La Milano del lunedì
di Giorgio Bernardelli | 27 marzo 2017
Pensieri all'indomani della visita del Papa. Con alcune parole chiave dell'omelia di Monza da cui ripartire per non fermarci all'emozione

«E lunedì, qui a Milano, da dove ricominciamo?». Me lo chiedevo l'altra sera, tornando a casa da Monza lentamente, dentro il milione di persone che hanno partecipato alla Messa con papa Francesco. Dentro la coda, la fatica, il «tempo perso» di ogni rientro.

Con la scelta di leggere Milano sui volti concreti degli inquilini delle Case bianche di via Salomone e di entrare nel suo cuore attraversando i raggi del carcere di San Vittore, sabato papa Francesco ha compiuto gesti esemplari, percepiti da tutti. Eppure è nell'omelia pronunciata a Monza che ha osato ancora di più; è lì che ci ha detto quanto accettare questa logica implichi non solo qualche gesto in più di prossimità, ma un modo diverso di stare dentro questa città. Ed è un testo che varrà la pena di tornare a rileggere spesso, quest'omelia, per noi ambrosiani; a me pare ci fotografi con lo sguardo di chi ci ha studiato per bene prima di venire a incontrarci. E sarebbe troppo comodo - come Chiesa - ridurla a due o tre slogan facili, da sbandierare contro la Lega.

Ascoltandola mi hanno colpito alcune parole. Prima di tutto il termine speculazione. «Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro», ha detto il Papa. Ha scelto la parola speculare, che è qualcosa di più rispetto a sfruttare; perché speculare è quasi un termine tecnico, implica un disegno ben preciso, preordinato, per trarre vantaggio dai bisogni degli altri. Sì, lo sappiamo: anche Milano è una città in cui si specula. Basta dare un'occhiata ai prezzi di mercato delle case - tanto per fare un esempio - per rendersene conto; e le Case bianche che tanto ci hanno commosso in queste ore, sono il prodotto di questo modello di città. E poi - sarà solo una coindicenza, certo - ma che dire dei messianismi sulle prospettive aperte a Milano dal dopo Brexit? Sulla città che oggi mette al centro del suo futuro la volontà di attrarre la grande finanza in cerca di piazze alternative? Non si tratta di demonizzare un mondo. Ma non c'è un po' troppa disinvoltura nel passare in meno di due anni dallo slogan «nutrire il Pianeta» all'autocandidatura a capitale europea della finanza?

Altra parola: ritmo vertiginoso. È vero, qui siamo nel classico della Milano da cartolina, come la nebbia. Ma è interessante il modo in cui papa Francesco ha declinato questo tratto. «Quando tutto si accelera per costruire - in teoria - una società migliore - ha detto -, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l'amicizia, per la solidarietà e per la memoria». Cosa significano queste parole per una città che è sempre più una fabbrica di eventi? E poi più avanti - senza che forse nemmeno ce ne accorgessimo - papa Francesco ci ha toccato persino la nostra «vacca sacra», il mito della laboriosità: anche quella può risultare «inquinata» - ha detto - se alla sua base finiscono per esserci solo «sregolate ambizioni». Insomma: se in cima a tutto c'è la smania di fare, di costruire, finiamo per perderci, ci ha ammonito. Vale per la nostra città, certo; ma noi lo sappiamo che, prima ancora, vale per i nostri campanili ambrosiani, con tutti i loro mattoni. Vale per tante nostre opere che, senza una cura adeguata per le relazioni, divengono zavorre anziché opportunità.

Terza parola: ambrosiani sì, ma nel popolo di Dio... Anche qui la sfida che ci ha lanciato Francesco non è da poco. «Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico», ha detto. Mi guardavo intorno, a Monza, e mi dicevo: «Beh, sì, è vero, anche in questo prato ci sono famiglie venute da Paesi lontani. Già. Però perché a Messa in parrocchia la domenica questo stesso popolo così multietnico non c'è? Perché facciamo così fatica a lasciarci incuriosire dai volti della loro fede?». Non è che c'è un modo di essere Chiesa ambrosiana da ripensare anche in questo senso, prima di andare a fare prediche agli altri? (Piccolo aneddoto personale in proposito: la famiglia che avevamo vicino alla balaustra, aspettando il Papa, era visibilmente originaria dell'America Latina. Quando abbiamo chiesto loro da dove venissero ci hanno risposto: «Pero». «Ah sì, il Perù...». «No, Pero, vicino a Rho. Dal Perù siamo venuti quattordici anni fa». Touché).

