Educare è ancora una vocazione?
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 12 maggio 2017
«La scuola è luogo dove si impara ad amare il prossimo» ha detto l'arcivescovo di Trento. «Per educare in famiglia e a scuola si richiede intelligenza del cuore» scrive il salesiano Sandro Ferraroli. Genitori e insegnanti che ne pensano? E i giovani che si affacciano al mondo del lavoro?

Ultime settimane di lezioni e poi scrutini ed esami, fino a metà luglio per i più grandi. Ma nella scuola è anche il tempo della formazione degli organici, delle acquisizioni delle domande di pensionamento docenti e definizione dei nuovi ingressi. Una generazione che lascia e una che entra.

Per chi esce si tratta di un imperativo morale: al raggiungimento dell'età pensionabile - senza troppi conti di scatti o "convenienze" varie - la richiesta di dimissioni dal servizio (come recita il politically correct) rappresenta il minimo supporto generazionale alla schiera di giovani aspiranti docenti che ingrossa le fila delle diverse graduatorie. Dei quali, talvolta, rappresentano un'incognita le motivazioni. Ma forse è sempre stato così.

Tra quanti escono in certe scuole oltre il 50% è arrivato ad ottenere una cattedra senza mai aver superato un concorso: per quasi trent'anni si poteva aver l'avventura di entrare di ruolo con soli 180 giorni di supplenza (festività e ferie comprese). Talvolta per caso fortuito: è il caso di laureati in architettura che, dopo supplenze in graduatorie sguarnite sono andati in ruolo di chimica o farmacisti che si sono trovati ad insegnare matematica. Poi c'è lo squadrone delle lauree letterarie con alcuni che - citazioni precise - si sono «accontentati» di insegnare italiano o filosofia dopo anni passati a correggere bozze in qualche redazione (talvolta pubblicando anche qualche pezzo) sperando nel «salto», che non è mai arrivato. E, detto tra parentesi, possono aver anche costituito un ottimo guadagno per la scuola, mentre non sapremo mai cosa abbia perduto il giornalismo (a anche altre professioni, ma limito alle due che conosco).

Quanti hanno ottenuto lauree ad indirizzo didattico o hanno scelto di aggiungere corsi di psicologia dell'età evolutiva (magari neppure valutati nel computo finale) davano qualche garanzia in più di voler davvero diventare insegnanti, ma non è detto neanche quello.

Di certo chi ha percorso chilometri da pendolare per raggiungere scuole di periferia a distanza di 1-2 ore di viaggio qualche motivazione doveva pur averla.

Ciò che accade oggi si discosta un po': ai sociologi l'analisi dei dati. A fronte di graduatorie infinite, le scuole di periferia - che per quanto riguarda la mia regione significano di valli con relative strade di montagna - restano perlopiù sguarnite e per settimane, talvolta anche 2-3 mesi i docenti accettano e lasciano. Come dire: piuttosto disoccupati che insegnanti a 50 km dalla città. Di fatto, in periferia è più facile incontrare docenti che arrivano da fuori regione, anche da migliaia di chilometri, che cittadini.

Eppure esistono ancora giovani mamme che, con acrobazie incredibili cui solo i genitori sono capaci, risalgono ancora le nostre valli per arrivare in scuole lontane perché, oltre al guadagno per sostenere contribuire al bilancio familiare, credono nell'educazione dei più giovani mediate la trasmissione di un briciolo di cultura disciplinare, che amano. Meno accade tra chi una famiglia non l'ha ancora formata e, in un certo senso, sarebbe più libero/a da orari e impegni. Un cambiamento generazionale.

In un corso di aggiornamento giornalisti un direttore accennava all'assedio dei laureati alle redazioni forse attratti dal «totem della visibilità» (anche qui citazione precisa), come se una firma pubblicata ogni tanto, in stand by, potesse sostituire un lavoro quotidiano, per esempio a scuola, magari nell'ombra di un istituto di valle.

Questione di vocazione, leggi anche stile di vita. Ma esiste la vocazione all'insegnamento? Educare i più giovani, dai piccolissimi in su ha ancora un senso per chi si affaccia al mondo del lavoro? E per un cristiano cosa significa "educare"?

Certo lo sapevano quelle schiere di religiosi, spesso Fondatori, appartenenti a congregazioni che hanno accolto generazioni di bambini e ragazzi poveri per fornire loro quell'istruzione che la famiglia non poteva permettersi in anni di precettori privati e simili.

