Nella letteratura
Ciò che occorre è un uomo
di Sergio Di Benedetto | 26 marzo 2017
Il cieco nato, Carlo Betocchi e l’umanesimo della Popolorum Progressio

Nel racconto evangelico del cieco nato è descritto un itinerario di fede che va dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla fede.

Il mendicante guarito prima definisce Gesù «uomo»: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango». Poi «profeta» e infine «Figlio dell’uomo».

È interessante notare il primo approccio del cieco: egli riconosce in colui che gli ha donato la vista un uomo, che giunge inatteso nella sua sofferenza più grande e lo afferra da lì, per ricondurlo alla luce.

 

Abbiamo bisogno di un Dio che si fa uomo ed è uomo, perché solo la vicinanza partorisce la fede. Di un Dio distante oggi non sappiamo cosa farcene.

Potrà essere riduttivo, potrà essere rischioso mettere in secondo piano la dimensione del sacro. Ma il sacro diviene veramente fecondo se si sposa con l’umano: altrimenti Cristo non avrebbe scelto la natura umana per rivelarsi e rivelare il Padre.

Oggi, per spezzare solitudini e paure, serve una presenza, tangibile e concreta.

 

Lo ricordava Carlo Betocchi, un poeta oggi un po’ dimenticato, autore di liriche di grande finezza spirituale:

 

Ciò che occorre è un uomo

non occorre la saggezza,

ciò che occorre è un uomo

in spirito e verità;

non un paese, non le cose

ciò che occorre è un uomo

un passo sicuro e tanto salda

la mano che porge, che tutti

possano afferrarla, e camminare

liberi e salvarsi.

 

Il testo è un invito alla conversione: prima di parole, spesso portatrici di saggezze a buon mercato; prima di cose, di cui siamo bramosi; prima di tutto sentiamo la mancanza di un uomo vero.

Gesù passa, vede un cieco, porge una mano, forte, sicura, salda e quel mendicante, al buio dalla nascita, trova la luce.

In fondo di cosa ha bisogno l’uomo di oggi, se non di una compagnia di un altro uomo, e al tempo stesso di un Uomo che con una mano lo afferri, lo rassicuri, e in questo modo lo liberi dal buio della fatica del vivere? Così che da quella libertà possa poi scaturire la salvezza…

Solo da una confidenza può nascere la fede, come esclama il cieco non più cieco: «Io credo, Signore!»

Cinquant’anni fa Paolo VI promulgava l’enciclica Popolorum Progressio: un gioiello della Chiesa del Novecento, fecondissimo e tanto ricco da essere ancora oggi ispirazione per la contemporanea dottrina sociale della Chiesa.

In un paragrafo Montini scriveva:

 

Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo.

 

C’è molto Maritain, e c’è molto Montini in questo principio.

Il cieco nato, Betocchi e Paolo VI ci ricordano che dobbiamo essere uomini veri, globali, integrali, per occuparci interamente dell’umanità. Perché prima di tutto Gesù di Nazareth è stato un uomo intero, un uomo integrale.

 

 

 

28/03/2017 09:14 Pietro Buttiglione
Purtroppo la Chiesa è anche questo:
https://www.ncronline.org/news/accountability/french-tv-inquiry-accuses-25-bishops-abuse-cover-ups



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Sergio Di Benedetto
Sergio Di Benedetto, classe 1983, dottore di ricerca in Letteratura Italiana all'Università della Svizzera Italiana di Lugano, è insegnante di lettere e ricercatore in materie letterarie. Da anni collaboratore in realtà ecclesiali e scolastiche, scrive drammaturgie di carattere sacro e civile per una compagnia di attori professionisti, la Compagnia Exire. Ha coordinato diversi laboratori teatrali con adolescenti, per aiutare i ragazzi a crescere attraverso il teatro.
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