Nella musica pop
Di padre in figlio
di Sergio Ventura | 18 marzo 2017
La paternità illumina il nostro essere figli di una luce nuova. Come raccontano anche due bellissime e poco conosciute canzoni di Daniele Silvestri

padrefiglio

 

Quasi svenire quando ha fatto capolino tra le mani dell'ostetrico. Spaventarsi delle proprie reazioni alla quarta ora d'ininterrotto pianto notturno - per poi meravigliarsi di come quest'ultimo fosse miracolosamente cessato d'un colpo, senza capire il perché. Gioire quando ha detto "papà" prima di dire "mamma". Invidiare la maestra d'asilo perché ha mosso i primi passi con lei. Collassare quando gridava "papàio, mammaio", mentre gli infermieri cercavano di inflebarlo senza riuscirci. Sciogliersi, infine, quando anche a te ha sussurrato, dopo averlo già fatto con la mamma, "papà, ti voglio bene...".

Il compianto Paolo De Benedetti, un vero padre spirituale, tornava spesso sull'importanza di Esodo 24,7 - "[prima] lo faremo e [poi] lo ascolteremo". Quanto è vero! Alcuni momenti della vita restano poco comprensibili finché non li si vive in prima persona. La paternità, per me, si è rivelato come uno di questi. Anche perché illumina il nostro essere figli di una luce nuova. Permette di comprendere, per la prima volta carnalmente, cosa hanno fatto i genitori per te, dato che non ne abbiamo esplicita memoria. Mi chiedo, anzi, se in ciò non vi sia una certa ingiustizia. Se solo potessimo ricordarlo, forse l'adolescenza prenderebbe un'altra piega: meno conflittuale, più riconoscente. O forse no, questo carico d'amore ci schiaccerebbe maggiormente, incattivendoci ancora di più...

In ogni caso, due bellissime e sconosciute canzoni di Daniele Silvestri, ascoltate a cavallo degli anni duemila quando ho cominciato a frequentare i testi del cantautore romano, sono rimaste per anni tanto esterne alla mia carne, quanto ora le sento vicine, toccanti. Soprattutto la prima, dedicata al padre da poco morto ed al figlio a breve nascituro, perché in essa, come all'amata di fronte all'altare, Silvestri fa alcune promesse decisive a suo figlio, ricordandosi bene cosa abbia significato, da una certa età in poi, essere un figlio.

 

 

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La presenza, innanzitutto. Ti prometto che "io sarò sempre in fondo qui / mi troverai / in ogni momento / per difenderti ... sarò sempre accanto / dovunque sarai". Presenza discreta che prima o poi verrà fraintesa - a volte come distacco, a volte come controllo. Presenza di cui ci si approfitterà - "mi mentirai...". Presenza, però, chiaramente protettiva. Nella consapevolezza, tuttavia, che i figli cominciano ad imparare - e a voler essere lasciati (liberi di) essere - molto prima di quanto possiamo immaginare: "sapendo che imparerai / comincerai / molto, molto prima del tempo".

E' necessario, quindi, promettere di esserci sempre, affinché egli abbia il coraggio di saltare senza paura di cadere, ma con l'arte di sapersi sottrarre al momento giusto perché capisca che può riuscire anche da solo. Perciò è fondamentale promettere anche di conservare la capacità di farsi stupire dal proprio figlio, qualsiasi prezzo il nostro Io debba pagare: "mi stupirai / ogni piccolo passo / ogni dubbio che avrai / mi ferirai / mi cambierai".

Qui si arriva alla promessa forse più difficile, quella che consiste nell'accettare ciò cui accennavo all'inizio, ossia che tutto questo avviene senza che il proprio figlio si renda esplicitamente conto di alcunché. Tu, sussurra Silvestri come quando si dicono con semplicità le grandi verità, "non saprai / non capirai / che vivo per questo / per questo soltanto". E il 'questo' è ciò che un altro padre spirituale dei nostri tempi, Enzo Bianchi, mi fece comprendere in modo folgorante individuando la grandezza di Giovanni il Battista nel suo abbassarsi affinché l'altro, altro potesse avvenire: "sarai di più / di me, di noi / sei tu, non io / quello che sta crescendo".

