Nella musica pop
La lunga ascesa verso il cielo
di Sergio Ventura | 28 maggio 2017
Come racconta Ligabue c'è un tempo per urlare, un tempo per cercare, un tempo per sperare, un tempo per ringraziare regalando qualcosa di sé

Dali Ascensione

Salvador Dali, Ascensione, 1958

 

Mi è sempre piaciuto credere che Gesù non potesse che ascendere al Padre in un periodo dell'anno in cui il cielo assume una tonalità di colore che mi rasserena assai. Ciò non toglie che questo rapporto con il cielo sia spesso il frutto di una lunga ascesa.

Penso a Ligabue. E al suo confronto con il cielo costante e complesso. Cominciato sin dagli inizi del percorso artistico urlando - con coro da stadio al seguito - contro questo cielo: per "un futuro che non c'è", per i "fantasmi" che incrociamo vagando in "un purgatorio" di vita con il suo "odore (...) di merda, morte". Proveniente dai giovani di Manchester o dalle sorelle rom di Roma non fa differenza, poiché in entrambi i casi gli studenti mi hanno avvicinato in aula o in corridoio per chiedermi ancora una volta: "Ma prof.! Come si può continuare a credere in Dio di fronte a tutto ciò?".

Cominciando a notare, ad esempio, che Ligabue, come in un "vecchio blues" intonato durante una "notte tiepida", riesce a vivere questo imprecare come un invocare, questo bestemmiare come uno "sputare via il veleno" - perché "certe luci non puoi spegnerle", perché "forse ci sentono lassù"...

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=FVvkZJuiM1s

 

In ogni blues che si rispetti, però, devono essere in due a cantare, e se il rocker emiliano non riesce ancora a duettare con Dio, possiamo comunque rimandare i nostri ragazzi - come immagino già facciamo con noi stessi - all'importanza del duellare con se stessi, per trasformare in domande i propri dubbi e le proprie sicurezze.

Remo, il libertario incapace di amare, "son troppe sere che va troppo in là e ci va di brutto / troppe sveglie con un cerchio cane / troppe fughe da dei letti solo per non dire un ciao / per non baciare mai". Cico, l'insopportabilmente impeccabile, "non l'ho mai beccato sciolto o ciucco /è così corretto / che ogni tanto io lo invio a cagare, ma bene o male / fra il Rosario e il valium io lo so cos'ha / di cui non mi dirà".

Remo e Cico come Homer Simpson e Ned Flanders. Entrambi "cotti" nel loro - come nel nostro - spesso perversamente alleato ateismo e fideismo. Il primo "dice che ci guarderà da solo poi (...) se il cielo è vuoto o il cielo è pieno". L'altro "creperà (...) il giorno che gli viene un dubbio (...) se il cielo è vuoto o il cielo è pieno". Quest'ultimo, infatti, non si rende ancora conto che "sotto il cielo" di ogni città - "fra felicità e vergogna" - "c'è già la spinta per vivere", "c'è già il motivo per vivere". Quello, invece, deve ancora confessare a se stesso, come fa Ligabue, che "certi giorni non mi basta ciò che vedo e sento e tocco / però so che non so stare fermo / e so che cerco".

Dall'urlo di Giobbe al dubbio di Tommaso per proseguire oltre. Sembra essere questo l'invito del rocker emiliano quando conclude il brano cantando che, in definitiva, "se il cielo è vuoto o il cielo è pieno", solo "il giorno che ci guarderemo si saprà"...

 

https://www.youtube.com/watch?v=-sxWwnA_05g

 

Come spesso ci confidano i nostri studenti, divenire capaci al contempo di gridare verso Dio e di duellare con se stessi, permette di rasserenare il proprio rapporto con il cielo, in attesa o in assenza di una risposta proveniente da esso. Permette di augurare la "buonanotte" sia "a quelli che (...) dicono che il cielo sia una balla", sia "a quelli che (...) pensano che il cielo sia di tutti". Permette di domandarsi, con sincera curiosità, "chissà se in cielo passano gli who", "chissà che nome d'arte avrà il dj / se sceglie sempre e solo tutto lui / o se prende le richieste che gli fai". Permette di sperare ragionevolmente che "quelli che non ritornano / certo lassù, forse lassù / sono capaci di non dormire mai più", e che "quelli che ci salutano / certo lassù - forse lassù / sono capaci di non sognare mai più".

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=wuk207vvYy8

 

Tra quelli che stanno lassù , nella veglia eterna dei desideri realizzati, si trova il papà di Luciano, investito dal figlio di un ruolo essenziale una volta asceso al cielo. Il "viaggio" di Ligabue, infatti, si compie nella ricerca del suo "pomeriggio di maggio". Pur tra i molti "non lo so", relativi al "come" e al "dove", di una cosa è ormai certo il rocker emiliano: "mi va di ringraziare, puoi farlo tu per me?".

E' a questa testa libera ascesa in cielo che Ligabue - a suo modo credente - affida un compito ed una promessa paradossale. Il compito: "Tu che conosci il cielo /saluta Dio per me/e digli che sto bene/considerando che... / che non conosco il cielo/però conosco te". La promessa: "Tu che conosci il cielo/e poi conosci me/le sai le mie paure/mi sa che sai il perché... / che non conosco il cielo", ma "digli pure che (...) gli porterò i miei souvenir/tutti quanti i miei souvenir".

 

https://www.youtube.com/watch?v=esYWQ5Avctg

 

In un'ascesa al cielo che sia veramente tale, dunque, c'è un tempo per urlare, un tempo per cercare, un tempo per sperare, un tempo - infine - per ringraziare regalando qualcosa di sé. Che in noi e nei nostri ragazzi vi sia il coraggio per codesto vivere...

 

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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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