Ne erano consapevoli quanti, negli anni di ingressi di massa, sono saliti in cattedra? E oggi lo sono i nuovi che arrivano?

«La scuola è luogo dove si impara ad amare il prossimo» ha detto il nostro arcivescovo Lauro Tisi alla scuola cattolica trentina. Una bella definizione, sintetica com'è il suo stile. Che non si limita all'ambito dell'educazione cattolica, se pure un mondo lontano anni luce da quello della scuola statale o provinciale che sia.

«Per educare in famiglia e a scuola si richiede intelligenza del cuore, che non sta (solo e principalmente) nei manuali, ma nella capacità di aprirsi all'altro dell'educatore, cioè nel suo volere amare l'altro in quanto soggetto e non in quanto oggetto della sua azione educativa». Parola di don Sandro Ferraroli, 80 anni, un salesiano che dell'educazione ha fatto una scelta di vita (congregazione di don Bosco) e di servizio (docente di psicologia all'università salesiana a Roma e ora a Brescia e presidente FIDAE dell'Emilia Romagna) nel suo ultimo testo «Educare a crescere per uno stile di vita autentico» (LAS 2017).

Non ricette a buon mercato, ma parole che obbligano a riflettere. «L'arte di educare non è per gente pigra! Impiantare un uomo nuovo richiede un insieme di mosse magnifiche, ma impegnative. Perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero».

Tracciare un sentiero non significa stare alla finestra, bensì mettersi in marcia. Talvolta con sudore e fatica, anche macinando chilometri da pendolare «se» questa è la mia strada.

E, se questo vale per ogni professione, siamo capaci di trasmettere questa convinzione ai nostri figli, ai giovani che incontriamo? «Ogni» vocazione - di condizione di vita o di lavoro - si sceglie e si abbraccia con slancio e convinzione, costi quello che costi, se è la mia strada. Perché non esistono scelte a metà, né si lasciano aperte vie di fuga.

 

 

 

 

 

18/05/2017 15:20 Pietro B
forse anche la scuola, come la famiglia, deve lottare contro tutti e si sente impotente a fronte del modello costruito da tutto il resto del mondo. La via più facile è la rinuncia, resa ancora più at-traente dal conflitto con gli altri attori, vedi gli stessi genitori, anche tra loro. La deriva conseguente è una Persona abbandonata a se stessa, ai suoi desideri di consumatore, incapace sia di relazione che di socialità. Per niente adulti, spesso bambineschi come il Trump o il K della Korea del Nord.


17/05/2017 20:46 Maria Teresa Pontara Pederiva
Grande domanda, Pietro. In scuolese lo chiamano “profilo in uscita”.
Dopo 39 anni sul campo concordo sul fatto che siano da ridimensionare le pretese di formazione onnicomprensiva della scuola (persino il rilascio del patentino per il ciclomotore!) per tornare più semplicemente alle parole di Alcide De Gasperi che vedeva come compito della scuola statale la “formazione di cittadini onesti”, come ricordava ai docenti il presidente Mattarella da ministro dell’Istruzione.
L’educazione integrale delle persone in età evolutiva è qualcosa di molto più ampio in gran parte responsabilità delle famiglie (in base ai loro valori), ma al quale partecipano, oggi più di ieri, molte altre “agenzie”, tra cui, almeno per le famiglie cristiane, anche la comunità ecclesiale, leggi parrocchia, gruppi, movimenti. Un problema aperto è come si concilia tutto questo con la diffusa crisi della famiglia (che talvolta si declina come “assenza”), come di altre agenzie educative. Potrebbe essere il tema di un prossimo post.
Sergio fotografa un’esperienza personale che parla di autentiche “vocazioni”: speriamo ce ne siano molte. Riguardo alla preparazione altri possono avere esperienze opposte (e i dati del ministero parlano tra il 45 e il 50% di bocciature). Attualmente nei licei del nord un buon 30% dei docenti 30-40 anni ha ottenuto anche il titolo di dottorato: dopo 3-4 anni di attività di ricerca unita a una minima parte anche di didattica, alcuni approdano (o rientrano) a scuola con entusiasmo, ma i più sembrano spaesati e non proprio soddisfatti di trovarsi in una classe di ragazzi sedicenni da motivare allo studio.
“Una volta c’era più voglia di insegnare” è la conclusione di Livia Ferrario del Servizio Istruzione della nostra Provincia intervistata da Rai regionale sul reclutamento.