Infine l'ultima parola, la più impegnativa per ciascuno di noi: audacia. «Tutto ciò che accade - ha detto Francesco - esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l'audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth». Sì, Milano oggi ha assolutamente bisogno di una Chiesa ambrosiana più audace. Capace di rinunciare anche a qualcosa della sua gloriosa tradizione (quanta retorica anche in questi giorni su «la più grande diocesi» eccetera eccetera), pur di sperimentare nuove forme di presenza missionaria in città. Nelle periferie fisiche, è vero. Ma - paradossalmente - proprio lì non partiamo da zero, come la stessa visita di Francesco alle Case bianche ha mostrato. A me inquietano di più le periferie esistenziali, lì facciamo ancora più fatica. E magari sono anche nel centro città: come essere Chiesa in zone brulicanti di gente durante il giorno, ma vuote alla sera e alla domenica? Siamo sicuri che la parrocchia lì sia ancora l'unica strada? Come essere parola che accompagna nella quotidianità del lavoro o della vita in famiglia, senza arrivare solo nei momenti di crisi? Come stare tra i giovani ai Navigli, come pungolava lo stesso cardinale Scola un po' di tempo fa? A Milano queste domande ce le poniamo da tempo. Ora Francesco ci chiede l'audacia di partire. Sapendo che «Nulla è impossibile a Dio».

 

 

28/03/2017 13:15 Francesca Vittoria
Milano un giorno diverso
…Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro», ha detto il Papa…..per trarre vantaggio dai bisogni degli altri? Così sembra non solo a Milano ma dappertutto in altre luoghi, perché è il denaro il dio imperante, l’averlo come un bene primo dal quale discende il vivere bene , un obiettivo primo da raggiungere perché la vita è bella se si ha denaro a soddisfare , non quello che è necessario, di più a soddisfare il proprio volere . E il Santo Padre ha capito bene cosa sta succedendo nella società . Sembra incredibile, ma accade di sentire dire che meglio “ vestirsi da apparire povero , per fruire di gratuità , !!!,E uno si chiede: ma la dignità di se dove è andata a finire? Quando esisteva la povertà vera, si sente ancora raccontare, la persona dignitosa indossava il suo vestito migliore , se di costume era fattura del luogo, sua storia,della famiglia, del credo di appartenenza . aveva significato rifletteva la persona che era , di se stessa” Oggi in cerimonie o feste sono fatti sfilare costumi e vecchi mestieri in parate a ricordo come vecchie foto, non più realtà vive . Oggi conta moltissimo il marchio di acquisto, perche ciò indica quanto si è speso!, da peso e figura alla persona che così conta anche, e per avere quell’oggetto o indumento con quel marchio prestigioso, accadono ruberie, fatti criminosi.
…ritmo vertiginoso: si bisogna avere tutto e subito, come arrivarci al più presto senza troppo attendere per certuni è importante , mirare al prestigio , perché una volta raggiunto ci si serve di persone altre idonee e necessarie a consolidare le posizioni raggiunte ,
-…popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Si, suona bene, se non si guarda che forse è sempre per necessità del pane quotidiano che tanti oggi lasciano la propria terra, la propria storia e indossano un abito nuovo diverso per necessità ma potendo mantenendo in privato volentieri il proprio. Forse , a differenza di quanto si suppone, sognano di tornare un giorno nella propria terra
---audacia. «Tutto ciò che accade - ha detto Francesco - esige da noi che guardiamo al presente con una giovane di Nazareth» ..Ecco, ha detto anche che a Milano Lui si è sentito a casa!! Si, il Cardinale di Milano l’ha ricevuto con un calore spontaneo , ha offerto un dono generoso di fatica , di molte persone, sincero di una Chiesa che malgrado viva un tempo di quaresima ha indossato l’abito della propria dignità, che sembra non vedersi tanto è poco menzionato e reso visibile , ma in quel giorno era radunato e festoso. Tutta la Chiesa italiana sembrava essere stata rappresentata. Del resto a Nazareth , nella semplicità l’Alto era presente in gloria con la Terra. Anche Gesù Cristo vestiva un abito senza cuciture,nel la dignità del Maestro, si è fatto conoscere, e prima ancora Dio Padre, si legge nella Bibbia, il suo popolo ha provveduto che avesse molto di buono e di bello, non è Lui che lo ha voluto misero e povero, la miseria semmai è stata creata e viene dall’uomo stesso, dalla sua mentalità quando non è illuminata di buoni sentimenti , A Nazareth è avvenuto un prodigio, la misericordia verso l’uomo peccatore si è realizzata nel dono d’amore del Figlio Suo, ucciso dall’uomo peccatore, morto ma risorto e questo amore sofferto per dare la possibilità ad ogni credente in Lui con lui di risorgere. A noi l’audacia di CREDERE e operare con questa convinzione perché anche altri credano che Lui è venuto e vive in mezzo a noi, una audacia nel restare ostinati in questa fede , il mondo che ci circonda crede anche oggi nel vitello d’oro; due scelte che ci stanno davanti ogni giorno in tutto quello che facciamo. Una cosa sembra essere necessaria uscire dal silenzio.
Francesca Vittoria



28/03/2017 08:52 François De La Salle
Grazie per la riflessione, utile anche per chi vive a Napoli


27/03/2017 19:21 Lorenzo Pisani
Papa Francesco a Milano: "quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria."
Può sembrare buon senso spicciolo, io ascolto una sapienza antica. La sapienza di chi mette in primo piano la relazione tra le persone... e tutto il resto un passo indietro.
E magari la stessa sapienza suggerisce di "affrontare serenamente i giorni" (Turoldo, sul Salmo 130), senza andare "in cerca di gloria, di grandi imprese."
D'altra parte dice ancora Francesco:
"Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà."



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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