Ma la crescita richiede a volte di incontrare qualche spigolo. E il cantautore romano non teme di dover dire dei no, non teme di dover promettere al figlio di "sgridarti un po' ", perché "vedrai / sbaglierai, e poi / sbaglierai parecchio". D'altra parte, lo stesso Silvestri promette di accettare quando verrà il momento - e sarà "molto prima del tempo" - in cui "tu dovrai dire di no" senza nasconderti, proprio perché sa che "sbaglierò / e sbaglierò parecchio". Quello che conta, però, è ancore una volta che "in un caso o nell'altro / sarai di più / di me, di noi / sei tu, non io / quello che sta crescendo".

Mi sono sempre domandato donde venisse a Daniele Silvestri questo equilibrio, questa visione matura della sua paternità. Molto probabilmente dall'aver già cantato, qualche anno prima, la propria riconoscenza verso il suo di padre.

 

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Un uomo dai gesti creativi perché visionari, egli "aveva due mani / e le usava nei modi più strani / per esempio sapeva descrivere / la vita di luoghi lontani". Un uomo dall'intelligenza penetrante: "aveva due occhi da gatto / ma li usava in modo distratto / però vedeva benissimo / la paura che ancora combatto". Un uomo dall'"aspetto feroce", "di forza sicura" e "molto alto per la sua statura", ma con "voce / così calda, sicura e veloce" che "cantava in modo dolcissimo" e "sapeva sorridere / ogni volta che avevo paura".

Ma quale paura può attanagliare un figlio al punto che solo un padre può prendersene cura? La paura "di essere stato / per tutta la vita invece che intero / parzialmente scremato", la paura "di avere vissuto / la vita di un uomo che aveva perduto / senza avere giocato". La paura di non essere all'altezza, integro, di essere un perdente, un fallito. Si capisce, allora, la riconoscenza che Daniele Silvestri ha serbato verso quest'uomo, perché "io di paure ne avevo a decine / ma fino alla fine le ho chiuse nel cuore " e "soltanto quell'uomo sembrava capire / quale fosse il dolore".

 

 

 

19/03/2017 23:38 SERGIO VENTURA
Grazie Pietro!

Ricambio il tuo De Balzac con una breve citazione di Fabrice Hadjadj (pubblicato su Avvenire di oggi):

"La vera presenza è attenzione e l'attenzione apre sempre un orizzonte di attesa operosa. Essere attento a qualcosa o a qualcuno è vegliare su di lui e accompagnare la sua crescita. Ma anche, reciprocamente, quando qualcuno mi è vicino, quando appare per ciò che veramente è e cioè il mio prossimo, la sua presenza stessa sfugge al presente, perché impegna l'avventura dell'incontro, della giustizia e dell'amore"



19/03/2017 08:52 Pietro Buttiglione
Apprezzato! sopratutto la seconda dove, come il mio caro de Balzac, con pochi tratti rende vivo SUO padre. Suo xchè sono tutti diversi i padri, come chiunque. Campare di più porta a esperienze di confronto tra tre generazioni.Crescere x scoprire di essere "come lui"... Crescere ancora e, a fronte di tuo figlio "di mamma" più che tuo, arrivare finalmente a sentire quale sarà stata la sua sofferenza nascosta per essere "genitore in seconda".. capirlo ora che non c'è più e questo tuo difetto d'amore non può essere colmato, anche se ne avresti avuto tutto il tempo fino ai suoi 99anni! Ma il 900, si sa, è stato il secolo della uccisione dei padri, a cominciare da Lui. Che dire ai padri? come Lui : esserci, sempre e comunque.
Oggi si fugge dalle responsabilità.. troppo comodo e vigliacco,. Pensarci prima, no??



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Sergio Ventura

Sergio Ventura, romano del '73, giurista pentito, datosi all'insegnamento per la libertà di ricerca che esso garantisce, appassionato di religione perché - disseminata ovunque - permette di curiosare in tutto, è responsabile del Blog degli Studenti nel sito del Cortile dei Gentili.

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