Papa Francesco e la mia Genova
di Luca Rolandi | 29 maggio 2017
Quello che da «genovese di ritorno» ho visto e ascoltato sabato dall'Ilva fino alla Messa in piazza

Per un genovese di formazione che è lontano dalla sua città da più di vent'anni, Genova è sempre nel cuore. Sono tornato, sempre più spesso mi capita con grande piacere: qui conservo gli affetti famigliari, legami di amicizia, impegni ecclesiali e culturali. E anche la visita pastorale di Papa Francesco a Genova è un tuffo nel cuore, un ritorno al passato, una proiezione verso il futuro non solo personale.

Cammino per le strade della città, raccolgo impressioni, saluto amici lontani, ma è come se li avessi lasciati ieri. Passo dai miei famigliari, proseguo e saluto i colleghi e amici della sala stampa, il direttore del settimanale diocesano nel quale ho scritto per anni, cammino con il mio professore dell'Università, storico della chiesa genovese, lungo il percorso che porta alla Foce, dove nel grande parcheggio che sta davanti alla Fiera del Mare, Francesco celebrerà la Messa di congedo. Negli occhi, nei volti, nei pensieri e nelle parole di giovani, anziani, persone di tutti i ceti sociali si percepisce la speranza, la gioia di un incontro con un uomo speciale.

Il Papa venuto dalla fine del mondo, per una piccola ma indicativa parte di origine ligure. I genitori di Jorge Mario Bergoglio sono partiti in arrivo da Torino e dalle valli piemontesi dal Porto di Genova, si sono imbarcati per l'America Latina, Argentina, da lì è nato tutto. Il cardinale Angelo Bagnasco, dal 31 agosto 2006 arcivescovo della città della Lanterna, dopo il congedo dal servizio decennale in Cei sembra più rilassato, composto e cerimonioso come sempre, ma felice e raggiante per la giornata. Per noi era don Angelo, assistente degli Scout di Santa Teresina e poi della Fuci locale, allievo del cardinale Giuseppe Siri, ma rispettoso della storia, la grande storia della chiesa genovese di Giacomo Lercaro, Luigi Pelloux, Emilio Guano, Franco Costa.

In tanti e io con loro si ricordano delle visite di Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1990, storiche e piene di ricordi, momenti forti, segni di profonda spiritualità, con il cardinale Siri e poi con Canestri, citato da Francesco ai religiosi in cattedrale. E poi nel 2008 Benedetto XVI accompagnato dal cardinale Bertone e con l'attuale arcivescovo cardinale Bagnasco da poco più di un anno alla guida della Chiesa italiana. Ma torniamo a sabato. Giornata d'estate. Si entra nel vivo della visita e le parole di Francesco sono quelle che restano scolpite nel cuore agli operai all'Ilva, ai preti e ai religiosi in Cattedrale ai giovani, al Santuario della Guardia. E poi ancora agli ultimi, ai detenuti, ai poveri e ai bambini malati, alle loro famiglie, ai medici, eroi come li ha definiti il cardinale Bagnasco.

Una serie di parole restano e pesano: «Lavoro per tutti, non reddito, ma lavoro per tutti», «Il lavoro è una priorità umana e pertanto cristiana, una priorità nostra», «Senza rapporti con Dio e con il prossimo, niente, non ha senso la vita di un prete. I sacerdoti siano uomini di incontro con Dio e con il prossimo. Il parroco non può avere uno stile di imprenditore. Dovete esaminarvi: sono un uomo di incontro? di tabernacolo? di strada? di orecchio, che sa ascoltare? O quando incominciano a dirmi le cose, mi lascio stancare dalla gente?», «È una tentazione, per i giovani, essere turisti; non dico fare una passeggiata ma guardare la vita con occhi di turisti, cioè superficialmente. La missione ci coinvolge tutti, ci trasforma, ci cambia lo sguardo e il modo di andare per la vita», «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi - non dico l'Italia, che è tanto generosa - chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». «Sappiamo che la fede opera attraverso la carità e senza di questa è morta. Perciò incoraggio tutti voi a svolgere la vostra delicata opera spinti dalla carità, pensando al buon samaritano del Vangelo: attenti alle necessità dei piccoli pazienti, chinandovi con tenerezza sulle loro fragilità, e vedendo in loro il Signore».

E la visita al Gaslini dice molto, tanto, come ha amabilmente scritto l'amico giornalista Paolo Rodari: Tante volte mi faccio e rifaccio la domanda: perché soffrono i bambini? Non trovo spiegazione, solo guardo il crocifisso e mi fermo lì». Insomma, qui anche lui è muto, non ha discorsi da fare. E penso che forse anche Dio, se esiste, è muto, inerte, silente di fronte a questo dolore. Non ha parole nemmeno lui. Guardo Francesco anche se vorrei che questa tappa non ci fosse. Perché guardando lui devo guardare questi piccoli pazienti e non è facile. Alcune madri piangono quando Francesco accarezza la testa dei loro figli. Più dietro, i padri provano a essere forti. Molti non ci riescono. Le telecamere indugiano ancora su Francesco. Non ha parole ma il suo sguardo dice molto. È di una dolcezza infinita. Dolce e insieme impotente, come forse è Dio.

Poi la Messa in piazza. Sulle tribune il sole cuoce, sfalda, manca l'acqua, ma tutti sono in silenzio, in preghiera. Passa il Papa, lo salutano, si commuovono. Per tutti quelli cerca di dare un incoraggiamento, una parola, un sorriso, una stretta di mano, uno sguardo intenso. Composta, devota, ma anche sobria nell'entusiasmo Genova, la città del Porto, e dei carruggi, dei poveri e dei ricchi, dei pensionati e dei lavoratori, dei giovani e dei tanti anziani. Tutto si scioglie e diventa poesia quando il coro e insieme tutti coloro che restano dopo la Messa, si intona la classica "Ma se ghe pensu", lo struggente canto dell'emigrante genovese, che immagina il suo ritorno da terre lontane nella sua bella Zena. Anche solo per fare riposare le proprie ossa.

 

 

 

31/05/2017 18:06 Gualtiero Sollazzi
Mi sono commosso. Tanto. C'è la mano esperta del giornalista di razza; c'è il cristiano che legge l'evento come si deve. Grazie!


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Luca Rolandi

Sposato con Marella, tre figli è direttore del settimanale dell'arcidiocesi di Torino La voce del popolo. Ha lavorato a La Stampa al sito d'informazione religiosa VaticanInsider.it, con cui tuttora collabora oltre che con alcune riviste storiche e religiose. È dottore di ricerca in Storia sociale religiosa. Ha scritto diversi saggi su figure e vicende del movimento cattolico in Italia. È nato e vive a Torino, ma la sue origini sono della zona del Basso Piemonte - diocesi di Tortona - e la sua formazione è avvenuta a Genova.

 

 

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