natale dei copti e il monte Muqattam
di Giorgio Bernardelli | 06 gennaio 2011
È una settimana che ne parliamo, che diciamo di essere loro vicini; ma quanti di noi sono andati a leggersi almeno su wikipedia qualcosa su chi sono i copti?

 

L'ho già scritto: non mi piacciono i discorsi generici sui cristiani perseguitati. Quelli in cui si mette insieme tutto - dall'Egitto all'isola di Mindanao, dal Pakistan alla Nigeria, dall'India alla Cina -, per dire che tutti ce l'hanno con noi. Mi piacerebbe tanto analizzare una per una queste situazioni: ci accorgeremmo che non è un caso che le violenze o i soprusi contro i cristiani esplodano proprio in certi posti. Perché - come dice il Magistero della Chiesa - il rispetto della libertà religiosa è sì la cartina di tornasole di tutte le altre libertà. Ma è vero anche il contrario: là dove - ad esempio - la giustizia è troppo a lungo negata, fatalmente anche una religione è più esposta alla tentazione di adottare la stessa logica schiacciando le altre.

Non mi sembra, però, questo il luogo e il giorno adatto per simili riflessioni. Preferisco concentrare lo sguardo su questo Natale sofferto che i nostri fratelli copti in Egitto e nella diaspora vivono tra oggi e domani. Mi riconosco ovviamente in tutti gli appelli lanciati per la salvaguardia dei loro diritti. E grido anch'io contro l'ideologia folle che guida questa terribile caccia contro di loro scatenata da al Qaeda, sull'esempio di quella che da troppo tempo va avanti anche in Iraq. Ma di fronte a questi fratelli che soffrono noi cristiani non possiamo fermarci all'indignazione, alla mobilitazione, agli appelli della politica. Tutte cose sacrosante, sia chiaro. Ma legate a un tipo di solidarietà che in fondo non ci costa nulla.

E allora vorrei fare una domanda provocatoria: è una settimana che ne parliamo, che li compatiamo, che diciamo di essere loro vicini; ma quanti di noi sono andati a leggersi almeno su wikipedia qualcosa su chi sono i copti? Perché non ci lasciamo nemmeno incuriosire dal fatto che si chiamano in un altro modo, celebrano il Natale un altro giorno, hanno una liturgia diversa dalla nostra? Stiamo realmente difendendo loro o pensiamo principalmente alle nostre paure?

In questi giorni in cui rileggiamo i Vangeli dell'infanzia di Gesù ritorna anche l'icona della fuga in Egitto. E questa volta ha un suono un po' paradossale: Maria e Giuseppe fuggono da un persecutore e vanno a rifugiarsi proprio là. «Ma era un altro Egitto, allora non c'era l'islam...». Sì, peccato che per la memoria di Israele l'Egitto fosse il luogo della schiavitù da cui solo il braccio potente dell'Altissimo lo aveva liberato. E nel Vangelo di Matteo è chiarissimo che anche Gesù dovrà uscire dall'Egitto per iniziare il suo ministero.

Perché - allora - non lasciarci un po' provocare da questo intreccio tra la Parola del Vangelo e quelle delle cronache di questi giorni? Perché non provare a guardare al mistero del Natale con lo sguardo dei copti? Scopriremmo che questa è una una confessione cristiana che pratica ancora molto seriamente il digiuno: è il gesto che ha scandito tutto il loro Avvento che dura 43 giorni. Ai quaranta canonici ne hanno aggiunti altri tre per fare memoria di un'altra prova, capitata loro undici secoli fa. Un vizir che non doveva essere molto più simpatico di quelli di oggi, provocò il califfo dicendo: «Loro sostengono che la fede può spostare le montagne. Tu vuoi costruire una nuova città (Il Cairo): bene, ordina loro di farlo con il monte Muqattam che intralcia i tuoi piani. Se non ci riescono o si convertono o li uccidiamo tutti». La tradizione copta narra che il patriarca impose ai fedeli tre giorni di digiuno e di preghiera. Alla fine arrivò un terremoto e la montagna si spostò davvero (e il vizir ci rimase fregato...).

Una storia del genere noi la celebreremmo con una solenne processione incorniciata da una bella sagra con tanto di patrocinio della Comunità montana di Muqattam. Loro - invece - aggiungono altri tre giorni ai quaranta che già fanno di digiuno in preparazione al Natale. Siamo così sicuri che lo spirito con cui celebriamo il Mistero di Dio che si fa uomo sia proprio lo stesso? E siamo sicuri che per difendere le loro croci a noi - oltre all'indignazione e alle filippiche sull'islam - non sia chiesto anche un briciolo di quella fede capace di smuovere persino le montagne?

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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