15/05/2017 12:59 Pietro Buttiglione
Il mio prof di italiano era IL rif.to x me fino al gg che si sedette al mio banco, accanto a me e disse"Sai, Buttiglione, che palle sempre le stesse cose!!" Fu il de profundis x ogni mia aspirazione di insegnante. Purtroppo. Ritengo, oggi, che il probl stia, come nei catechismi, nella mancanza di creatività ( cfr: le scuole steineriane) : come scriveva il buon Bertrando : PRIMA dovremmo fare chiarezza su COSA vogliamo costruire: il cittadino, il social, il robot, l'inventivo, l'intelligente, l'obbediente, l'individuo, la Persona.


14/05/2017 21:49 Sergio Di Benedetto
Cara Maria Teresa, esperienza mia: nel corso TFA che ho frequentato io (primo ciclo) c'erano persone molto preparate e che avevano scelto di insegnare....almeno all'80-90%. Sulla vocazione: credo ci sia ancora in diversi cristiani la visione della scuola come scelta consapevole e 'vocazionale', quasi come prolungamento del lavoro educativo fatto da giovani nella comunità cristiana. Ma é un tema su cui é bene riflettere.


14/05/2017 17:08 Maria Teresa Pontara Pederiva
Hai ragione, Gilberto: l’impressione è che oggi sia considerato un lavoro come un altro. Ma a due passi da casa. O alla prima difficoltà si abbandona. (“6 classi: non resisto una settimana di più”; “28 studenti: mi gira la testa”).
Quanto sollevato da Sergio: è un dato di fatto la femminilizzazione della scuola. In altri contesti storici la figura del maestro elementare o del professore di latino al liceo erano istituzioni riconosciute, autentico punto di riferimento per cultura e saggezza, una scelta di vita. Padri di famiglia che con il loro lavoro mantenevano mogli e figli. Profondamente mutato il contesto, il lavoro dell’insegnante fornisce solo un secondo stipendio per contribuire al bilancio familiare e per di più ha talmente perduto dignità che non è affatto raro che un docente-uomo, invitato a qualche incontro, abbia persino timore di dichiararsi tale. Così il prof. di IRC diventa “ricercatore di storia della Chiesa”, quello di lettere “esperto in comunicazione” e c’è l’esperto di calcolo algebrico, di ecologia e territorio, di marketing, ecc. Conciliare meglio la famiglia? Forse, in contesti dove il lavoro di cura era limitato alle madri e dove mancavano supporti come asili-nido o tempo prolungato a scuola. Oggi una mamma che chiuda il lavoro in ufficio alle 2 di pomeriggio è sicuramente più tranquilla di chi rientra da scuola alle 7-8 di sera perché i genitori rappresentanti nei consigli di classe chiedono “orari più compatibili con il loro lavoro” o perché una dozzina di studenti richiede uno sportello, dopo gli impegni sportivi, magari alle 5 di pomeriggio.
Sull’ingresso a scuola la questione è più complessa: nel 2012 sono state solo cambiate alcune modalità di reclutamento (ogni governo, ahimè, ha voluto legare il suo nome a nuove norme sul reclutamento docenti e sugli Esami di Stato). Prima esistevano i concorsi a cattedra, superati almeno dal 50% degli insegnanti attualmente a scuola: programmi disciplinari rigorosi, cultura generale in particolare Costituzione ed educazione civica oltre che legislazione scolastica. Poi l’introduzione di altra modalità che tiene conto anche del lavoro in classe: una sorta di esame di stato per l’ingresso in una professione con praticantato e tirocinio sul campo. E, se questo è importante per un ingegnere, un avvocato, un farmacista, un medico credo lo sia altrettanto per chi non dovrà costruire una strada, bensì un cittadino responsabile.
Il problema è che oggi tutto è ritenuto troppo “impegnativo”. Sicuramente lo era assai di più all’epoca di quel maestro elementare o di quel professore di latino: i docenti ai corsi TFA incontrano talvolta preparazioni approssimate e, soprattutto, lamentano assenza di motivazioni (non parliamo di amore per i ragazzi …), salvo quella del posto fisso.
Sugli ingressi nel privato, problema sollevato da Licia, sarebbe troppo lungo: scuole, giornali, redazioni debbono garantirsi persone di fiducia. Un passato da chierichetto o una zia suora possono condurti al giornalismo o all'insegnamento. Credo sia più difficile arrivare ad insegnare in corsi teologici ... ma sui docenti incaricati la chiarezza talvolta è scarsa.
Ma torno al tema sollevato sulla vocazione: vale ancora la pena per i giovani di oggi – pensiamo a quanti hanno frequentato le nostre parrocchie e sono stati animatori - studiare e prepararsi per insegnare domani a scuola?



14/05/2017 15:12 Licia
"..., perché dal 2012 in poi per poter accedere alla cattedra il candidato doveva superare un duro concorso di accesso al TFA, poi un anno di corso (dopo 5 di università) e infine per prendere il ruolo un altro concorso."
Mi viene da sorridere pensando che in alcune facoltà private (Teologia!?) la scelta dei docenti è legata a criteri di conoscenza/simpatia/fiducia e dunque a una meritocrazia decisa dal capo di turno (preside!?).La vocazione tanto sbandierata, in questi ambienti assume un significato alquanto ambiguo. Alla faccia dei sudati concorsi pubblici.



13/05/2017 08:12 Sergio Di Benedetto
Due considerazioni: la prima riguarda la femminilizzazione della scuola, per cui diverse donne sceglievano in passato di diventare insegnanti perché i tempi della scuola più si conciliano con le esigenze familiari (parole ascoltate più volte direttamente in sala insegnanti). Questo spesso é stato un problema, almeno alla lunga. Secondo: oggi la situazione sta cambiando: negli ultimi anni i giovani che provano a insegnare lo fanno per scelta e quindi per vocazione o se volete per passione, perché dal 2012 in poi per poter accedere alla cattedra il candidato doveva superare un duro concorso di accesso al TFA,poi un anno di corso (dopo 5 di università) e infine per prendere il ruolo un altro concorso. Per questo dico 'provano' a insegnare... Percorso duro e impegnativo, per cui si é passati da un estremo all'altro. Oggi assistiamo alla messa in ruolo di questi vincitori di concorso assai motivati, accanto ad altri presi ancora dalle vecchie graduatorie a esaurimento (non tutti così motivati, onestamente). Qui nasce la contraddizione.


12/05/2017 13:44 AGNESE
Grazie per questo articolo coraggioso perchè parlare di vocazione oggi è come parlare della luna. Credo invece sia importantante dire che ancora ci sono insegnanti che si spendono per gli altri. Pochi certamente ma ci sono. La differenza l'ho colta quando il bambino veniva valutato globalmente e non semplicemente per la prestazione scolastica. Guarda caso questa maestra era a sua volta mamma (sia che fossa la maestra delle elem. o la prof. di greco e latino)impegnata con i propri figli e famiglia e non andava a lavorare di certo per diletto. La differenza la fanno le persone. La scuola la fanno le persone. Ho conosciuto recentemente un docente/ ricercatore che si dedica all'insegnamento la cura e la ricerca che si spende direi quasi si spreca per i suoi studenti adulti e piccoli pazienti. Io mi accontento di queste poche figure significativa che ho incontrato perchè hanno lasciato un segno nella mia vita e in quella dei miei figli. Generalizzare non serve navighiamo a vista e in questo articolo navighiamo a vista.
G



12/05/2017 11:07 gilberto borghi
Vocazione oggi è parola desueta e astrusa per la maggioranza, anche cattolica a volte. ne resta solo il "mi ci sento, mi ci rittovo". Ma nulla o quasi resta del suo lato "trascendente", di quel "essere risposta ad una chiamata". Per moltissimi docenti giovani insegnare è realmente un modo come un altro di sbarcare il lunario. E gli effetti in classe poi si vedono.


12/05/2017 07:54 Pietro Buttiglione
Dovrebbe integrare il panel con :
Con quale sentimento/giudizio gli operatori "vedono" la scuola??
Ammirazione/soddisfazione/ottimismo o con i loro contrari?
E qs "sentimento" viene trasmesso agli alunni?
Un caso particolare qui vicino: si scopre che il di/rettore dichiarava la laurea che non aveva conseguito:
Quali conseguenze ad es. su mio figlio che lo aveva posto al top??
Scuola salesiana. Caso particolare. Ma la domanda resta.



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata ha tre figli e insegna scienze al liceo scientifico; studi in scienze religiose con tesi in bioetica e giornalista dal 1984 per passione. Collabora, fra l'altro, con i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno, le riviste delle Edizioni Dehoniane, Settimana, Testimoni e Rivista di Teologia morale ed il portale Vatican Insider-La Stampa.

L'ultimo libro pubblicato è La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato, EDB 2013.

 

 

 

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